
di Stephen Olson*
Il sistema commerciale globale basato sulle regole, istituito nell’immediato secondo dopoguerra, è rimasto sorprendentemente stabile negli otto decenni trascorsi dalla sua nascita. Sebbene nessun sistema sia mai perfetto, l’Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio (GATT), la sua evoluzione, ovvero l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), e la vasta rete di accordi commerciali regionali e bilaterali tra Paesi di ogni angolo del pianeta hanno complessivamente contribuito a creare un ambiente internazionale ordinato e prevedibile, favorendo lo sviluppo economico, una maggiore prosperità e standard di vita più elevati sia nei Paesi più grandi sia in quelli più piccoli.
Un sistema sotto stress
Più recentemente, tuttavia, questo equilibrio ha iniziato a incrinarsi. Gli Stati Uniti, uno dei principali motori del sistema basato sulle regole, si sono allontanati in modo significativo dalla loro tradizionale filosofia di apertura agli scambi. Il presidente Donald Trump ha espresso con forza la convinzione che il libero commercio e più in generale la globalizzazione abbiano fortemente penalizzato gli USA. Secondo l’inquilino della Casa Bianca, l’ampio e persistente deficit commerciale americano dimostrerebbe che gli altri Paesi stanno “approfittando” del Paese a stelle e strisce. La riduzione, se non l’azzeramento, del deficit commerciale è diventata uno degli obiettivi prioritari dell’amministrazione Trump. Attraverso una serie di giustificazioni e metodologie controverse, Trump ha portato i dazi sulle importazioni statunitensi ai livelli più elevati registrati in quasi un secolo. Ha apertamente violato regole concordate a livello multilaterale (molte delle quali erano state promosse proprio da Washington) e ha ignorato accordi di libero scambio esistenti.
Sarebbe tuttavia un errore attribuire a Trump l’intera responsabilità del deterioramento del sistema commerciale globale. Le difficoltà di quest’ultimo erano già emerse molto prima dell’ascesa politica di Trump. L’OMC è stata istituita nel 1995 con grandi aspettative: avrebbe dovuto fungere da arbitro globale del commercio, garantendo che i Paesi “giocassero secondo le regole”. Era inoltre stata concepita come il principale strumento per negoziare nuovi accordi multilaterali volti a ridurre ulteriormente le barriere commerciali e aggiornare il quadro normativo globale affinché riflettesse le trasformazioni economiche e tecnologiche. Purtroppo, negli ultimi anni l’organizzazione è rimasta intrappolata nelle proprie disfunzioni interne. Oggi è ormai evidente che l’OMC non è più in grado di svolgere pienamente questi due obiettivi fondamentali e, in assenza di un organismo globale efficace capace di garantire stabilità e ordine al sistema commerciale, il mondo si sta spostando verso un approccio sempre più vicino alla “legge della giungla”.
La sfida più significativa al sistema, tuttavia, è stata probabilmente l’integrazione della Cina nell’economia globale attraverso il suo ingresso nell’OMC nel 2001. È ormai evidente che le regole esistenti non sono sufficienti per gestire un’economia caratterizzata da una forte pianificazione statale e da un modello di capitalismo guidato dallo Stato. La Repubblica popolare è diventata il primo esportatore e la seconda economia al mondo, conquistando al contempo una posizione dominante in numerose tecnologie strategiche e nei mercati delle materie prime critiche. La sovraccapacità industriale cinese ha generato un’ondata di esportazioni sovvenzionate che ha minacciato la sostenibilità delle industrie nazionali di altri Paesi. Pechino registra avanzi commerciali cronici e, quando lo ritiene opportuno, sfrutta le dipendenze economiche limitando l’accesso a prodotti, materiali e tecnologie che i suoi partner non possono facilmente reperire altrove. Il risultato prevedibile è stato un aumento delle tensioni commerciali tra la Cina e gli altri Paesi – in particolare, l’Unione europea e gli Stati Uniti – che ritengono di essere svantaggiati dal modo in cui Pechino “gioca la partita” del commercio internazionale. Ritorsioni e contro-ritorsioni sono diventate la norma, le barriere commerciali sono aumentate e le tensioni si sono intensificate.
