“Dai!, ragazzi: ma di che cosa stiamo parlando?”. Con una sola frase, Mohammed ‘Mo’ Ibrahim, il filantropo multimiliardario sudanese, è riuscito a screditare tutta una serie di promesse e di dichiarazioni che i rappresentanti europei e africani avevano fatto, prima di lui, durante la conferenza ad alto livello ‘Per un nuovo partenariato con l’Africa’ organizzata dal Parlamento europeo il 22 novembre, a una settimana del quinto Vertice Africa–Ue di Abidjan. “Noi africani siamo consapevoli delle nostre responsabilità. Sappiamo che questa è la nostra battaglia, ma da parte vostra abbiamo bisogno di più trasparenza. Un politico africano di certo non si corrompe da solo, no?”.
Convinto che senza una buona governance l’Africa non ha futuro, ‘Mo’ Ibrahim ha spiegato che se l’Europa non decide di combattere l’esistenza dei paradisi fiscali dove i governanti africani nascondono i propri soldi (si stima che ogni anno i politici africani trafughino decine di miliardi di dollari) e il fatto che alcuni “businessman europei” corrompano quegli stessi politici, un partenariato tra Europa e Africa è praticamente inutile. Nonostante le più buone intenzioni.
Buona governance, paradisi fiscali e corruzione
Durante le tre tavole rotonde su pace e sicurezza, sviluppo economico e migrazioni, i dubbi sul fatto che questo partenariato Africa-Ue sia in grado di dare benessere e stabilità “ai giovani” (come vuole uno dei tanti slogan) di un continente che entro il 2050 avrà 2,5 miliardi di persone sono emersi da entrambe le parti: africani e europei. Durante gli interventi della tavola rotonda su ‘Democrazia, governance e diritti dell’uomo’, il congolese Denis Mukwege, vincitore del premio Sacharov per la libertà di pensiero nel 2014, ha dichiarato che sebbene “gli Stati africani siano coscienti che devono perseguire la lotta per la democrazia, l’Unione europea e le Nazioni Unite devono sostenerli”.
E uno dei modi per sostenerli sarebbe, come ha spiegato l’antropologo Jason Hickel subito dopo l’intervento di Muckege, attraverso una democratizzazione delle istituzioni internazionali per far sì che i Paesi africani abbiano lo stesso peso decisionale degli altri. Ancora oggi, per esempio, al Fondo Monetario Internazionale il potere decisionale riflette la posizione dei Paesi membri nell’economia globale. Inoltre, l’antropologo Hickel ha continuato la sua critica sulla stessa scia di ‘Mo’ Ibrahim sostenendo che “la lotta contro la povertà africana, che non è diminuita di molto se considera che il reddito pro capite si è alzato di poco rispetto agli Anni Settanta, passa anche attraverso una battaglia contro i flussi illeciti. Ci sono troppi soldi che partono dall’Africa e finiscono nei paradisi fiscali”.
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