L’azione di Elsa Fornero è stata caratterizzata da continue esternazioni piene zeppe di provocazioni e arroganza, che hanno rischiato spesso di far saltare il tavolo della trattativa.

Andare in A
sia per rassicurare governi e mercati che siamo ormai un Paese affidabile e annunciare, appena arrivato, che la situazione è talmente grave da rendere credibili le sue eventuali dimissioni rappresenta davvero un colpo di scena, che comunque non farà bene all’Italia.
Chi continua, come nel mio caso, a non nutrire dubbi sulle qualità e sulla buona fede del presidente non può che chiedersi e chiedere perché Monti, nelle ultime settimane, sia diventato improvvisamente incoerente e imprevedibile e sia stato indotto a respingere al mittente una proposta delle parti sociali che offriva l’occasione di chiudere una vicenda, certo difficile, con un accordo davvero storico.
Su quello che è suc
cesso nelle ultime ore del negoziato è sperabile saperne e capirne di più, ma è comunque evidente che alcuni aspetti del confronto a tutti i livelli sono stati chiari.
Da un lato abbiamo avuto uno schieramento composto dai sindacati, dal Presidente della Repubblica, da Bersani, dalla Cei, che si è impegnato, ognuno con le proprie ragioni per ridurre le distanze e realizzare un accordo.
Dall’altro lato, Angelino Alfano, Elsa Fornero e purtroppo tanti altri hanno remato contro per mettere in difficoltà soprattutto PD e Cgil, per bloccare i primi segnali di ripresa di un rapporto unitario tra i sindacati e, certo, anche per ingraziarsi gli imprenditori che, in verità, a parte la Marcegaglia, hanno capito da tempo che il problema non è l’articolo 18.
L’azione di Elsa Fornero è stata caratterizzata da continue esternazioni piene zeppe di provocazioni e arroganza, che hanno rischiato spesso di far saltare il tavolo della trattativa, il tutto in continuità con l’azione del precedente ministro.
La continuità riguarda
non tanto i contenuti quanto la percezione del proprio ruolo, considerato che Sacconi non si è mai considerato il ministro di tutti, ma il promotore, in accoppiata con Brunetta, di una politica mirante a dare una lezione alla Cgil e al PD.
La Fornero ha usato e sta usando il proprio ruolo non già per riformare e trasformare ascoltando tutti e cercando di comporre le divisioni anziché acuirle.
Il suo “nessuna concertazione”, “vi ascolto e poi decido” è diventato il ritornello che ha impedito un confronto reale.
La linea Fornero ha prevalso sugli interessi del Paese e quindi anche sulla credibilità di Mario Monti.
Un ministro che si fa scudo di una riforma passata senza grandi ostacoli e senza confronto, come quella sulle pensioni, per dire che d’ora in avanti quella sarà la linea di comportam
ento del governo, punto e basta.
Chi rilegge oggi quello che è scritto, ma anche omesso, nella legge sulle pensioni tanto decantata non potrà che prendere atto che, oltre ad essere iniqua, è non solo scritta con i piedi, ma anche per molti versi inapplicabile e, soprattutto, non rispondente ad interrogativi che ogni riforma dovrebbe invece tenere presenti.
Quanti cittadini riguarda tale riforma, con quali costi, quali ricavi, con quali coperture. Non c’è certo bisogno di scomodare Einaudi o Visentini per ricordare che di riforme le persone serie parlano in questi termini.
Un esempio per tutti riguarda gli esodati, che non si sa ancora quanti siano e, quindi, quanto costi risolvere un problema che si sta trasformando in dramma per centinaia di migliaia di lavoratori.
Un ministro che sembra quindi non aver capito quale dovrebbe essere il suo ruolo e che parla, parla e non sempre a proposito e, quando si rende conto di non essere convincente, ricorre alle minacce.
Malgrado tutto si era creata una occasione davvero straordinaria. Le forze sociali, in particolare le confederazioni, giustamente preoccupate di non far diventare l’articolo 18 il punto di irrimediabile rottura, hanno seppure con fatica realizzato una convergenza su una posizione davvero impensabile in passato.
Per i licenziamenti economici e per il delicato nodo del diritto al reintegro hanno proposto di adottare la soluzione tedesca.
Forse Monti e Fornero non hanno ben capito. Bonanni, Camusso, Angeletti e Centrella parlano di soluzione tedesca, non di rivoluzione.
E non ci vengano a dire che la soluzione tedesca non si può adottare perché non piace all’Europa o alla banca centrale, perché non sarebbe affatto serio.

Lascia un commento