La sentenza sui 147 iscritti alla FIOM merita una risposta di tutto il sindacato.

Questi i fatti, a seguito di una sentenza emessa dal Tribunale di Roma. Sentenza rispetto alla quale il Gruppo automobilistico torinese ha già annunciato il ricorso in appello: come dire “la guerra continua”.
Ci si chiede: è possibile che un Gruppo che ha dilatato la propria influenza sul piano intercontinentale, che insegue progetti di sviluppo di dimensione mondiale, possa poi – nei suoi comportamenti concreti in Italia – affidarsi a pratiche tutto sommato meschine nelle proporzioni e obiettivamente provocatorie nella sostanza?
La domanda non è peregrina sia se la si collega al contesto di altre decisioni assunte dal Gruppo (vedi l’uscita di FIAT da Confindustria), sia se si analizzano in modo meno sbrigativo dichiarazioni e prese di posizione, recenti o anche più datate, che di volta in volta vengono presentate dai massimi esponenti del Gruppo torinese.
Ricomponendo insieme le varie tessere del mosaico si intuisce, infatti, che il disegno perseguito da Marchionne acquista una valenza complessiva, e che tutto è meno che la somma di singoli provvedimenti estemporanei.
L’obiettivo vero è estremamente alto ed ambizioso: ridisegnare completamente le relazioni industriali e sindacali nel nostro Paese. E ridisegnarle mettendo al centro interessi datoriali da non discutere, e ruoli sindacali di semplice supporto al libero dispiegamento di tali interessi, che reclamano massima libertà di azione, ammorbidimento o eliminazione di vincoli contrattuali, imbrigliamento in forme sempre più cogenti della conflittualità. Il tutto sostenuto dal ricatto sempre incombente delle delocalizzazioni di impresa verso lidi più accondiscendenti e più remunerativi.
Se non fosse questa la vera posta in gioco sarebbe veramente far torto all’intelligenza del management FIAT soffermarsi solo alla superficie del singolo provvedimento, come questo del ricorso contro la riassunzione di 147 lavoratori, una specie di goccia nel mare per quanto rappresenta la FIAT. Oltretutto scontando, con questa decisione un ritorno negativo di immagine di enorme portata, soprattutto in costanza di una crisi profonda del mercato automobilistico che risulta, proprio per la FIAT, particolarmente penalizzante.
I contenuti, e la entità, di questa sfida si fanno ogni giorno di più nitidi e chiamano l’intero movimento sindacale – non solo la FIOM, e non la sola CGIL – ad un superiore sforzo di elaborazione, ad una presa di consapevolezza capace di salvaguardare nel contempo gli interessi del processo produttivo ed i diritti contrattuali dei lavoratori.
Se esiste – come esiste – un disegno datoriale articolato, complesso, ambizioso ad esso deve contrapporsi un altro disegno: pensato, elaborato, profondo. E, soprattutto, unitario.
Affermare che nessuna organizzazione sindacale può pensare di vincere questa sfida da sola è, più che logico, scontato.
E – al di là delle singole ragioni di ognuno, che ci sono, ed anno anche una loro validità – è comunque fuori discussione che per la FIAT e Marchionne aver potuto “scegliersi” gli interlocutori abbia rappresentato un privilegio negoziale assolutamente favorevole.
Ora la sentenza di condanna e l’annunciato ricorso FIAT possono riproporre due scenari: o la continuazione del duello FIAT-FIOM, oppure la scelta sindacale – a partire dalla sentenza contro le discriminazioni – di ricondurre le relazioni industriali e sindacali entro l’alveo di una negoziazione corretta, moderna, capace di gestire fisiologicamente i gravi problemi dell’attualità e di disegnare positivi sviluppi per il futuro.
Noi siamo decisamente per questo secondo tipo di scelta.

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