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AVANGURDIA OPERAIA: a sinistra del Pci. Un libro per capirne genesi e storia.

Tra rivoluzione, “lumicino” e “complessità”. La parabola di uno dei movimenti più influenti e rappresentativi della nuova sinistra degli anni Settanta.

di Luciano Priori Friggi | 10 Gennaio 2022

Il clima che si respira in questo recente libro, “Volevamo cambiare il Mondo. Storia di Avanguardia Operaia 1968-1977” (Mimesis), scritto a più mani “da chi c’era” è, com’è logico aspettarsi, quello tipico di chi narra una grande avventura personale e politica che, pur finita con l’immancabile sconfitta, non solo non viene rinnegata ma ricordata con un misto di affetto e nostalgia.

Per certi versi richiama alla memoria un altro libro, che riscosse un buon successo di vendite quando uscì nel 1988, tutto incentrato sui tempi eroici dei movimenti rivoluzionari nati sul finire degli anni Sessanta, quel “Formidabili quegli anni” di Mario Capanna, dove si celebra “il più straordinario movimento giovanile della storia”.

Ho ricordato non a caso Capanna perché la sua vicenda politica si intreccia con la storia di Avanguardia Operaia (Ao) in due momenti decisivi, una prima volta nel ’73 quando il Movimento Studentesco della Statale di Milano, movimento di cui era diventato il leader, con il suo Servizio d’Ordine attacca, per questioni legate all’egemonia politica sugli studenti milanesi, quello di Ao (i “trotskisti”, loro “stalinisti/maoisti”)  ferendone  alcuni militanti, e una seconda volta più tardi quando divenne il segretario di Democrazia Proletaria, la formazione nata dalle ceneri di entrambe le formazioni politiche.

A raccontare come lo scontro con il SdO della Statale sia stato decisivo per Ao sono gli autori del libro, ricorrendo alla testimonianza di Luca Visentini: “Ma la svolta fu l’aggressione subita per mano del Ms della Statale il 12 dicembre 1973 in piazza Fontana […] le prendi, le prendi, reagisci”.

Ao dunque fa il grande passo. Struttura un SdO “serio” (“la polizia caricava e tutti scappavano meno il Sdo della Statale. Era ignominioso per Ao” ricorda Guido Morano). Ma ben presto la sua sostanziale autonomia dal resto dell’Organizzazione e la situazione politica particolarmente calda (scontri con i fascisti, strategia della tensione, timori di un colpo di Stato) innescarono una tale divaricazione interna e fughe in avanti che, almeno a mio parere, finirono per accelerare in modo drammatico la disintegrazione dell’intera impalcatura politica.

La morte del giovane neofascista Ramelli (“addestrato e palestrato”, ricorda Francesco Forcolini) a Milano, per le conseguenze di un’aggressione mirata di un gruppetto di militanti del SdO di Ao di Medicina, fu una tragedia nel gruppo, anche se il suo coinvolgimento era noto all’epoca solo a pochissimi dirigenti milanesi (tutti gli altri ne vennero a conoscenza solo con il processo negli anni Ottanta).

Racconta Basilio Rizzo: “Se io ero al di fuori di queste questioni, vuol dire che ne erano al corrente solo pochissimi. Io, come tutti, ero convinto che i responsabili fossero quelli del Casoretto”. E tuttavia un merito Ao ce l’ha, lo ricorda sempre Rizzo all’interno del bel saggio sul SdO di Paolo Miggiano: “eravamo sempre preoccupati per il SdO, cercavamo di tenerli a freno, e ci siamo riusciti, i nostri non sono mai finiti nella lotta armata”.

Verissimo, e questo è forse il merito più grande che può essere rivendicato da chi spese tanto tempo in discussioni, formazione politica e opera di persuasione. E tuttavia nel ’77 a sparare nelle piazze erano in tanti, carabinieri, polizia, rivoluzionari, fascisti, “il Sdo di Ao, formato da centinaia di compagni dotato di armi improprie […] non ha più senso” (Miggiano) e viene sciolto, quasi in contemporanea con la fine stessa di Ao che è, appunto, del ’77.

