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Al via, col placet di Berlusconi, il governo Renzi

di Gim Cassano | 2 Marzo 2014

Il dato politico da cui questo governo prende le mosse, attorno al quale è stato costruito e ne costituisce la sostanza, e che ne caratterizza formazione ed indirizzi, è proprio il patto che Renzi ha definito con il Cavaliere.

governorenziA squadra di governo e dibattito sulla fiducia concluso, il nuovo governo è operativo, e si può provare ad esprimere un’opinione più meditata su quali siano le prospettive, gli indirizzi, le qualità ed i difetti di questo governo. Al tutto manca ancora la nomina di sottosegretari o vice-ministri; ma, francamente, questa è cosa che appassiona prevalentemente gli studiosi del manuale Cencelli, per scoprire se vi sia o meno una qualche anomalia rispetto ai rituali rapporti stechiometrici.

Da diverse parti si è lamentata giustamente la modesta qualità di una squadra di governo largamente composta da yes-boys e da yes-girls dai curricula fatti di cooptazioni, con esperienze che sembrano essersi formate non nella Società, nella lotta politica, nella capacità di amministrare, ma nell’appartenenza ad una qualche tribù. Altri si sono invece sbracciati, in un coro stucchevole, ad iniziare dal mellifluo e sempre servile Vespa, ad apprezzarne la bassa età media e la parità di genere, come se queste possano costituire, a prescindere da ogni altro aspetto, qualità di per sé.

Ma il modo col quale il lupetto Renzi, divenuto Gran Mogol, ha formato il suo governo delle Giovani Marmotte risponde ad una logica precisa. Era evidente che Emma Bonino vi avrebbe rappresentato una nota stonata, non per via dell’età, ma per via dell’autonomia di giudizio e di un’autorevolezza tale da rischiare di oscurare Renzi in ambito internazionale (Renzi chi?). E, soprattutto, per via di due visioni del’Europa sensibilmente differenti.

Ma c’è di più: le improbabili competenze si accompagnano a scelte che indicano evidenti influenze politiche o di interesse: la Guidi a presidiare il fronte Confindustria-Berlusconi; Orlando a tutelare una Giustizia non sgradita al Cavaliere; la Lorenzin e la Giannini ad esprimere visioni della Sanità e della Scuola tranquillizzanti agli occhi vaticani; Poletti in quanto espressione dei potentati delle cooperative bianco-rosse; la Madia (che non votò contro lo scudo fiscale) ad acchiappar farfalle, e probabilmente sarà meglio così; e la Boschi a fare il cane da guardia sui percorsi parlamentari dell’Italicum, dello smantellamento del Senato, e delle altre riforme che costituiscono la vera premessa politica di questo governo.

Infatti, il dato politico da cui questo governo prende le mosse, attorno al quale è stato costruito e ne costituisce la sostanza, e che ne caratterizza formazione ed indirizzi, è proprio il patto che Renzi ha definito con il Cavaliere, ed imposto senza discussione sostanziale e senza possibilità di modifica al suo partito, dopo esser arrivato alla Segreteria. Era evidente che, non avendo le credenziali, il patto con il cavaliere non potesse venir stipulato da Renzi prima del suo avvento alla segreteria; ma neanche poteva venir annunciato: in tal caso, la sua vittoria alle primarie sarebbe risultata impossibile, ed in ogni caso si sarebbe creata nel PD una frattura ben più profonda, ed un’opposizione ben più vasta e determinata di quanto non sia quella che Cuperlo e Civati oggi sono in grado di produrre.

Una volta assicuratosi il controllo del partito, occorreva però accelerare i tempi: la permanenza del governo Letta (che, tra l’altro, si reggeva su una maggioranza dalla quale Berlusconi, sbagliando per una volta i suoi calcoli, si era autoescluso) avrebbe rappresentato un inutile intralcio sulla strada della realizzazione dei patti stipulati con Berlusconi. Renzi ha quindi dovuto liquidare bruscamente e rapidamente Letta, per dar vita ad un nuovo governo che, senza formalmente comprendere Forza Italia (cosa che molti non avrebbero accettato), fosse il più possibile un governo di garanzia per il Cavaliere.

Ciò spiega i toni e la rappresentazione mediatica della offensiva ed irridente rottamazione di Letta: l’insistenza su una discontinuità della quale non sono stati resi chiari i contenuti, la drammatizzazione del cambio di governo, sono stati i necessari condimenti per motivare all’opinione pubblica, sotto il pretesto dell’inefficienza del precedente governo, quello che non era un semplice “fatti da parte, perché tocca a me”, ma un governo la cui vera discontinuità non è nei programmi, ma nella profonda diversità delle intenzioni e della prospettiva di fondo, avendo al centro lo spostamento dell’asse politico della maggioranza e l’appropriazione dell’intera vita politica da parte di PD e PdL. E tutto ciò spiega anche i funambolici passaggi dal “mai al governo con Berlusconi” e “Enrico, stai sereno” ai fatti.

