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Anti (quale) fascismo?

Cancellare il “fascismo” dalla dottrina?
Nel lontano 1978 G. A. Allardyce in “What fascism is not: thoughts on the deflation of a concept” propose di cancellare il lemma “fascismo” dal lessico storico e politico. Sembrò una provocazione. Quasi mezzo secolo dopo suona invece come un invito alla liberazione dall’abuso di un sostantivo (“fascismo”) e di un aggettivo (“fascista”) privi di fondamenti univoci storici e scientifici.

di Aldo A. Mola | 7 Maggio 2023
L’obelisco Mussolini al foro Italico di Roma

Cancellare il “fascismo” dalla dottrina?
Nel lontano 1978 G. A. Allardyce in “What fascism is not: thoughts on the
deflation of a concept” propose di cancellare il lemma “fascismo” dal lessico
storico e politico. Sembrò una provocazione. Quasi mezzo secolo dopo suona
invece come un invito alla liberazione dall’abuso di un sostantivo (“fascismo”)
e di un aggettivo (“fascista”) privi di fondamenti univoci storici e scientifici:
etichette polivalenti, spesso usate come clave nella rissa quotidiana che sta alla
politica come le zuffe tra ragazzini stanno alla storia.
Vent’anni dopo il Sessantotto, altra formula “magica” che dice tutto ma nulla
spiega, se ne occupò il politologo Giorgio Galli (1928-2020) in “Il fascismo
nella Treccani” (ed. Terziaria, 1997). Sorto con la nuova “guerra dei trent’anni”
durata dal 1914 al 1945, il “fascismo storico” finì sotto le macerie della seconda
guerra mondiale. Una specie estinta. Però, secondo Galli, esso sopravvisse
come “modello politico” ed è quindi meritevole di studio. A sostegno del suo
proposito citò un passo dell’articolo “Noi, i responsabili” pubblicato in
“Primato” dal “fascista critico” Giuseppe Bottai il 15 luglio 1943, cinque giorni
dopo lo sbarco anglo-americano in Sicilia: «Proprio nel momento in cui il
nemico passa alla fase decisiva della guerra e attacca l’Europa, tentandone
l’invasione dalla nostra costa, riconosciamo e rivendichiamo la responsabilità di
avere acceso il fuoco del rinnovamento politico e sociale in Europa, perché
questa si salvasse e potesse continuare la sua funzione di elaboratrice e
sostenitrice della civiltà occidentale. La Storia riconoscerà che abbiamo
interpretato la sua legge». In ore drammatiche, dieci giorni prima della richiesta
del Gran consiglio del fascismo a Mussolini di rinunciare al comando militare
della guerra ormai perduta, da lui stesso firmata con Dino Grandi e Luigi
Federzoni, Bottai ancora considerava gli anglo-americani e quanti li
sostenevano, estranei all’Europa e alla “civiltà occidentale” (quale?), a tacere
della Russia, da lui e altri ritenuta asiatica.
Di tutt’altro avviso erano gli italiani “pessiottimisti” evocati da Salvatore Satta
in “De Profundis” (ed. Adelphi), inclini a «regolare la loro condotta secondo il
principio “salus ab inimicis”». Essi si attendevano la liberazione dalla sconfitta,
perché, «come sempre accade, i disegni della provvidenza sono attuati dal
diavolo». Lo insegna il libro sapienziale dell’Antico Testamento in cui si narra
che Jahve mandò suo figlio Satana a tormentare Giobbe. Con finissimo acume,
Satta osservò che nel 1940 gli unici in Italia a desiderare veramente l’intervento

