
Trump non è certo un mostro di di perspicacia, ma ogni tanto persino lui è costretto a scendere dal palco e guardare la realtà in faccia. E la realtà è questa: Hamas non si consegnerà alla storia con le mani alzate. Non deporrà le armi, non svuoterà i tunnel, non scomparirà dall’orizzonte degli eventi da sola.
Chi osserva con attenzione lo ripete da tempo. Non esiste un pulsante magico che scioglie un movimento armato. Restano gli arsenali, le catene di comando, la propaganda che gira a ciclo continuo. Restano interessi, disciplina, sopravvivenza. Tutto questo non evapora perché qualcuno lo chiede a microfono aperto.
La retorica regge finché non arriva il contraccolpo dei fatti. Le immagini dal terreno costringono a dire le cose come stanno davvero. In uno di questi momenti anche il Presidente degli Stati Uniti è stato costretto a fare retromarcia.
Ieri Trump è tornato a minacciare il gruppo jihadista dopo l’ennesimo fallimento degli accordi sulla tregua. Firmata da chi, molti si chiedono? Resta un mistero che non fa più notizia. Israele, però, sa perfettamente qual è il prossimo copione da leggere e interpretare, e non ha certo bisogno di suggeritori.
Chiariamo: Hamas non è un interlocutore da tavolo negoziale, è un progetto militare e ideologico che vive di radicamento e conflitto. Non è una rivelazione brillante, è semplice buon senso. Proprio quel buon senso, e il relativo pragmatismo, che troppo spesso mancano ai capi di Stato, i primi che dovrebbero saperli insegnare.
Se non si comprende questo, il resto è solo aria fritta.
Piero Terracina

Lascia un commento