In molti hanno avvertito nei giorni scorsi la sorpresa del Presidente della Repubblica nel dover constatare come basti la caduta della pioggia di poco superiore alla media,per procurare i dissesti idrogeologici del territorio che sono apparsi agli occhi di tutti attraverso le immagini televisive.
Certo c’è stata la violenza della natura , ma c’è stata anche,e soprattutto,come ha osservato il Presidente, l’incuria dell’uomo.
Ma, ancor prima dell’incuria, l’uomo ha dimostrato tutta la sua scempiaggine quando,scegliendo la strada dell’ideologismo antistatale purchessia, ha annientato gli uffici periferici di settore, col risultato di vedere poi trasferite le competenze di tali uffici, a Comuni, Provincie ed anche alle Comunità Montane.
Cosa ha significato questo ? Che strutture periferiche dello Stato che avevano alle spalle un’esperienza secolare e un patrimonio umano fatto di rigore impegno ,professionalità, come il genio civile e l’ispettorato forestale, sono state sostituite, per effetto della delegazione della Regione, con gli enti esponenziali che, quanto alla prevenzione dei dissesti idrogeologici, non avevano alcuna esperienza,ed anzi,se si fa riferimento ai Comuni, avevano dimostrato,con la redazione dei piani regolatori di non tenere in alcun conto ,tranne poche eccezioni, il vincolo idrogeologico.
Eppure il genio civile e l’ispettorato forestale in quanto strutture amministrative di settore, avevano, fino alla loro soppressione, provveduto a realizzare, di concerto tra loro, e giovandosi anche dell’apporto dell’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali, un’azione fondamentale di difesa del suolo, quella cioè della sistemazione dei bacini montani attraverso un piano delle opere a totale carico dello Stato, di assoluta rilevanza ai fini della difesa idrogeologica, ma alla quale però, col decollo dell’ordinamento regionale, non si è più dato seguito.
Ma se è vero che le funzioni in materia di difesa del suolo sono state trasferite alle Regioni, è altrettanto vero che queste non hanno dislocati sul territorio propri uffici, come invece si verifica per lo Stato,in generale in corrispondenza della dimensione spaziale provinciale. Non esistono insomma uffici regionali a Massa Carrara, Siena ,Grosseto Arezzo, Livorno ecc., poichè la Regione gestisce le funzioni amministrative delegandole,ed oggi,dopo la riforma del titolo V della Costituzione,conferendole , a Comuni ,Provincie,Città Metropolitane( non ancora costituite) ed anche a Comunità Montane, per quanto queste non siano previste in Costituzione.
Non di rado le funzioni non sono attribuite unitariamente ossia nel loro complesso, ma in modo frammentato tra questi diversi enti, con l’effetto che esse finiscono col sovrapporsi o intersecarsi tra loro, per cui il servizio pubblico si burocraticizza e si appesantisce, invece di snellirsi, in danno dell’efficienza del medesimo. Di certo la triste esperienza dei dissesti idrogeologici di questi giorni ha colto le Provincie, quanto i Comuni, in una condizione di debolezza strutturale e quindi impreparati di fronte a fenomeni alluvionali.
Eppure l’idea madre che guida l’azione riformatrice della Pubblica Amministrazione da parte del Governo, si limita a trasferire “tout court” le competenze dallo Stato agli Enti Locali, senza porsi il problema della loro efficienza amministrativa nè, tantomeno,dei costi ai quali essi vanno incontro con la strutturazione degli uffici e l’assunzione di nuovo personale, non infrequentemente raccogliticcio.
Del resto basterebbe porre mente ai centri di potere costituiti da circa ottomila Comuni, tanti infatti sono nel nostro Paese i Comuni- alcuni di poche decine di abitanti, per rendersi conto della dilatazione progressiva della spesa pubblica denunziata annualmente dalla Corte dei Conti.
Infatti se in Toscana possiamo giovarci della riforma granducale di Pietro Leopoldo che , nella seconda metà del settecento ha ridotto il numero dei Comuni in Toscana da oltre 800 a280, in Piemonte si trovano 1200 Comuni ed in Lombardia addirittura 1500.
Non c’è quindi da sorprendersi se poi i Comuni affidino l’esercizio delle proprie funzioni ai privati mediante la formazione di società partecipate, assolutamente incontrollate.
In realtà il progressivo potenziamento degli enti locali con la conseguente sottrazione di funzioni allo Stato, ben visibile ,da ultimo, col trasferimento alle Regioni ed agli Enti locali minori dei beni appartenenti al demanio marittimo ed al demanio idrico, risponde ad un preciso disegno istituzionale di un movimento politico che stando al Governo, mira però a devitalizzare lo Stato come rappresentante di tutti i cittadini, per favorire invece l’interesse di una parte di questi.
Di qui l’aumento del potere impositivo degli enti locali, e di qui il cosiddetto federalismo fiscale che mira a trattenere sul territorio il reddito prodotto nelle aree più ricche, salvo modestissimi aggiustamenti perequativi da intendersi all’insegna della solidarietà.
Alberto Abrami –
CATTEDRA DI DIRITTO FORESTALE E DELL’AMBIENTE Università degli Studi di Firenze

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