
Il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo scorso ha rappresentato un segnale in controtendenza rispetto al crescente astensionismo che caratterizza ormai da anni la vita democratica italiana. Un’affluenza attorno al 60% può apparire incoraggiante, ma se letta nella sua profondità, non tocca la sostanza del problema: più di un terzo del corpo elettorale continua a non votare, e ciò mina alle fondamenta la legittimazione stessa di chi governa.
Non si tratta di un fenomeno marginale. È l’indicatore visibile di una crisi di sistema, di una democrazia che ha perso contatto con la propria base sociale e con i meccanismi di partecipazione che la sostenevano. Chi oggi ricopre incarichi istituzionali, spesso, non dispone più di quella legittimità popolare sostanziale che dovrebbe essere alla radice di ogni mandato elettivo. E tanto meno appare in grado di affrontare, con la credibilità necessaria, le trasformazioni epocali che il Paese si trova ad affrontare.
Le cause di questa deriva sono molteplici e intrecciate.
Alla sempre più scarsa preparazione politica e amministrativa della classe dirigente si è aggiunta una degenerazione tribale della vita pubblica, dove l’avversario non è più un interlocutore ma un nemico da abbattere.
La cultura del confronto e della costruzione è stata sostituita dalla logica dell’annientamento reciproco, funzionale solo a logiche mediatiche e di potere.
In questo contesto, il voto appare sempre meno come un atto di partecipazione alla cosa pubblica e sempre più come un rituale svuotato.
C’è chi pensa che, poiché i sondaggi mostrano spesso risultati scontati, “non valga la pena andare a votare”: un pensiero pericoloso, ma rivelatore di un sistema politico che ha smesso di incidere sulla realtà.
A peggiorare il quadro è intervenuto lo scellerato referendum costituzionale sulla riduzione dei parlamentari, voluto dal Movimento 5 Stelle e approvato in un clima di disinformazione populista.
Il taglio dei seggi avrebbe potuto essere occasione per una riforma organica del sistema istituzionale, ma così non è stato.
Si è ridotta la rappresentanza senza aumentarne l’efficacia, spezzando ulteriormente il legame tra eletti ed elettori e aggravando la distanza tra Stato e cittadini.
Oggi, a più livelli, chi siede nelle istituzioni non rappresenta più comunità reali ma quote numeriche di consenso o, peggio, fedeltà personali.
È la riproposizione, in chiave moderna, di un vassallaggio politico: il potere viene concesso non per merito o scelta popolare, ma per appartenenza e devozione al capo di turno.
Il paragone con il sistema feudale non è semplicemente una metafora.
Come nel Medioevo il vassallo riceveva dal signore un feudo in cambio della fedeltà armata, così oggi il parlamentare “nominato” ottiene il proprio seggio come beneficio, non come mandato.
La spada del signore è diventata la lista bloccata, il cavallo la visibilità garantita dai media, e la fedeltà politica si sostituisce all’impegno verso i cittadini.
Da trent’anni a questa parte, la politica italiana ha conosciuto un progressivo svuotamento della democrazia interna ai partiti, con segreterie trasformate in piccole corti assolute, impermeabili al dialogo e dedite alla perpetuazione del potere.
Si è così costruito un sistema che disincentiva la partecipazione e alimenta l’idea che “decidano sempre gli altri”.
Ma forse era proprio questo l’obiettivo implicito: far decidere in pochi, scoraggiando la democrazia di molti. Oggi, le lamentazioni di chi rimane escluso dalle liste o dalle candidature – spesso parte di quello stesso mondo che ha voluto leggi barocche e oligarchiche – suonano come una nemesi perfetta.
Dietro l’illusione della “rivoluzione” populista si è affermata una narrazione tossica: quella di una democrazia che può funzionare senza partiti, senza selezione della classe dirigente, senza competenze.
L’idea dell’“uomo qualunque” elevato a rappresentante del popolo, se sradicata da formazione e responsabilità, è diventata il cavallo di Troia dell’inconsistenza.