Ma andiamo con ordine. L’uscita del libro sicuramente colma una lacuna. Non che se ne sentisse impellente il bisogno, le nuove generazioni neppure sanno della sua esistenza. Ma tra coloro che sono stati giovani in quegli anni e che hanno militato, pieni di ideali e di voglia di “cambiare il Mondo”, come ricorda il titolo, Ao ha un posto ben preciso nella memoria e, per decine di migliaia di militanti, nel proprio “vissuto”, che allora si chiamava più semplicemente impegno politico. Che però si intrecciava, appunto col “vissuto” perché, come viene ricordato in più parti del libro, privato e politico erano tutt’uno, nel senso che la militanza non ammetteva distrazioni, non ce n’era neppure il tempo.

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Cesare Cerea: “Si viveva insieme 24 ore al giorno. Non eri mai a casa. C’era una manifestazione ogni sabato. Stavi al ciclostile a stampare i volantini, ne uscivi nero d’inchiostro, poi andavi a dare i volantini alla Pirelli”. E dovevi alzarti la mattina prestissimo. Tutti i giorni così: “Era una vita totalizzante, ma anche bella”. Totalizzante è la parola giusta, non a caso tante volte evocata. Ma solo per chi l’ha vissuta e subita –perché ne rimase travolto senza scampo– tale esperienza ha un senso e un posto speciale, epocale, per tutti gli altri probabilmente è ingenuità, follia, tempo perso, se non peggio.

Torniamo al volume. Prendendolo in mano la prima impressione è molto positiva. Da autore di libri, e per un breve periodo anche editore, ho subito apprezzato la veste grafica, il formato, la copertina coi risvolti, la struttura generale e l’accuratezza dell’impaginazione.

Giovanna Moruzzi, militante di Ao della prima ora, nella Prefazione racconta come, arrivata all’età della pensione, “tornata indietro  con il pensiero a quei tempi […] mi guardo intorno in cerca della documentazione sull’organizzazione […] inesistente: su Avanguardia Operaia nessuno ha scritto niente […] decido allora di mettermi in gioco”. Prende corpo una ricerca che coinvolge con  interviste gran parte dell’allora gruppo dirigente, più altri militanti ai vari livelli della struttura. Il tutto ben supportato da tre “esperti” in fatto di gestione, organizzazione e scrittura di libri complessi come Roberto Biorcio, docente universitario e per tutta la sua storia uno dei massimi dirigenti di Ao, Matteo Pucciarelli, giornalista (i due sono coautori dell’Introduzione) e Fabrizio Billi, ricercatore.

Il primo contributo è dello stesso Biorcio, “I Movimenti, la Nuova Sinistra e Avanguardia Operaia”, un inquadramento generale del periodo storico e del ruolo di Ao. Si succedono poi gli approfondimenti dei vari aspetti che caratterizzarono l’attività dell’organizzazione, i Cub (Franco Calamida), gli studenti (Marco Paolini), il femminismo (Grazia Longoni), le lotte sociali sul territorio (Claudio Madricardo), la cultura (Vincenzo Vita), l’antifascismo e il Servizio d’Ordine (Paolo Miggiano), l’intervento politico nelle forze armate (Alberto Madricardo).

Non c’è spazio qui per una disamina dei vari argomenti. Solo qualche notazione e curiosità. Militanti e dirigenti di Ao erano conosciuti come i “professorini” (Giovanni Lanzone), ma il termine non aveva un tono di scherno, a sottolineare la distanza dal mondo reale, ma esattamente il contrario, registrava una delle caratteristiche salienti del gruppo, la continua interazione tra esperienza concreta e riflessione teorica, supportata da un’intensa formazione di tutti i militanti. Uno dei motivi per cui il ’68 italiano sfociò nella nuova sinistra lo si deve anche al fatto che, a differenza di altri paesi, il Movimento non si esaurì con la fiammata studentesca sessantottina. Avanguardia Operaia dal canto suo si impegnò “tra gli operai e tra i tecnici di molte fabbriche, nelle scuole e nelle facoltà universitarie, così come nei quartieri delle principali città”. E si radicò nelle fabbriche, non solo nelle scuole, facendo leva sui Cub, i Comitati Unitari di Base, organismi nati spontaneamente nelle varie realtà di lotta, in cui si ritrovavano gli elementi più combattivi, di cui Ao fu il principale assertore. Si dotò anche di un giornale, Il Quotidiano dei Lavoratori, il terzo dell’ultrasinistra dopo Lotta Continua e Il Manifesto.

