
Si possono dire molte cose della politica argentina, ma non certo che sia noiosa. Quando tutti si aspettavano un nuovo grande exploit del candidato anti-sistema Javier Milei, il peronista Sergio Massa è risorto nel primo turno delle elezioni presidenziali, recuperando otto punti rispetto alle primarie di agosto. Con poco più del 36% dei consensi, ha staccato di quasi sette punti Milei e ora è il favorito per il ballottaggio del 19 novembre. Ma, come è stato possibile un simile risultato ?
È giusto domandarsi come abbia fatto Massa a crescere, considerando che proprio nelle ultime settimane la crisi economica che sta colpendo il Paese si è ulteriormente aggravata, con un aumento dell’inflazione, arrivata al 138% su base annua e una nuova forte svalutazione della moneta nazionale, che ha superato la soglia psicologica di mille pesos per un dollaro cambiato al mercato parallelo. Le risposte sono diverse e hanno a che vedere con considerazioni generali sulla sociologia elettorale ma anche sulle mosse dello stesso Massa. Merito suo, in sostanza, ma anche di un sistema, quello dell’assistenzialismo peronista nelle periferie, diventato pressoché perfetto.
Gli argentini, verrebbe da dire, sono diventati ostaggi di un Partito Stato che domina ormai la vita quotidiana di milioni di famiglie. Senza nulla togliere alla convinzione ideologica della base storica dei fedelissimi del movimento, per molti il voto a Massa è stato il frutto di una logica della sopravvivenza, una sorte di sindrome di Stoccolma in salsa sudamericana. Massa, del resto, era in una posizione scomoda perché come ministro d’economia è al centro delle critiche per l’attuale congiuntura. Allo stesso tempo, però, gestisce direttamente la spesa pubblica, complice la latitanza strategica del presidente Alberto Fernandez, che ha bassissimi indici di popolarità e per questo ha preferito defilarsi completamente dalla scena per non danneggiare la campagna peronista. Nel giro di un mese dal dicastero dell’economia sono arrivate una serie di misure anticrisi dal chiaro risvolto elettoralistico: aumenti delle pensioni e degli stipendi dei funzionari pubblici, due bonus speciali in busta paga obbligatori destinati ai lavoratori con redditi medio-bassi, aumenti dei diversi “planes sociales”, i redditi di cittadinanza di vario tipo assegnati dal governo, la devoluzione dell’iva per centinaia di prodotti, l’innalzamento del minimo di reddito imponibile che ha “salvato” dalla tasse ben 800.000 contribuenti. Una maximanovra che è costato l’equivalente del 2% del PIL, dissanguando ancora di più le già misere casse pubbliche. A questo si è affiancata una vera e propria campagna del terrore, incentrata su rischi di un’eventuale vittoria di Javier Milei.
Da un lato è partito il tamtam ideologico sul pericolo per la democrazia e sulle presunte derive autoritarie del candidato del movimento “La Libertad avanza”. Dall’altro è scattato un discorso molto più pratico sui rischi economici per gli aumenti spropositati, ad esempio, dei prezzi dei biglietti di tram e metropolitana a Buenos Aires, visto che Milei ha proposto l’eliminazione dei sussidi al trasporto pubblico. Ovunque sono apparsi cartelli minacciosi. “Oggi paghi 50 pesos (5 centesimi di euro) il biglietto, se vince l’opposizione lo pagherai 1.000 pesos (un euro)”.Nei quartieri popolari, poi, i militanti peronisti sono andati casa per casa a spiegare che in caso di trionfo della destra sarebbero stati chiusi gli ospedali e le scuole pubbliche e scomparirebbe gli assegni sociali. In Argentina oggi 19 milioni di persone dipendono dallo Stato per le pensioni, l’assistenza sociale, i sussidi e oltre a questo ci sono quattro milioni di impieghi pubblici. Uno su due, in sostanza, sa che il governo di turno può incidere direttamente sul proprio reddito. Il 25 % dell’elettorato si concentra poi nel “Conurbano bonairense”, l’immensa periferia della capitale, che è la regione con gli indici di povertà ed emarginazione più elevati del paese. Lì da sempre dominano i peronisti, con sindaci che sono in carica anche da quattro o cinque mandati consecutivi. È lì Massa ha ottenuto quasi il 50% dei voti, una base granitica che gli permette di sopportare l’erosione dei consensi nei grandi centri urbani (la città di Buenos Aires, Cordoba, Mendoza) e nelle regioni rurali.
La rimonta del primo turno non chiude comunque la partita. Deve passare ancora molta acqua e sono molti i movimenti tellurici nel sottobosco della politica. Tre giorni dopo il primo turno la candidata del centrodestra moderato Patricia Bullrich, arrivata terza con il 23% dei consensi, ha spiazzato tutti annunciando il suo appoggio a Milei. ”Non possiamo restare indifferenti e neutrali, il nostro obbiettivo in comune è sconfiggere il kirchnerismo che sta distruggendo il nostro Paese”. Una decisione presa assieme all’ex presidente Mauricio Macri, suo padrino politico, che ha spezzato la coalizione “Juntos por el cambio” da lei guidata: i massimi dirigenti dell’Unione Civica Radicale (centrosinistra) e della Coalizione civica (progressista) hanno detto chiaramente che non appoggeranno né Massa né Milei. In un giorno di piatti rotti e accuse reciproche nel fronte oppositore, il ministro dell’economia si è riunito con sindaci e governatori peronisti, un segnale di forza e di unità rispetto alle divisioni degli avversari. Massa, questo è indubbio, ha il cammino più facile da qui al ballottaggio. Milei deve rimontare e per farlo deve cercare consensi e moderare i toni infuocati che lo contraddistinguono. Dovrà chiedere scusa a Papa Francesco e ai cattolici argentini, cercherà un dialogo con settori di quella “casta” dei politici tradizionali che ha insultato negli ultimi mesi, probabilmente manderà in pensione quella motosega che brandiva nei comizi come simbolo della tabula rasa che ha promesso ai suoi sostenitori più radicali. “È l’elezione più importante in cent’anni di storia argentina – ha detto – ci giochiamo la Repubblica, perché se non cambiamo adesso, sprofonderemo per sempre”. Mentre la crisi economica non fa che aggravarsi, gli argentini sono pronti a vivere altre tre infuocate settimane di campagna elettorale.
Emiliano Guanella
Corrispondente da San Paolo (per Rsi Tv Svizzera), analista politico

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