dell’Italia in guerra e lo volevano «a fianco dell’odioso alleato, erano coloro che
ritenevano che una simile guerra sarebbe stata verosimilmente perduta e con
essa il regime che gravava sul paese da vent’anni come una cappa di piombo».
Come nel 1922 aveva creduto di salvarsi rifiutando la libertà che lo aveva fino
allora protetto, così nel 1940 l’ “uomo tradizionale” sperò di recuperare la
libertà auspicando la sconfitta della propria patria.
Mentre il regime imprecava “Dio stramaledica gli inglesi”, come ricordò
l’insigne penalista Franco Cordero nell’imperdibile romanzo “L’Opera”
(Bompiani 1975), a Cuneo, ove risuonavano gutturali gli ordini in tedesco, i
padri gesuiti, che sapevano guardare lontano, insegnavano agli allievi i
rudimenti dell’inglese.
Fascismo: cioè?
“Che cosa” fu il “fascismo”? Che cosa volle dire “essere fascisti” nel
discontinuo “ventennio”? Quando e come nacque il suo rifiuto da parte di
quanti l’avevano condiviso, sopportato, celebrato negli “anni del consenso”, di
cui scrisse Renzo De Felice in pagine insuperate? Per venirne a capo è
indispensabile fare i conti con il “pensiero” o, senza esagerare, con le parole di
Benito Mussolini. Impossibile prescinderne. Sarebbe però disperante
avventurarsi nelle decine di volumi degli scritti e discorsi del “duce” per
distillare la sua “idea” del fascismo. Per rispondere Galli imboccò la via più
breve e sicura: rileggere quanto Mussolini firmò nell’Enciclopedia Italiana alla
voce “Fascismo”: un testo intitolato “Dottrina”, ripartito in “Idee fondamentali”
e “Dottrina politica e sociale”.
Senza entrare nella questione della paternità di quelle pagine (il duce era di
penna rapida ed efficace, ma ognuno coglie che il paragrafo introduttivo spesso
ricalca parola per parola l’articolo di Giovanni Gentile sulla legge istitutiva del
Gran Consiglio del fascismo pubblicato in “Educazione fascista” il 9 settembre
1928), quella voce “fa testo”, ancorché sconcertante per il suo andamento
rapsodico. Pur costretti agli inevitabili “tagli” imposti dalle dimensioni di un
articolo, merita ripercorrerne i passi salienti, nel rispetto del criterio “ex ore tuo
te judico”. La comprensione di frasi spesso involute e oracolari richiede uno
sforzo; ma da lì occorre passare. «Come ogni salda concezione politica – scrive
dunque Mussolini –, il fascismo è prassi ed è pensiero, azione a cui è
immanente una dottrina, e dottrina che, sorgendo da un dato sistema di forze
storiche, ne resta inserita e vi opera dal di dentro. Ha quindi una forma
corporativa alle contingenze di luogo e di tempo, ma ha insieme un contenuto
ideale che la eleva a formula di verità nella storia superiore del pensiero. (…)
Per conoscere gli uomini bisogna conoscere l’uomo; e per conoscere l’uomo
bisogna conoscere la realtà e le sue leggi (…). L’uomo del fascismo è individuo
che è nazione e patria, legge morale che stringe insieme individui e generazioni
in una tradizione e in una missione».