Ao fu una “via di mezzo” tra l’avventurismo, sfociato poi nella lotta armata, e lo spontaneismo, alla Lotta Continua. Una “formazione colta” che insegnava ai suoi militanti i principi del marxismo, senza per questo ridurli a dogma. La stessa rivoluzione, di cui tanto si parlava ovunque, di fatto non venne mai messa all’ordine del giorno, anche perché nessuno si preoccupò di definirla nei suoi contorni concreti. Forse la migliore percezione delle differenze tra le varie anime della Nuova Sinistra nel libro emerge dal passo in cui è riportato il giudizio di un esterno, un sindacalista allora molto noto, Sandro Antoniazzi, segretario della Fim-Cisl milanese, l’organizzazione di punta del sindacalismo italiano: “Ao era l’unico gruppo che aveva un rapporto con la realtà operaia… La loro rivista era interessante… c’erano questi ragionamenti: l’aumento uguale per tutti, la parità operai impiegati, la riduzione dell’orario di lavoro. Avevamo molte affinità. Erano gli unici con cui le avevamo. Il Ms non faceva che parlare per proporre la linea stalinista. Quelli di Lc erano fuori di testa. Con quelli di Ao ragionavi“.

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Ao tentò anche di diventare meno seriosa sviluppando un intenso programma di attività culturali. Ma qui non anticipo altro e rimando alla gustosissima ricostruzione –anche per gli accenni di gossip rivoluzionario– che ne ha fatto Vincenzo Vita.

Rovistando nel mio bagaglio politico-culturale non posso fare a meno di applicare anche ad Ao la nota distinzione tra mezzi e fini, di machiavelliana memoria.

Erano chiari i fini? Erano adeguati i mezzi?

Probabilmente no, visto che si decise di sciogliere l’organizzazione.

Oltre che per la ragioni accennate, l’epilogo fu anche frutto di una spaccatura interna. La scelta di presentarsi alle elezioni (’76) con altri gruppi della Nuova Sinistra non produsse risultati degni di nota: a capitalizzare tanto lavorio tra le masse in termini elettorali fu infatti il Pci, anche se in Parlamento si riuscì a far eleggere un pugno di deputati.

Come se non bastasse, il Pci giocò duro dal lato del reclutamento, offrendo ai militanti della Nuova Sinistra –sempre più in crisi, compresi quelli di Ao– una prospettiva di inserimento ben più stabile e strutturato nelle realtà politiche e sociali.

Ao si trovò a dover fare i conti con la sua storia, l’essere nata cioè come organizzazione legata alle lotte concrete dei lavoratori e degli studenti per poi impegnarsi su obiettivi più politici, come la messa fuori legge del Msi, senza avere però le forze e le alleanze sufficienti per raggiungere l’obiettivo.

Si creò un cortocircuito. Le manifestazioni contro lo “Stato forte”, la denuncia dei tentativi golpisti (“una volta il Pci ci avvertì che c’era in gestazione un golpe e organizzammo la clandestinità” per i dirigenti, nel senso che dormirono fuori casa per alcuni giorni – De Toni) e delle collusioni tra frange delle forze dell’ordine e dell’eversione di destra, il parossismo degli scontri di piazza, degli assalti alle sedi fasciste, lo stillicidio dei morti, restrinsero il suo raggio d’azione costringendola di fatto a muoversi entro un’alternativa secca: quella che vedeva da una parte protagonista il SdO, con i connessi problemi di salvaguardare l’organizzazione da uno scivolamento verso una sua “militarizzazione”, dall’altro la pressione del Pci, che non esitò con Enrico Berlinguer (si scoprì poi che il partito comunista aveva degli infiltrati in Ao) a cercare un accordo con la Dc di Moro (con cui si incontrò) per mettere fuori  legge o comunque ridurre a più miti propositi Ao in particolare, più che il Msi (il Pci sapeva -grazie alle sue fonti riservate- chi era stato a organizzare l’agguato a Ramelli, finito nel peggiore dei modi, e ne nacque una campagna di stampa per mettere fuori legge l’organizzazione). Insomma è in questi frangenti che si crea l’ “occasione” per sostanziare di accordi concreti il “compromesso storico” (tra cui l’introduzione del fermo di polizia, come al tempo del fascismo), con Berlinguer che si premurò di rassicurare gli americani circa la propria disponibilità a frenare la piazza (c’è da aggiungere che Ao in particolare si impegnò anche tra i soldati e ufficiali, creando organismi democratici che sfilarono a Milano, notizia arrivata sul tavolo del Presidente Usa per il tramite della Cia, come si è visto molti anni dopo con la pubblicazione dei documenti del servizio di intelligence americano). Nel marasma generale di metà anni Settanta, l’opinione pubblica premiò la stabilità e penalizzò gli estremismi. L’avventura elettorale del ’76 alle elezioni politiche nazionali, con l’accordo tra Ao, Lotta Continua, Pdup e il Movimento lavoratori per il socialismo non andò oltre un consenso del 1,5%.