Sebbene le prospettive complessive per il sistema commerciale globale siano tutt’altro che rosee, ciò non significa che il commercio stia crollando o abbia perso la propria centralità. Al contrario, il commercio si sta riconfigurando. Nonostante le turbolenze, i vantaggi derivanti dal libero scambio di beni e servizi e da una maggiore integrazione basata sull’efficienza economica restano considerevoli. I Paesi continuano a nutrirsi di legami commerciali e cercano modalità per superare gli ostacoli creati dagli shock che stanno investendo il sistema. Tuttavia, è evidente che l’approccio al commercio deve cambiare e che devono emergere nuovi modelli di scambio e nuove partnership commerciali.
L’Asia-Pacifico al centro
Mentre entriamo in questa nuova era del commercio, il ruolo della regione Asia-Pacifico (APAC) – e le opportunità che essa offre all’UE – stanno diventando sempre più rilevanti. I numeri sono impressionanti. La regione rappresenta circa il 55% del PIL globale e, nel decennio compreso tra il 2015 e il 2025, ha generato il 69,1% della crescita economica mondiale. Grazie all’espansione della sua classe media e all’aumento del reddito pro-capite, l’Asia-Pacifico non è soltanto un polo produttivo fondamentale, ma anche un mercato di consumo impossibile da ignorare.
Oltre al suo dinamismo economico, la regione si è affermata come centro propulsore di nuovi accordi commerciali, soprattutto attraverso il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP) e il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP). Sebbene vi sia una certa sovrapposizione tra i membri dei due accordi, essi perseguono obiettivi differenti. Il RCEP mira principalmente ad armonizzare pratiche e regole già esistenti tra i suoi membri, mentre il CPTPP punta a definire le norme del futuro e sviluppare regole avanzate su temi complessi come i flussi transfrontalieri di dati, il commercio elettronico e le imprese statali.
Il CPTPP è particolarmente rilevante. Mentre il sistema commerciale globale del dopoguerra continua a mostrare segnali di instabilità e l’OMC rimane bloccata, il CPTPP si sta trasformando in qualcosa di molto più ambizioso rispetto a un semplice accordo regionale. Sta infatti fornendo un modello per la definizione degli standard globali. Paesi al di fuori dell’APAC hanno iniziato a guardare con attenzione a questa esperienza. Il Regno Unito è già entrato a farne parte, mentre i negoziati di adesione con il Costa Rica sono prossimi alla conclusione. Sono inoltre iniziate discussioni preliminari con gli Emirati Arabi Uniti. Sebbene sia irrealistico immaginare che il CPTPP possa sostituire l’OMC, esso rappresenta una piattaforma di aggregazione significativa per quei Paesi che continuano a credere nei principi fondamentali del sistema commerciale costruito nel secondo dopoguerra.
L’UE non è rimasta ferma, riconoscendo questa trasformazione e iniziando a cogliere le opportunità derivanti dall’ascesa dell’APAC. Ha già concluso accordi di libero scambio con Giappone, Corea del Sud, Vietnam e Nuova Zelanda. Sta lavorando per concludere accordi con Indonesia, Malaysia, Thailandia e Filippine. Sia l’UE sia i membri del CPTPP hanno avviato un Dialogo sul commercio e sugli investimenti per ampliare la cooperazione. Sebbene l’adesione dell’UE al CPTPP non sia all’orizzonte nel breve periodo, non può essere esclusa nel lungo termine.
L’Asia-Pacifico non è soltanto un leader nella governance commerciale, ma è anche saldamente al centro delle filiere tecnologiche e legate alle materie prime critiche (CRM) che determineranno le gerarchie economiche e strategiche nei prossimi decenni.