Il fascismo si proponeva dunque quale «concezione spiritualistica, sorta
anch’essa dalla generale reazione del secolo contro il fiacco materialismo
positivistico dell’Ottocento. Antipositivistica ma positiva: non scettica, né
agnostica, né pessimistica, né passivamente ottimistica, come sono in genere le
dottrine (tutte negative) che pongono il centro della vita fuori dell’uomo, che
con la sua volontà può e deve crearsi il suo mondo». Il fascismo – aggiunse il
“duce” – «concepisce la vita come lotta (…) La vita, perciò, (…) è seria,
austera, religiosa». «Prima di tutto un sistema di pensiero», il fascismo era «una
concezione storica, nella quale l’uomo non è quello che è se non in funzione del
processo spirituale a cui concorre, nel gruppo familiare e sociale, nella nazione
e nella storia, a cui tutte le nazioni collaborano. Fuori della storia l’uomo nulla».
Nemico del “liberalismo classico”, il fascismo era “per la libertà” ma «per la
sola libertà dello stato e dell’individuo nello stato. Giacché per il fascismo tutto
è nello stato, e nulla di più umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore,
fuori dello stato. In tal senso il fascismo è totalitario, e lo stato fascista, sintesi e
unità di ogni valore, interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo. Né
individui fuori dello stato, né gruppi (partiti politici, associazioni, sindacati,
classi)». Con la prima legge “fascistissima”, nel 1925 Mussolini si era affrettato
a sbarazzarsi della Massoneria italiana, nel silenzio di quella “universale”. A
costruire l’Italia fascista era «non razza, né regione geograficamente
individuata, ma schiatta storicamente perpetuantesi, moltitudine unificata da
un’idea, che è volontà di esistenza e di potenza: coscienza di sé, personalità»,
nazione creata dallo stato e a sua volta «realtà etica che esiste e vive in quanto
si sviluppa», forza spirituale, “anima dell’anima”. «Educatore e promotore di
vita spirituale» il fascismo esigeva pertanto «disciplina, e autorità che scenda
addentro negli spiriti, e vi domini incontrastata». Tali “idee fondamentali”,
enunciate con formule arcane e più poetiche che teoretiche, potrebbero risultare
impenetrabili. Ma lì stava la loro forza suggestiva: dalla realtà quotidiana al
mito, che non chiede comprensione razionale ma partecipazione emotiva, non
tollera il confronto dialogico ma impone “la fede” (che non sta per “fiducia”).
Nel paragrafo sulla “Dottrina politica e sociale” Mussolini rivendicò di essersi
sempre ispirato alla “dottrina dell’azione”. Alla sua fondazione in Milano il 23
marzo 1919 il fascismo «fu azione, non fu partito, ma, nei primi due anni,
antipartito e movimento», come hanno convenuto gli storici, da Gioacchino
Volpe a Luigi Salvatorelli, da Renzo De Felice a Roberto Vivarelli. I fasci di
combattimento non ebbero una dottrina ma si nutrirono di “anticipazioni” e di
“accenni” che «liberati dall’inevitabile ganga (sic!) delle contingenze, dovevano
poi, dopo alcuni anni, svilupparsi in una serie di posizioni dottrinali», sicché nel
decennale della “Marcia su Roma” si poteva affermare che esso era «nettamente
individuato non solo come regime, ma come dottrina», come tentò di
documentare la Mostra della Rivoluzione Fascista.

Monarchia? Chiesa “nazionale”?
Un colpo al cerchio, uno alla botte, lasciate alle spalle le prime involute pagine
sulle Idee fondamentali, Mussolini consegnò all’Enciclopedia Italiana alcune
convinzioni programmatiche di lungo periodo, sottovalutate dalla generalità dei
lettori pur usi a meditare sulle parole stampate. In primo luogo dichiarò che il
fascismo «non crede alla possibilità né all’utilità della pace perpetua». Vent’anni
prima anche Benedetto Croce aveva irriso il pacifismo umanitario predicato dai
massoni, salvo scoprire nel 1914 il volto della guerra nell’età della seconda
industrializzazione e delle “masse”.
Poiché «solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e
imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla», il duce
spiegò che la politica demografica è la conseguenza di quella “visione”.
Forse non aveva letto attentamente o non aveva capito Giulio Douhet, pioniere
dell’Aeronautica: ci vogliono due mesi per fare un cannone, ma vent’anni per
fare un soldato. E pochi attimi per vederlo spazzar via. Ricordò che solo nel
1922 il fascismo accantonò l’originaria “tendenzialità repubblicana” perché
«convinto che la questione delle forme politiche di uno stato non è, oggi,
preminente (…) Ci sono repubbliche intimamente reazionarie o assolutistiche, e
monarchie che accolgono le più ardite esperienze politiche e sociali». Fatti i
conti con la Corona, Mussolini passò alla Chiesa cattolica. Recuperato il
pensiero di Tommaso d’Aquino per liberarsi dalla polvere della “questione
romana” e riprendere la sua missione universale, la Santa Sede, a quanto si sa,
aveva avanzato ferme riserve già sul primo abbozzo della “summa” dottrinale
musso-gentiliana. Lo stato fascista (scrisse il duce dando per scontato che il
Regno d’Italia, ovvero lo Stato da lui ossessivamente evocato, fosse totalmente
fascistizzato) «non rimane indifferente di fronte al fatto religioso in genere e a
quella particolare religione positiva [non religione “rivelata”, NdA] che è il
cattolicesimo italiano. Lo stato non ha una teologia, ma ha una morale […] il
fascismo rispetta il Dio degli asceti, dei santi, degli eroi e anche il Dio così
come è visto e pregato dal cuore ingenuo e primitivo del popolo». La religione
cattolica apostolica romana dichiarata sola religione dello stato nello statuto
albertino era dunque banale “credulità popolare”? «Ben altro» voleva il regime
dai cittadini: mentre «non mai come in questo momento i popoli hanno avuto
sete di autorità, di direttive, di ordine» l’“impero” chiedeva agli italiani
«disciplina, coordinazione degli sforzi, dovere e sacrificio». Credere, obbedire,
combattere. Con i risultati ben noti per chi volle la dichiarazione di guerra
contro la Gran Bretagna e la Francia, l’Unione sovietica e gli Stati Uniti
d’America senza disporre degli strumenti né di attacco né di adeguata difesa.
La sintesi dottrinale suprema del “fascismo secondo Mussolini”, suo
inventore, esegeta e profeta per il secolo XX, è infine contenuta nella celebre
dichiarazione antipacifista: «L’orgoglioso motto “me ne frego”, scritto sulle
bende di una ferita, è un atto di filosofia non soltanto eroica, è il sunto di una

