
So che mi attirerò gli strali di molti, ma da ebreo, guardandomi allo specchio, vivo uno stato di disagio. Mi guardo e penso che, quando tutto tende a diventare antisemitismo, niente lo è davvero. Penso che troppo spesso si perda il confine tra ciò che è odio concreto e ciò che è critica, tra un attacco reale e un uso strumentale. Lo reputo assai pericoloso: si rischia di banalizzare un fenomeno che invece dovrebbe restare grave, preciso, riconoscibile.
In sostanza, credo che chi insiste in modo ossessivo sull’antisemitismo spesso non lo faccia per difendere gli ebrei, ma per posizionarsi. Per darsi un ruolo morale, per stare dalla parte giusta senza pagare alcun prezzo reale. Il rischio è che questa dinamica diventi una forma di esposizione, di narrazione, non di responsabilità.
La tradizione ebraica ha sempre avuto un rapporto molto concreto con la realtà. Meno parole, più sostanza. Si riconosce il pericolo quando c’è, lo si chiama per nome, ma non lo si diluisce nel rumore continuo.
Perché alla fine il rischio è uno solo: trasformare qualcosa di drammaticamente serio in uno slogan. E quando succede, non si protegge nessuno, a partire dagli ebrei stessi.
Non dimentichiamo che, in un contesto opaco, è sempre l’errore a trovare spazio.
AtSalut, Hag Pesah Sameah
Piero Terracina

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