
di Giorgio Fruscione*
Lo scorso 19 gennaio, l’azienda ungherese operante nel settore petrolifero MOL ha firmato un accordo per comprare le azioni di maggioranza dell’Industria Petrolifera Serba, NIS, detenute dalla russa Gazprom.
Il gigante energetico controllato da Mosca deteneva oltre il 56% dell’azienda serba attraverso Gazprom (11,3%) e Gazprom Neft (44,9%). A gennaio 2025 la NIS era stata oggetto di sanzioni dell’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Dipartimento di Stato degli USA, che lo scorso ottobre ha definitivamente revocato la licenza operativa che dal terminale sull’isola di Krk/Veglia, in Croazia, approvvigionava la raffineria di Pancevo, in Serbia, attraverso l’oleodotto Janaf. Stando a quanto riportato dal presidente serbo Aleksandar Vucic, la MOL ha offerto fino a un miliardo di euro per diventare il nuovo azionista di maggioranza della NIS, al cui interno, come soci di minoranza, dovrebbero continuare a figurare lo stato serbo (che dovrebbe passare dal 30 al 35% delle azioni), e la società emiratina Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC). Entro il 24 marzo, termine entro cui Gazprom dovrà lasciare le quote di NIS, la transazione dovrà essere approvata dall’OFAC, che nel frattempo ha esteso la licenza di lavorare all’azienda petrolifera fino al 17 aprile.
Da un punto di vista geoeconomico e geopolitico, la vendita delle azioni di Gazprom è rilevante per almeno tre motivi. In primis perché scalza la Russia da un avamposto strategico in Serbia, uno dei suoi principali alleati politici in Europa. Poi perché il nuovo socio di maggioranza aumenta la propria presenza nei Balcani. E infine perché la Serbia, paese candidato all’adesione UE da 13 anni, si sta allineando, seppur indirettamente, alla politica estera dell’Unione di fermare le importazioni di energetici dalla Russia.
La Russia perde influenza?
Che Gazprom lasci la NIS è una notizia che scuote Belgrado più che Mosca. È vero che il settore energetico è uno dei principali pilastri dell’influenza russa nella regione, ma è anche vero che questo era già stato ridimensionato dai 20 pacchetti sanzionatori dell’UE, che avevano già avuto ricadute indirette su paesi terzi come la Serbia. La Russia incasserà un miliardo di euro da una società europea e lo farà mentre l’UE si affranca dai suoi prodotti energetici, segnando una vittoria simbolica per Mosca. Inoltre, la trattativa arriva in un momento cruciale per il destino dei mercati energetici, che paradossalmente potrebbe rinvigorire la posizione russa. A causa della guerra in corso, infatti, la chiusura dello Stretto di Hormuz ha portato molti paesi asiatici – che prima si approvvigionavano dalle monarchie del Golfo – a bussare alla porta del Cremlino, il cui petrolio potrebbe sopperire a quello che prima arrivava dalla regione.
Gazprom controllava la NIS dal 2008, quando il governo democratico del presidente Boris Tadic concluse l’affare con Gazprom, che comprò le azioni di maggioranza per 400 milioni di euro. Secondo Tadic, la vendita di NIS a Gazprom a un prezzo di favore era motivata sia da interessi energetici sia politici. In particolare, la Serbia sperava che in questo modo si sarebbe assicurata la garanzia della Russia che il progetto del gasdotto South Stream sarebbe stato realizzato attraverso il territorio serbo, e avrebbe altresì garantito la protezione di Mosca sulla questione del Kosovo.