dottrina non soltanto politica: è l’educazione al combattimento, l’accettazione
dei rischi che esso comporta; un nuovo stile di vita italiano». Non vedeva o
preferiva non vedere le spallucce ironiche delle moltitudini che subivano i
sabati fascisti, i salti nel cerchio di fuoco e “se ne fregavano” delle aquile, delle
legioni e di tutte le astruserie di una ideologia sproporzionata rispetto alle reali
dimensioni di un’Italia appena nata, vissuta con il fucile al piede nel 1862, 1866,
1870, 1890-1896, 1911-1912, duramente provata dall’intervento forzato nella
Grande Guerra e ancora lontanissima dal benessere, come documenta il
censimento del 1931.
In assenza della “cosa”.
Il governo impose l’iscrizione al Partito nazionale fascista, unico consentito,
agli aspiranti ai pubblici impieghi e il giuramento di fedeltà al fascismo agli
insegnanti di ogni ordine e grado, docenti universitari compresi. Alle elezioni
ottenne plebisciti come l’aveva avuto nelle elezioni del 24 marzo 1929,
propiziate dal Concordato tra lo stato e la Santa Sede. Ma più allargava i suoi
tentacoli più il “fascismo” perdeva di identità. Nato senza dottrina per
dichiarazione del suo stesso duce, affidò la sua definizione all’Istituto di Cultura
Fascista presieduto da Gentile. Inventò anche la “Mistica fascista”. Rimase una
polifonica senza spartito, palestra di fumisterie, come erano anche le
elucubrazioni dei comunisti sulla continuità logico-cronologica tra Karl Marx e
la Terza Internazionale di Lenin, Stalin e accoliti.
A distanza di quasi un secolo dal Manifesto degli intellettuali fascisti, bene si
comprende perché la risposta scritta da Benedetto Croce al lettore odierno
risulti prolissa se non nella contrapposizione della libertà al manganello. Come
già il filosofo partenopeo, così lo storico e il cittadino razionale si domandano
se abbia senso dichiararsi “anti” rispetto a una “cosa” indefinita, cangiante e
imprecisata quale fu il “fascismo” nelle sue molteplici versioni: da quello della
Carta del Lavoro a quello della Scuola, da quello monarchico di Cesare Maria
De Vecchi e di Emilio De Bono a quello repubblicano che condannò a morte e
fece fucilare al poligono di Verona i gerarchi, compreso il genero di Mussolini,
Galeazzo Ciano, colpevoli di aver tentato di tirare fuori dai guai il duce
proponendogli di passare il comando della guerra a Vittorio Emanuele III, il Re
di Peschiera e di Vittorio Veneto. Interrogarsi sull’assillante “obbligo” di
dichiararsi antifascisti, tanto più se “a comando” di chi si mostra digiuno di
storia e di filosofia, non significa essere “nostalgici”. Presuppone invece la
necessità di chiarire il Soggetto storico e ideologico dal quale prendere le
distanze e stabilire, infine, chi ancora si dovrebbe condannare dopo la mattanza
di fine aprile-inizio maggio 1945. Quello non fu un “regolamento dei conti”, ma
il modo per evitare di farli, di guardare in faccia la storia. Fu il tentativo di
scansare ancora una volta l’“esame di coscienza” che – insegna il catechismo di
san Pio X – deve precedere la confessione e la penitenza. In quei giorni l’Italia