Abbiamo così assistito allo spettacolo indecente di un condannato in via definitiva per uno dei reati più gravi che possano essere imputati ad un uomo politico, inquisito per un altro reato inerente la funzione del Senato della Repubblica, interdetto dai pubblici uffici, espulso dal Senato, in attesa che se ne stabilisca l’affidamento ai Servizi Sociali o il domicilio coatto, riportato al centro della vita politica e ricevuto al Quirinale come se niente fosse avvenuto. E questa è stata l’epifania, percepibile a tutti gli italiani, al tempo stesso del venir meno dello Stato di Diritto, e dell’avvio di una nuova fase politica che vede per vincitore l’espulso dal Senato.

Nel realizzare il suo disegno, Renzi ha avuto dalla sua diversi fattori: gli indubbiamente scarsi risultati del precedente governo, che hanno permesso di creare un clima di benevola attesa, soprattutto da parte di Confindustria, nei confronti della cosiddetta discontinuità; la riluttanza dell’intero Parlamento (a partire dalle formazioni minori) ad affrontare nuove elezioni, e per di più con le preferenze; il fatto che a luglio inizia il semestre italiano di presidenza europea; il facile controllo di un partito, il maggiore del nostro Parlamento, che da troppo tempo si è interessato più all’egemonia nella propria area di riferimento che a produrre scelte politiche; e, ultimo ma non secondario fattore, la certezza che il movimento di Grillo fosse refrattario ad ogni ragionamento politico, riducendo quindi la partita da tre a due soggetti principali. L’incontro Renzi-Grillo, in diretta streaming, si è concluso nella miglior maniera possibile per il costituendo governo: con la certezza che da quella parte non sarebbero arrivati altro che insulti, e con la certezza che le 5 stelle, su questa strada, non saranno mai capaci di costruire un’alternativa.

Il che ha consentito a Renzi di poter presentare al proprio partito il suo patto con Berlusconi come l’unica strada possibile per mantenere l’egemonia, e di potersi presentare alle Camere nelle vesti di un De Gaulle che pronunci il suo “après moi, le déluge”.

Così, in questi giorni, si sta portando a compimento il ciclo politico che è stato definito come “seconda repubblica”: i due maggiori partiti, ciascuno dei quali ha dimostrato ampiamente negli anni passati la propria incapacità nel fare scelte e nel governare efficacemente, hanno congiuntamente trovato nel cancellare la democrazia rappresentativa la via opportuna per sopravvivere a questa incapacità, eludendola. Di questo patto, questo governo rappresenta la precondizione necessaria ed il garante.

Il dibattito sulla fiducia che si è sviluppato nelle due Camere ha rispecchiato fedelmente questa realtà.

Scontata la posizione dei 5Stelle, che rende inutilizzabile ai fini di qualsivoglia ragionamento sulle condizioni dell’Italia di oggi circa un quarto del Parlamento, il dibattito ha visto la benevola opposizione del PdL, che sa sin d’ora che nessuna riforma ad esso sgradita sarà possibile, la piena soddisfazione di un Alfano ritornato protagonista nel fissare paletti e caveat, oltre che nell’ottenere un più che ampio riconoscimento nella compagine di governo, un PD in tono minore e rassegnato.

In quanto a Renzi, nei quattro discorsi pronunziati al Senato ed alla Camera dei Deputati, mi pare che l’aspetto migliore vi vada visto nell’innovazione di linguaggio e toni; prescindendo da ciò, si sono ascoltate alcune osservazioni del tutto ovvie sulle condizioni del Paese, del tipo di quelle che qualsiasi persona di buon senso farebbe conversando con i propri amici; molte altre considerazioni, che pur sarebbero state necessarie, non si sono sentite. Ma è sulle cause prime dell’arretratezza del Paese, e soprattutto sulle strade per superarle, che la questione si fa nebulosa.

Sul piano delle politiche economiche, in evidente sintonia con il benservito dato da Squinzi ad Enrico Letta, si è sentito parlare di riduzione del cuneo fiscale, taglio dell’IRAP, pagamento dei debiti delle Pubbliche Amministrazioni, fondo di garanzia per le PMI; il tutto, per non aumentare formalmente il debito pubblico, con l’intervento, pur se garantito dallo Stato, della Cassa Depositi e Prestiti, a scontare le anticipazioni fatte dalle Banche o ad intervenire direttamente. Fatte quattro somme, c’è solo da osservare che ciò prosciugherebbe le disponibilità della CDP, fondate sulla raccolta postale e, tra l’altro, destinate anche a finanziare opere ed investimenti pubblici.

