Quello che Bankitalia chiede nell’immediato è il rilancio degli “investimenti fissi”: infrastrutture pubbliche e strumenti di base dell’economia al servizio della piccola impresa.

Una volta non era così. L’assemblea di Via Nazionale era una sorta di solenne lettura collettiva della Bibbia economica del Paese, da interpretare e soppesare nei toni e nelle sfumature. Quando parlavano Carli, Baffi, Ciampi l’economia si fermava, col fiato sospeso. L’Italia del potere reale, che aveva accesso privilegiato al salone del primo piano di palazzo Koch, faceva solo il rumore, sottile come un respiro, delle pagine girate all’unisono con la lezione scandita dal Governatore.
Dobbiamo sforzarci di tornare a questo spirito anche per Visco, cercando di capire quali sono le sue sottolineature e magari anche i suoi silenzi (perché nessun accenno alle privatizzazioni e al fiscal compact, che noi vediamo collegate ad esse?).
Serve per capire quando finirà il passo del gambero dell’Italia della crisi: quella in cui il reddito procapite è tornato al 1996, i consumi al 1998, gli investimenti al 1994, la produzione industriale addirittura al 1986. Tagli dal 10 al 30%. Con la disoccupazione tra il 12 e il 13% (giovanile attorno al 40%), 1,2 milioni di posti di lavoro persi, 120 mila imprese scomparse.
Il tutto in un quadro che gli economisti temono più dell’inflazione: la deflazione, frutto della stasi, dei non consumi, della non fiducia.
Qualcuno ha contato i “ma” della relazione: ce ne sono almeno una quindicina. Ogni volta che si segnala un elemento importante, magari degno di qualche spiraglio di speranza, Visco ha apposto un “ma” di contrasto, di preoccupazione, di prudenza.
Mentre la Confindustria di Squinzi ha tratto dalla indubbia chiarezza del risultato elettorale uno spunto positivo verso maggiore stabilità e continuità, Bankitalia non ha voluto giudicare il Governo.
Ha però accennato a fatti eloquenti: se di tutte le 69 riforme varate da Monti in poi, solo una metà è stata implementata e (parzialmente) attuata, vuol dire che la politica, non solo il Governo, deve ancora vincere la partita con la burocrazia.
Visco ci ha peraltro risparmiato la retorica della luce in fondo al tunnel. Siamo ancora in piena crisi e si è ben guardato dal dare consigli al suo predecessore Draghi, oggi a Francoforte, le cui imminenti decisioni riguardano il bivio decisivo tra austerità e sviluppo, grande interrogativo critico e autocritico uscito dalle elezioni europee. Con un occhio agli effetti della stretta europea e uno ai risultati di crescita (ora però in rallentamento) di USA, Giappone e Regno Unito, paesi che hanno una banca centrale con pieni poteri.
Ha solo detto che lo sviluppo degli investimenti sarà decisivo, visto che sono caduti in questi ultimi anni del 26% (ancor più quelli pubblici) e qui si è svelata la sostanza delle sue “considerazioni”, perché si è rivolto con forza a Banche e imprese. Quello che Bankitalia chiede nell’immediato è il rilancio degli “investimenti fissi”: infrastrutture pubbliche e strumenti di base dell’economia al servizio della piccola impresa. La produttività, che è la vera chiave per rispondere alla caduta del Pil (il -0,1 diventerà +0,4?), passa da qui.
Bankitalia sembra intenzionata a fare la sua parte, favorendo la liquidità, con accesso a prestiti in conto corrente, i più graditi dai piccoli, a fronte di una maggior libertà di accesso delle banche ad interventi BCE (per gli addetti ai lavori: il loro “collaterale”).
Ma c’è una cifra chiave su cui meditare: i 200 miliardi che mancano alla capitalizzazione delle imprese. Devono essere sottratti a quei 1400 miliardi che rappresentano l’esposizione (il debito) verso il credito. Lo sforzo deve essere fatto dagli imprenditori, anche con mezzi propri, perché il ricorso al credito bancario del 64% è davvero troppo elevato. Si spiega anche così il fatto che alle imprese italiane il denaro costi il 5% più che alle loro omologhe tedesche.
E’ un impegno severo, che si iscrive in un quadro in cui troppo forte è il peso sostenuto dalle banche (a loro volta gravate da una fiscalità pesante), alle prese con sofferenze in forte crescita (solo negli ultimi tre anni oltre 120 miliardi) e con bilanci riveduti e corretti dalla drastica pulizia voluta proprio da via Nazionale.
Un forte monito, insomma, per la classe imprenditoriale italiana, ancora restia ad allargare la partecipazione al capitale, come se fosse meglio avere come socio non occulto, oltre allo Stato, il proprio banchiere…

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