fece il triplo tuffo carpiato da regime totalitario a democrazia parlamentare,
subito confiscata dai partiti, molti dei quali oggi hanno meno iscritti di quante
persone si ammassino in uno stadio. Relegò il fascismo nel passato remoto e
s’illuse di camminare per sempre su sterminate praterie.
Ebbe buoni motivi Giorgio Galli ad annotare tanti anni addietro l’oggettiva
continuità della “narrazione” del fascismo nell’Enciclopedia Italiana anche nelle
appendici pubblicate nel dopoguerra. Ebbe torto invece a definire “scialba” la
figura di Vittorio Emanuele III al quale il Gran Consiglio si rivolse nella notte
tra il 24 e il 25 luglio 1943. I gerarchi e Mussolini medesimo non sapevano che
il re aveva approntato da tempo la revoca del duce, la sua sostituzione con
Pietro Badoglio e la richiesta di armistizio: l’unico modo per chiudere la partita
aperta da tempo con l’estremismo facinoroso e salvare la continuità dello Stato,
cioè dell’Italia odierna che tanto disputa su fascismo e antifascismo e dimentica
chi la fondò.
L’oblio fa tutt’uno con i complessi di colpa, con l’incapacità di superare
l’estenuante adolescenza e di accettare i segni impietosi dell’incombente
vecchiezza.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Obelisco Mussolini al Foro Italico (Roma). Su Giorgio Galli v.
il volume collettaneo “Politiche e altre culture” (ed. Biblion), curato da Rossana
Mondoni e Vinicio Serino per l’Istituto di studi Giorgio Galli (Milano)
presieduto da Daniele Comero.
La voce “fascismo” firmata da Mussolini per la “Dottrina” e da Gioacchino
Volpe per la “Storia” comparve nel volume XIV dell’Enciclopedia Italiana
(1932). A parte fautori del regime (ciascuno con la propria visione del
“fascismo”), il Consiglio Direttivo dell’Istituto comprendeva il Grande
Ammiraglio Paolo Thaon di Revel, membro del Consiglio supremo del Rito
scozzese antico e accettato (Gran Loggia d’Italia), e il prof. Angelo Sraffa
(1865-1937), docente di diritto pubblico e dal 9 dicembre 1893 maestro
massone nella loggia pisana “Carlo Darwin” (Grande Oriente d’Italia, matricola
9.938). Suo figlio, Pietro, fece arrivare i “Quaderni del carcere” di Antonio
Gramsci a Palmiro Togliatti, all’epoca alla corte di Stalin. Tra i direttori di
sezione, redattori e collaboratori dell’Enciclopedia vi erano figurano studiosi
niente affatto fascisti quali Enrico Fermi, Raffaele Pettazzoni, massone (storia
delle religioni), il mazziniano Mario Menghini (storia del Risorgimento e
contemporanea), Federico Chabod, Ugo La Malfa, Alberto Pincherle, Emilio
Servadio. Nello stesso 1932 uscì il volume comprendente la ponderosa voce
“Ebrei”, scritta in massima parte da Giorgio Levi della Vida.

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, benedetto croce, chiesa, chiesa cattolica, conti, democrazia, elezioni, europa, fascismo, figlio, francia, giulio douhet, governo, gran bretagna, grande oriente, grande oriente d'italia, italia, La Malfa, lavoro, massoneria, milano, mussolini, nato, nazione, partiti politici

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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