
Stiamo assistendo ad un profondo cambio di narrativa rispetto al conflitto mediorientale e alla guerra in Ucraina. Sinora la guerra informativa promossa dall’ Iran e dai suoi proxi era diretta a demonizzare ogni aspetto (e non solo gli eccessi che sarebbe controproducente negare) della reazione israeliana al 7 ottobre. L’ obiettivo sinora era far dimenticare la crudelta” di Hamas mettendo il piu’ possibile in ombra la ferocia con cui Hamas ha scatenato la gueŕra del terrore contro Israele. Anche sull’ Ucraina le innumerevoli campagne di “dezinformatsiya” promosse dagli esperti di comunicazione dal Cremlino hanno seguito una analoga strategia di depistaggio analoga:: ribaltare la realta’ dei fatti rovesciando sulla vittima le responsabilita’ dell’ aggressore.
In questi giorni si assiste, invece, ad un salto di qualita’ sul piano della comunicazione polutica che non si deve assolutamente sottovalutare. L’ obiettivo e’ decisamente piu’ ambizioso. Con sofisticate tecniche di comunicazione si cerca di dare piena legittimita’ politica ad Hamas e ad Hezbollah accreditandone l’ immagine internazionale come “eroici” movimenti di resistenza. Una prova macrocospica di questa tendenza si e’ avuta pochi giorni fa in Italia su RAI 1. La liberta’ di stampa e’ sacra, ci mancherebbe altro. Ma presentare in prima serata una intervista senza contaddittorio ad un leader di Hamas dalla Turchia non mi pare (lo dico con il massumo rispetto) un grande esempio di professionalita’ giornalistica.
Un altro esempio viene da Genova. Tutti i giornali e le televisioni riportano la notizia che il corteo Pro-pal di venerdi’ scorso era guidato dall’ attivista brasiliano Thiago Avila, leader della Global Fottila. Peccato che i media omettano completamente di raccontare quali sono le sue idee. Avila ha dichiarato piu’ volte pubblicamente di sostenere l’ organizzazione terroristica Hezbollah e di essere ispirato dal pensiero e dall’ azione di Nassarallah. Ha anche partecipato ai suoi funerali. Perche’ l’ opinione pubblica italiana non deve saperlo? Criticare il governo Netanyau e’ una cosa, ammorare ed esaltare il terrorismo e’ ben altra.
Per quanto riguarda, invece, l’ Ucraina il recente incontro di Vikror Orban al Cremlino ha offerto il palcoscenico perfetto per l’ immagine moderata e paternalistica che in questi giorni Vladimir vuole dare di se. Mentre centinaia di missili e droni contnuano a colpire le citta’ dell’ Ucraina Putin sta cercando ,infatti, di indossare le vesti del negoziatore diplomatico sinceramente interessato a incontrare Witkoff a Mosca per trovare una soluzione di pace. Per rafforzare questo messaggio la propaganda russa cerca per l’ ennesima volta di gettare fango sull’ immagine di Zelensky, come un pazzo irragionevole circondato da una banda di corrotti. Nessuna testata giornalistica o televisiva, pero’, mette in evidenza che indagini indipendenti come quelle avviate da Kiev indicano che – nonostante la legge marziale – l’ Ucraina e’ una societa’ aperta in cui operano anticorpi efficaci, del tutto inimmaginabili a Mosca. Troppi osservatori dimenticano, inoltre, che la Russia e’ stata caratterizzata nell’ ultimo decennio da un processo esponenziale di involuzione autoritaria. Ai tanti smemorati ricordo che nel 2013 Alexej Navalny prese il 27% alle elezioni municipali come candidato al ruolo di sindaco di Mosca. Ma dieci anni dopo, Navalny – unico vero oppositore di Putin – morira’ ( era il 16 febbraio del 2024 )in una colonia penale sopra il circolo polare artico.
La disinformazione, caro Direttore, non si combatte inseguendo le singole fake news attimo per attimo. Troppo spesso il fact-chekhing si riduce ad uno sforzo inefficace in cui si disperdono tante energie. Cio’ che serve viceversa e’ una contronarrativa solida perche’ fondata su evidenze empiriche incontrovertibili, anche se ignorate dai piu’. E In questa prospettiva anche il linguaggio deve cambiare. In questa logica il terrorismo di Hamas e Hezbollah deve essere combattuto senza se e senza ma. E’ poi caro Direttore basta parlare di autocrazie. La Russia e l’ Iran sono dittature punto e basta.
Marco Mayer

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