I risultati sono davanti agli occhi di tutti: un progressivo impoverimento del dibattito pubblico, un’informazione concentrata nelle mani di pochi potentati economici e finanziari, una giustizia spesso tentata di sostituirsi alla politica, e un’opinione pubblica disorientata, tanto incline all’odio quanto incapace di progettare il futuro.
È il trionfo dell’immediatezza sull’analisi, del consenso sull’idea, dell’apparenza sulla sostanza.
La via d’uscita non può essere quella di assecondare la deriva, né tantomeno di rifugiarsi in soluzioni tecniche come il voto online, utile forse per semplificare, ma non per restituire senso alla partecipazione.
Servono nuove regole istituzionali ed elettorali che ricostruiscano un rapporto diretto fra cittadini e rappresentanti, garantendo a chi vota di contare davvero.
Tre sono i passaggi indispensabili:
- Un sistema elettorale proporzionale, fondato sull’espressione delle preferenze: il cittadino deve poter scegliere chi lo rappresenta, non subire i nominati dai vertici.
- Il ritorno ai collegi territoriali della Prima Repubblica, dove il parlamentare era responsabile di fronte agli elettori del proprio territorio e non alla segreteria centrale.
- La rinascita dei partiti come luoghi di democrazia reale, di ascolto, formazione e confronto, non come mere macchine di potere personale.
Solo un simile percorso può invertire la logica feudale che ha colonizzato le istituzioni e restituire al Parlamento la sua funzione originaria: essere il luogo della rappresentanza e del dialogo.
Eppure, nonostante tutto, esistono segnali di speranza.
In molte realtà locali nascono movimenti civici, esperienze di amministrazione partecipata, laboratori politici distanti dalle logiche di potere e vicini ai problemi concreti. È il civismo riformista che si fa laboratorio di una nuova cultura pubblica, basata sul merito, sulla responsabilità e sull’impegno sociale.
Questa ripartenza dal basso non è semplice utopia: è la premessa necessaria per ricostruire la fiducia smarrita.
Perché senza fiducia non c’è democrazia, e senza partecipazione la libertà stessa si inaridisce.
Non più vassalli né valvassori, non più cittadini sudditi di liste bloccate e capi carismatici. È tempo di tornare alla modernità della democrazia partecipata, quella che dà ai cittadini il diritto di scegliere e ai rappresentanti il dovere di rispondere. Solo così la Repubblica potrà ritrovare la sua voce, e il voto tornare ad essere, per tutti, un gesto di libertà e di fiducia nel futuro.
Francesco Carbini

Dal 1993 in poi sono state introdotte leggi elettorali incostituzionali. La nostra Costituzione, infatti, prevede un sistema proporzionale puro.
Lo svuotamento della democrazia in Italia nasce allora, subito dopo l’abbattimento dei partiti di governo e storici.
Fu un segno che qualcosa stava cambiando in peggio. E che non fu solo fenomeno italiano, ma europeo. Una americanizzazine della politica funzionale ai potentati economico finanziari e alle lobby.
E ciò andava di pari passo con la distruzione dello stato sociale, con particolare riferimento al settore dell’istruzione.
Una classe dirigente più ignorante e sciocca, insomma, è più facilmente manipolabile dall’alto.
Personalmente ho smesso molti anni fa di fare politica attiva in questo Paese e anche di andare a votare. Perché le regole solo truccate.
E non ho mai smesso di denunciare che le regole sono truccate a monte.
Però sono molto pessimista. Senza formazione politica non si va da nessuna parte. Senza politici liberi dalle logiche dei potentati internazionali non si va da nessuna parte.
Il fatto che anche Conte si stia allineando a determinate posizioni ce lo dimostra una volta di più.
In Italia non ci sono né i Sanchez né i Robert Fico. C’è Di Battista, ma se tornasse in politica o lo marginalizzerebbero o dovrebbe adeguarsi anche lui.
Bettino Craxi ci provò ad opporsi, ma sappiamo tutti che fine ha fatto.
Oggi vengono a prelevare direttamente i Presidenti a casa. Li accusano di narcotraffico e se li portano via.
Ma è storia che, drammaticamente, viene da lontano.
Ma noi pensiamo di vivere in realtà “democratiche”. Certo….