Angoli di storia dalla Toscana alla Cina. Sembra lontana ma, oddio il luogo comune, la Cina è molto vicina. Erano quegli anni Ottanta anni di date e di cambiamenti in potenza per l’Italia e per il mondo. Nel cuore del Chianti, Castelnuovo Berardenga, un gruppo di giovani industriali di Confindustria ricordano gli anni in cui i loro predecessori facevano interventi per la scuola e la società. Si coniavano titoli e slogan che sembravano ineffabili. Confindustria metà anni Ottanta celebrava un mega convegno, presente addirittura Giovanni Agnelli, dall’avvincente tema: “Innovazione formazione sviluppo”: Son passati più di vent’anni e i temi sono quasi sempre quelli. Con l’aggravante che nella macedonia dei termini non si fa nemmeno più notizia. Tipo: Formazione ripresa ed efficienza. Oppure: Lavoro, solidarietà e orizzonti. L’altro giorno ad un meeting di giovani industriali volevo proporre :”Efficienza, trasparenza, tergicristalli”, perché come ammette il professor Ori, almeno c’è una concretizzazione della trasparenza: il tergicristallo appunto. Abbiamo rischiato di passare vent’anni tra slogan roboanti e parole vuote, alla fine. E non per colpa di questa o di quella categoria, ma per colpa del circolo vizioso: faccio una cosa che fa notizia, se fa notizia, l’annuncio e vado sui giornali e in tv e poi se non la faccio chissenefrega. Non funziona così. Tutto questo mentre in Cina uno studente, con due borse della spesa in mano, parlava con un carro armato in piazza Tien An Men e dava un bel colpo alla globalizzazione delle comunicazione. Anno Ottantanove, anno mitico perché dopo la Cina è stato il turno dell’Europa con le brecce di Lipsia e la caduta del Muro, non solo di Berlino. Un anno che molti storici hanno individuato come l’ultimo anno “valido” del secolo scorso, l’anno dei cambiamenti veri, della fine della storia dell’altro Millennio, in un secolo che era cominciato anche tardi, non proprio nel Novecento esatto, ma forse dopo la prima guerra mondiale, per dar ragione ai sostenitori del secolo breve. Questi vent’anni che sono arrivati dopo dall’Ottantanove non sembrano aver cambiato molto il panorama, se non per peggiorare alcuni parametri mondiali sull’ambiente, clima, sanità, alimentazione. Noi in piccolo ci crogiolavamo in quello che ritenevamo l’eterno benessere delle piccole città di provincia, da Siena a Mantova da Treviso a Urbino, ed invece i muri non han tenuto nemmeno qui, e alle tante litanie di “innovazione, formazione, sviluppo, crescita, efficienza ha risposto il vento gelido della crisi che sta facendo da Tsunami economico nella fine del primo decennio del nuovo secolo. Chissà che fra cento anni non diranno : beh anche il duemila è cominciato tardi magari nel 2010 o nel 2012, dopo la grande crisi dello 08 che cominciò dalle borse –diranno tra cent’anni- e poi investì uffici e fabbriche e ammazzò centinaia e migliaia di piccole e medie imprese. E cancellò anche Arese. Ridente cittadina alle porte di Milano, sull’autostrada per i laghi, che fino all’inizio del secolo era simbolo e sede di un importante casa automobilistica, con un importante marchio col biscione dentro. “Corri a casa in tutta fretta c’è un biscione che t’aspetta”, diceva lo slogan telecommerciale. Eh sì, crisi e globalizzazione han fatto fuori persino Arese. Chi l’avrebbe mai detto? Teniamoci stretti Perugia e la Perugina adesso che arrivano le feste di Natale e ci garberà il cioccolato. Dice il professor Mario Biagioli, ordinario di economia politica a Parma: noi in Italia abbiamo dato una risposta alla crisi mettendo in campo lo 0,55 per cento delle risorse, mentre altrove come gli Stati Uniti e la Germania hanno messo a disposizione rispettivamente il 5 e il 3 per cento. Per non parlare della Cina che ha risposto mettendo sul piatto un 19 per cento del prodotto interno”. Proclamavamo: Innovazione formazione sviluppo, e facevamo di fatto tutto il contrario. Innovavamo pochissimo, formavamo ancor meno, e lo sviluppo era solo di pochi e di aree segmentate. Bel risultato. Ci siamo baloccati per un ventennio sui parametri di Maastricht (deficit – pil) e non pensavamo che i parametri più vitali erano quelli di Lisbona, quelli della vita che passa dalla conoscenza e dalla ricerca. Mai considerata davvero da chi doveva e poteva metterci soldi. Intanto la Cina, che era passata da quei due sacchetti della spesa, metteva carburante vero alla sua economia.
Fabrizio Binacchi www.virgola1.splinder.com

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