Si consideri l’intelligenza artificiale. Tutte le filiere portano all’Asia-Pacifico. Sebbene le aziende statunitensi ed europee abbiano un ruolo di primo piano nello sviluppo di software e modelli di IA, la capacità di produrre le infrastrutture fisiche necessarie è fortemente concentrata nell’APAC. Ciò comprende componenti come i microchip logici avanzati, la memoria ad alta larghezza di banda (HBM), la fotolitografia e le tecnologie avanzate di packaging. Infatti, relativamente alla produzione dei semiconduttori all’avanguardia, la taiwanese TSMC è senza rivali, producendo oltre il 90% dei microchip logici più avanzati utilizzati nelle applicazioni di IA. La produzione di HBM, una componente essenziale integrata nelle GPU dei data center, è dominata dai due colossi sudcoreani SK Hynix e Samsung. Il Giappone svolge un ruolo cruciale nella produzione delle sostanze chimiche e delle apparecchiature di precisione da cui dipendono le fonderie di semiconduttori. Singapore e Malaysia dominano invece la fase fondamentale dell’assemblaggio, collaudo e confezionamento (ATP). Mentre UE e USA perseguono con decisione le proprie strategie sull’intelligenza artificiale, rimarranno prevedibilmente dipendenti dalle catene di approvvigionamento dell’Asia-Pacifico ancora per molti anni.
Infine, con l’intensificarsi della rivalità geopolitica tra Occidente e Cina e l’aumento delle tensioni, il controllo cinese sulle CRM rappresenta una vulnerabilità evidente che deve essere affrontata. Anche in questo caso i Paesi dell’Asia-Pacifico avranno un ruolo determinante. L’Indonesia è responsabile di circa la metà della produzione mondiale di nichel raffinato, mentre l’Australia è uno dei principali produttori di litio. Paesi come Malaysia e Vietnam offrono potenziali alternative alla Cina per le attività di raffinazione intermedia.
È tempo di guardare a Est
Per gran parte del periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, l’Europa ha guardato principalmente a Ovest, al di là dell’Atlantico, per ampliare le proprie relazioni commerciali e di investimento transfrontaliero. Questa scelta era perfettamente razionale. Le dimensioni e la sofisticazione tecnologica dell’economia statunitense, unite al forte impegno di Washington a favore del commercio libero e basato sulle regole – e, più in generale, delle forze della globalizzazione – rendevano gli USA il naturale punto di riferimento. Oggi quel mondo non esiste più. Washington sembra intenzionata a mettere in discussione proprio quel sistema basato sulle regole che aveva contribuito in modo decisivo a costruire e, come il re Canuto che cercava di fermare la marea, tenta di contrastare le forze della globalizzazione.
Sebbene il presidente Trump abbia accelerato questa trasformazione, una reazione negativa nei confronti del libero commercio e della globalizzazione era emersa negli Stati Uniti già anni prima della sua ascesa politica. I futuri inquilini della Casa Bianca potrebbero essere meno imprevedibili o aggressivi di Trump, ma l’Europa e il resto del mondo non dovrebbero illudersi che il Paese nordamericano tornerà al suo tradizionale ruolo del secondo dopoguerra. Come ha sostenuto il primo ministro canadese Mark Carney con tanta eloquenza a Davos all’inizio di quest’anno, quel vecchio mondo è finito e non tornerà.
Oggi viviamo in un contesto diverso. Il dinamismo economico, la sofisticazione tecnologica e la capacità di guidare la costruzione di accordi commerciali profondamente integrati e di nuove regole globali si stanno spostando sempre più verso la regione Asia-Pacifico. Riconoscere questa realtà dovrebbe essere al centro delle strategie delle imprese e delle politiche dei governi in Europa.
Stephen Olson
*Istituto Ispi

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