E’ il ritorno alla finanza creativa di Giulio Tremonti. La più che evidente mancanza di un programma si esprime nelle indicazioni generiche sul recupero di fondi dalla “spending revew”, da una ipotetica revisione della tassazione delle rendite finanziarie sulla quale, a dibattito sulla fiducia non ancora concluso, vi è già disaccordo nel governo. Mentre, ovviamente, non si parla affatto di un’imposta patrimoniale sui maggiori patrimoni, che sarebbe l’unica via per sostituire imposte fortemente recessive, sul lavoro, sulla produzione, sui consumi, con un’imposta che non abbia tali caratteristiche.

Nulla si è detto sul cosa, dove, e come, “tagliare”, sul come riformare la Giustizia, sul come combattere evasione ed elusione fiscale, sui limiti e sulle modalità delle eventuali dismissioni di patrimonio pubblico, sull’introduzione di una seria normativa sul conflitto di interessi. Non una parola sulla riduzione delle spese in armamenti, sullo smantellamento di rendite di posizione e da oligopolio, sulla questione delle provincie. Priorità alla scuola, si è detto. Ma come? E già oggi il ministro Giannini parla di parità tra scuola pubblica e privata. Vogliamo, visto che ci siamo, cambiare anche l’Articolo 33 della Costituzione?

In quanto a diritti individuali e civili, non si dice nulla, e neanche sul come superare le leggi più liberticide del passato ventennio, in parte già demolite da recenti sentenze della Consulta: si parla invece di un “equo” punto di incontro: non appare una gratuita illazione l’immaginare che tale punto di incontro si ispiri alla “sana” laicità della quale tempo fa parlava il cardinal Scola.

Ma le affinità con alcuni dei precedenti governi non finiscono qui: nell’enumerazione delle cose che non vanno, nel “ce la faremo”, nel “mi assumo ogni responsabilità”, sembra di rivedere un più giovane cavaliere promettere il milione di posti di lavoro, il contratto con gli italiani lanciato dallo studio di Vespa, che, se inadempiuto, avrebbe comportato le dimissioni del cavaliere. Nell’estrema semplificazione dei tweet di Renzi non è possibile non scorgere affinità con la semplificazione dei ragionamenti ridotti a slogan televisivi di Berlusconi, e non è possibile non osservare una volontà riduttiva che non arriva a cogliere le articolazioni di realtà complesse.

In questa tendenza alla semplificazione, più che un’avversione di principio ai meccanismi democratici, va colta l’idea di semplificare la democrazia rappresentativa che, essendo una costruzione di per sé complessa ed articolata sulle pluralità della rappresentanza, dei poteri, dei controlli, per questa via verrebbe stravolta e ridotta ad oligarchia. Ma, si badi bene, ad oligarchia degli staff dei due maggiori partiti.

Ora, non credo che l’Italia abbia bisogno di questo, né che gli italiani lo meritino. Il Paese ha senz’altro bisogno di una discontinuità: ma fatta di riforme profonde, di una politica economica seria, di innovazioni, di mobilità sociale e di una maggiore equità nella distribuzione del carico fiscale, di regole certe e di diritti altrettanto certi, dell’inversione del processo redistributivo alla rovescia che si è instaurato negli ultimi anni. E, soprattutto, di una politica che smetta di esser ceto e casta riproducentesi per partenogenesi, e sappia essere classe dirigente in quanto a qualità ed in quanto espressione della volontà popolare. Ed ha bisogno di partiti veri ed aperti alla partecipazione.

Nelle parole di Renzi, nelle modalità di formazione del suo governo, oltre che la novità del suo linguaggio, è rintracciabile ben poco di tutto ciò.

Mi pare quindi evidente come la vera discontinuità, il nocciolo e l’effettiva ragion d’essere di questo governo stiano nella necessità di adempiere al patto stipulato con Berlusconi, portando avanti nei termini concordati le riforme della legge elettorale della Camera, del Senato, dei poteri dell’Esecutivo, ed attuando ciò che Guy Verhofstadt (ex primo ministro belga, liberale, ed attuale presidente dell’ALDE) ha definito come un “colpo di stato”.

E quindi, nella necessità, a ciò subordinata, di costruire un Esecutivo che sia quanto meno accettabile per la destra, nelle figure che lo compongono, nelle questioni da portare avanti, ed in quelle da accantonare o di cui non si deve affatto parlare.

Finchè ciò avvenga, e finchè non maturino auspicabili ripensamenti nel PD o nelle formazioni minori, il governo delle Giovani Marmotte e la maggioranza che lo sostiene, dureranno, e Matteo potrà “star sereno”. Ove ciò dovesse venir meno, il governo non durerà un giorno di più: questo il senso dell’intervento di Brunetta alla Camera, e questo il senso dell’entusiasmo che Giuliano Ferrara, dalle pagine de “Il Foglio”, ha manifestato nei confronti di un governo che consente alla destra di attuare, senza neanche assumersi la responsabilità ed il fastidio di governare, quanto dai banchi del Governo non è riuscita a fare.

Pubblicato in : Primo piano

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