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Attualità di Giacomo Matteotti

di Walter Galbusera | 22 Giugno 2014

In occasione del 90° anniversario dell’uccisione di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) numerose sono state le iniziative per ricordare la figura del martire socialista. Matteotti non fu solo un coraggioso combattente per la libertà, fino alle estreme conseguenze. Fu politico di grande spessore che seppe unire all’azione concreta una lucida capacità di pensiero e di studio ancora oggi attuali. Al riguardo pubblichiamo un breve scritto di Walter Galbusera, presidente della Fondazione Anna Kuliscioff, tratto da Critica Sociale.

giacomomatteottiLe figure come Giacomo Matteotti rimangono nella memoria collettiva dei popoli come simboli di dignità della politica che sa assumersi le proprie responsabilità  sapendo di pagarne le conseguenze. A novantanni dalla sua scomparsa la figura e l’opera di Giacomo Matteotti  vanno ben al di là  delle drammatiche  circostanze della sua morte che   rimane  un incancellabile oltraggio all’ideale di una società libera e ricca di sentimenti di emancipazione sociale.   Dalla sua vita e dai suoi scritti emergono con chiarezza le caratteristiche straordinarie di un uomo che univa passione politica, intransigenza morale, elevata competenza professionale, alto senso di responsabilità soprattutto nei momenti più difficili. Sarebbe riduttivo limitare la sua figura politica alla sua battaglia antifascista che lo portò consapevole a mettere in gioco la sua stessa vita. Molti dei suoi scritti appaiono più che mai attuali. Le sue idee potevano non essere condivise ma erano sempre sostenute da argomentazioni razionali. Ciò che più colpisce nel pensiero e nell’azione di Matteotti è il suo rigore di una linea politica che non ammette compromessi sui principi.  Matteotti non si esercitava sulla retorica dei miti di una rivoluzione a cui peraltro la sinistra italiana era del tutto impreparata.  Anche per questa sua lucidità di analisi fu giudicato da Antonio Gramsci dopo la sua morte  come “cavaliere del nulla ma tenace  sostenitore ,fino al sacrificio di sé ,di un’idea  senza via d’uscita ”.  Evidente  l’incomunicabilità tra comunisti e socialisti, che peraltro lo stesso  Matteotti aveva sottolineato senza incertezza.   Piero Gobetti lo definisce un  “volontario della morte”,  e lo descrive come ” aristocratico nello stile,  cresciuto con l’istinto della lotta dura e con la dignità del sacrificio, ostile alla demagogia e alla ricerca di tesi concilianti”. Nelle lotte contadine del suo Polesine, veniva visto come un traditore dagli agrari che gli ricordavano  le proprietà terriere di famiglia. Matteotti perseguiva obiettivi  concreti per la difesa dei salari e il collocamento della manodopera  attraverso una gradualità  alternativa ai  programmi di rivoluzionarismo inconcludente del “sindacalismo isterico”. Riusciva sempre a trasportare la discussione su un terreno concreto di capacità di iniziativa.Per un socialista la sua severità amministrativa poteva apparire paradossale.  Era considerato una sorta eretico, guardiano della rettitudine politica, sempre pronto alle  battaglie più difficili e a pagare di persona.  Per  Giacomo Matteotti la vera rivoluzione si sarebbe realizzata quando i lavoratori avessero imparato, “non per decreto né per ribellione”, a gestire  la cosa pubblica.

Pubblicato in : Primo piano

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