Non tutti gli archivi storici sono uguali, ma in tutti vi è la sensazione di entrare nei segreti più riposti di parte dell’Umanità. In molti di essi, per esempio, quelli dello Stato, si conserva il nocciolo dell’identità di una Nazione; a saper cercare. Non è un caso che i vincitori si accanissero nella distruzione o sottrazione degli archivi dei vinti.
In altri, piccoli e meno noti, si conserva insieme alle carte il parassitismo statale. Scusate, dico questo per fatto personale. Dovendo investigare su un medico del Settecento mi appropinquai nell’archivio pubblico di una Facoltà di medicina, diciamo, per non aver noie e non danneggiare, nel paese di Canicattì. La sovrintendente in una sala consultazione completamente vuota mi chiese le credenziali di un professore d’ Università per accedervi. Essendomi laureato un decennio prima Le feci presente che mi sarebbe stato difficile reperire il professore con cui mi laureai trasferitosi per di più nella Capitale. Non ci fu nulla da fare. Provai anche a ricordarLe che essendo un Archivio pubblico qualsiasi cittadino e contribuente avesse il diritto di consultare i documenti. Niente! Dovetti ricorrere ad una mia amica laureanda la quale gentilmente, a suo nome, si fece rilasciare l’autorizzazione alla consultazione di tale archivio e con tale collega, quasi una badante vista la differenza d’età, costretta a starmi accanto, potei consultare per una settimana ciò che desideravo. Ma la cosa più simpatica fu quando la sovrintendente osservando scrupolosamente la lettera ebbe l’impudenza di affermare che il timbro della Facoltà era quadrato e non tondo e quasi quasi ci avrebbe rimandato indietro. In quella settimana fu il deserto dei tartari, nessuno si presentò per consultare alcunché, mentre la direttrice si limava le unghie dietro la sua ampia scrivania soddisfatta dell’operato suo. Fine del fatto personale.
Chi entra in tali luoghi deve già sapere cosa va a cercare, avendo fatto precedentemente, per lungo tempo, seri studi su quanto altri abbiano scritto, anche avvalendosi degli stessi documenti che egli andrà a consultare. Di grande aiuto saranno in tale avventura, poiché non sai mai cosa potrai trovare che altri, distratti, o non interessati hanno scartato, i sovrintendenti agli archivi e i vari impiegati che lì lavorano non soltanto per consigliare e dirigere, ma anche per sorvegliare che tu abbia cura di ciò che ti pongono in mano, un unicum che merita rispetto e conservazione. Molti di essi si assumono anche l’onere, spesso gratuitamente, di riordinare filze intonse. Un lavoro certosino meritorio, mai abbastanza apprezzato, che consente agli studiosi una più veloce ricerca attraverso la loro catalogazione. Ed è quello che è successo all’Archivio Vaticano per i documenti del pontificato di Pio XII. Una ventina di operatori hanno lavorato per un decennio circa nel riordino e catalogazione del vasto e lungo pontificato di Eugenio Maria Pacelli (2 marzo 1939-9 ottobre 1958), secondo sovrano della Città del Vaticano (come da Concordato del 1929) e in procinto di una santificazione che stenta. La causa di beatificazione è affidata alla Compagnia di Gesù ed ha già superato i due gradi di Servo di Dio e di Venerabile (2009). Per la Santità qualche polemica a più riprese fu accesa sulla valutazione dell’acquiescenza al fascismo e nazismo, oltre ad una tardiva denuncia sulle leggi razziali. Vere o presunte tali accuse ora dovrebbero trovare la loro naturale chiarezza nella consultazione dell’archivio aperto da papa Francesco, se gli “ordinatori” furono onesti.
Guglielmo Adilardi

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