In termini economici, quindi, a distanza di 18 anni la Russia dall’intero affare di compravendita ha registrato un guadagno netto. E questo investimento, oltre a garantire una situazione di monopolio energetico nel paese, ne ha favorito un altro, di tipo politico. In termini politici, infatti, il core business della Russia nei Balcani rimarrà il Kosovo, ovvero il sostegno alla sovranità di Belgrado sulla sua ex provincia meridionale. Ma anche questo aspetto è stato retoricamente manipolato a Mosca con obiettivi di politica interna e per giustificare le aggressioni nel suo vicinato, dando solo l’illusione che la Russia sia realmente dedicata a difendere gli interessi della Serbia. E, tornando al settore energetico, un test sulla salvaguardia russa degli interessi serbi potrebbe arrivare sempre a fine marzo, quando scadrà l’ennesima proroga del contratto per l’approvvigionamento di gas che Gazprom fa arrivare in Serbia a prezzi di favore. È possibile che la chiusura dell’affare petrolifero possa agevolare un ulteriore contratto a buon mercato per la fornitura di gas, ma la Serbia sarebbe già corsa ai ripari, con la diversificazione dei rifornitori. Il presidente Vucic ha detto che la Serbia sta già acquistando gas dall’Azerbaigian, attraverso la Bulgaria, e che la costruzione di un gasdotto verso la Macedonia del Nord, che consentirebbe al paese di accedere al gas naturale liquefatto proveniente dalla Grecia, dovrebbe iniziare quest’anno. Infine, rispetto a maggio 2022, quando venne siglato il contratto triennale attualmente in vigore, la fiducia tra Belgrado e Mosca potrebbe essere venuta meno, compromettendo la possibilità di ottenere sconti sul gas. In primis a causa delle armi e munizioni che la Serbia fa arrivare all’esercito ucraino attraverso rotte alternative, ma anche a causa dell’acquisto dei jet Rafale francesi, e da ultimo per la proposta di aderire all’UE rinunciando al diritto di veto.
Un punto a favore dell’Unione Europea?
La fuoriuscita di Gazprom da NIS, e possibilmente dalla Serbia, segna un punto a favore dell’Unione Europea, che in oltre quattro anni non era riuscita a far allineare Belgrado alla politica estera di Bruxelles facendole adottare sanzioni contro il Cremlino. Ora che i 27 sono prossimi alla fine delle importazioni di gas russo, questo potrebbe riguardare anche uno dei più importanti paesi candidati. Tuttavia, l’incertezza e l’instabilità provocate dalla guerra nel Golfo potrebbero nuovamente rivoluzionare i mercati energetici e compromettere la posizione dell’UE, che ora deve gestire le conseguenze di due guerre senza alcun orizzonte diplomatico.
Da un punto di vista economico, a guadagnarci sarà appunto la MOL. Oltre all’importante acquisto di NIS, il colosso ungherese – già presente in Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Montenegro, Serbia e Slovenia con decine di stazioni di rifornimento, nonché in Romania – estende la propria ramificazione energetica nella regione. Dal 2009, infatti, la MOL detiene il 49% delle azioni dell’Industrija nafte, INA, cioè la società petrolifera della Croazia, dove è proprietaria della raffineria di Rijeka/Fiume e del terminale di Omisalj/Castelmuschio. Ora diventerebbe proprietario anche della raffineria di Pancevo, a pochi chilometri dalla capitale serba.
Come si legge sul sito della società, “oltre ai progressi tecnologici della raffineria e all’ampiezza del suo portafoglio prodotti, anche la rete di distribuzione all’ingrosso, così come la logistica e la vendita al dettaglio di NIS si integrano perfettamente con il portafoglio regionale di MOL Group. L’azienda gestisce quasi 400 stazioni di servizio tra Serbia, Romania e Bosnia ed Erzegovina; di conseguenza, l’operazione potrebbe rafforzare ulteriormente la strategia di MOL fortemente orientata al consumatore”.
Infine, la questione si inserisce nella più ampia cornice della disputa diplomatica legata all’oleodotto Druzhba, che ancora riforniva Ungheria e Slovacchia di petrolio russo (gli unici paesi UE a riceverne) ma che nel tratto sul territorio ucraino sarebbe stato danneggiato a fine gennaio da attacchi russi. Secondo il governo ungherese di Viktor Orban, Kiev starebbe deliberatamente bloccando il flusso di petrolio verso l’UE, che dal canto suo chiede di poter fare ispezioni all’infrastruttura. Budapest ha anche minacciato di usare il potere di veto per bloccare le intese favorevoli all’Ucraina. Il caso Druzhba ha quindi messo in luce il rischio di dipendere da una sola rotta di approvvigionamento energetico che può interrompersi per ragioni politiche o di guerra e ha spinto Budapest a cercare vie alternative per garantire forniture di petrolio ai propri impianti di raffinazione e a rafforzare la propria autonomia energetica.
In conclusione, l’affare farà della società ungherese un leader energetico a livello regionale, garantendo autonomia al paese di appartenenza e contribuendo alla diversificazione dei paesi dei Balcani in cui opera.
Giorgio Fuscione
*istituto Ispi

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