Che fare? Ao, dicevo, si spaccò in due tronconi, da una parte si collocò quello che vedeva l’allora segretario Vanghelis Oskian (o Aurelio Campi, come si faceva chiamare) ragionare in termini di “complessità” e dall’altra il grosso dell’organizzazione che si riconobbe in Luigi Vinci, assertore del “lumicino”. Insomma, di fronte alla crisi economica, al riflusso delle lotte di fabbrica, all’insorgenza del terrorismo di sinistra, ai timori di una reazione golpista, al compromesso storico, cui si aggiunse il femminismo –elemento di rottura anche all’interno di Ao, Lc, ecc.–, giocare a tutto campo come auspicava Oskian, con un’attenzione particolare al rapporto col Pci, oppure coltivare il proprio orticello ideologico/organizzativo in attesa di tempi migliori.

La piccola fiaccola del marxismo, il “lumicino” , si raccolse in Democrazia Proletaria che decollò tra il ’77 e ’78, riuscendo a sopravvivere solo di due anni alla caduta dell’odiata Unione Sovietica. Il SdO era stato sciolto, il tempo della piazza e della “forza” era finito –Vittorio Foa, padre nobile della nuova formazione, inviterà i militanti a manifestare con le mani alzate, e non mancheranno i richiami a Gandhi– mentre una nuova stagione politica stava per aprirsi. Ad inaugurarla se ne incaricheranno le Brigate Rosse con un evento impensabile, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. La “complessità” cercò invece spazi nell’alleanza con il Pdup-Pc di Lucio Magri, insomma quelli del Manifesto che negli anni Ottanta finirono per fiancheggiare il Pci.

È difficile trovare tracce nella politica odierna di quella stagione che vide idealità e speranze fiorire e sfumare nel giro di pochi anni. Anche senza considerare il contesto generale, lo  pseudo-bipolarismo degli ultimi 20/30 anni ha lasciato poco spazio a esperimenti di scarso peso elettorale, mentre il collante ideologico è stato liquefatto dalla dimensione cosmica assunta dalla tecnologia.

In fondo però l’esperienza di Ao un’eredità l’ha lasciata: l’idea che qualcosa di imprevisto possa sempre accadere, che la realtà si rimetta in moto stimolando tra i giovani una nuova voglia di “cambiare il mondo” … con l’inevitabile emersione ad un certo punto dell’alternativa tra “complessità” e “lumicino”, mai del tutto consegnata alla storia.

Luciano Priori Friggi

Facebook: https://www.facebook.com/luciano.friggi/
Twitter: https://twitter.com/priorifriggi

Nota: le foto pubblicate sono di proprietà dell’autore, tranne l’immagine riportata anche in copertina.

Pubblicato in : Primo pianoTag: Alberto Madricardo, aldo moro, anni, anni settanta, Aurelio Campi, autori, Avanguardia Operaia, bipolarismo, brigate rosse, Claudio Madricardo, compromesso storico, Fabrizio Brilli, Franco Calamida, Giovanna Moruzzi, Giovanni Lanzone, Grazia Longoni, Luciano Priori Friggi, Luigi Vinci, Marco Paolini, Mario Capanna, Matteo Pucciarelli, Paolo Miggiano, Roberto Biorcio, Vanghelis Oskian, Vincenzo Vita

Info Luciano Priori Friggi

Laureato in Scienze Politiche, ha insegnato a lungo in Master post-laurea e tenuto corsi presso l’università di Perugia. Giornalista economico e politico. Ha pubblicato “Ricominciare da Bastiat”, “Briganti contro l’Italia”, curato “Machiavelli teorico delle crisi” (con Introduzione e Intervista a S.Bertelli), “Dante” di M. Monnier (Traduzione e Postfazione).

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