
di Fabrizio Foschini*
L’economia della droga ha costituito durante gli ultimi tre decenni una delle maggiori voci del Pil afghano. Nel 2021, l’Ufficio delle Nazioni Unite contro Droga e Crimine (Unodc) stimava che il valore dei soli oppiacei prodotti – senza contare quindi l’hashish e altre sostanze narcotiche, come le metanfetamine – fluttuasse tra 1.8 e 2.7 miliardi di dollari, corrispondenti a una percentuale tra il 9 e il 14% del valore del Pil e superiore al totale delle esportazioni lecite afghane in beni e servizi.
Il bando alla produzione e al commercio di oppiacei e di altre sostanze stupefacenti, decretato dall’Emirato islamico d’Afghanistan a partire dal 5 aprile 2022, ripeteva la decisione presa dai Taliban nel luglio 2000, all’epoca del loro primo emirato. Con una motivazione di fondo su basi religiose e di politica interna – resa più urgente dall’aumento vertiginoso della dipendenza da oppiacei tra la popolazione afghana nei due decenni intercorsi – il decreto offriva all’Emirato anche una ormai rara chance di intesa e potenziale collaborazione con la comunità internazionale.
La scelta di sopprimere un’attività economica primaria in molte zone del Paese, tra le quali alcune delle storiche roccaforti filo-talebane, in un momento di forte contrazione dell’economia afghana e di non ancor sopite opposizioni interne, non si prospettava comunque di facile esecuzione, anche considerando che le tasse sulla produzione e il commercio di oppiacei avevano per anni costituito un’importante voce d’entrata per i Taliban. Eppure, dopo un inizio in sordina, causa anche la tempistica dell’annuncio – all’inizio della stagione del raccolto estivo del 2022, che conseguentemente non era stato impedito – e che aveva fatto dubitare della serietà delle intenzioni dell’Emirato, il bando è stato messo in atto in maniera molto efficace.
Nel 2023 la produzione di oppiacei è precipitata ai livelli minimi da oltre due decenni, con una riduzione rispetto all’anno precedente compresa tra l’86% e il 95% a seconda delle stime. Le autorità si sono mobilitate anche per reprimere la produzione di efedrina, un precursore per la preparazione delle metanfetamine estratto da una pianta spontanea, in forte espansione negli anni precedenti il ritorno al potere dei Taliban. Gli sforzi per reprimere il commercio di stupefacenti verso l’esterno del Paese non sono invece aumentati in maniera altrettanto netta: i “bazaar della droga” si sono concentrati in pochi siti più discreti, ma i traffici sono continuati.
Differenze provinciali
Eppure, a un’analisi più attenta, anche nella lotta alla produzione di oppio traspariva una forte differenziazione interna. Inizialmente, il bando è stato rispettato e fatto rispettare con più zelo in alcune aree, spesso quelle che i Taliban controllavano da più tempo o dove godevano di maggior sostegno. Ad esempio, nella provincia di Helmand, storicamente sede della maggior coltivazione di oppio nel Paese, la superficie coltivata a papaveri da oppio è passata, tra il 2022 ed il 2023, da oltre 120.000 ettari a meno di 1000. Qui, il sostegno ideologico da parte della popolazione e la maggior sicurezza delle autorità nell’imporre un decreto “scomodo” senza temere di suscitare ostilità od opposizione hanno permesso una sua attuazione ottimale. All’estremo opposto del Paese, nella provincia nordorientale del Badakhshan, dove solo nell’ultimo decennio i Taliban sono riusciti a mettere piede, il bando è da principio rimasto pressoché lettera morta.
Alla base di questi esiti diversi vi è anche la disparità economica tra province. L’Helmand è terra di latifondi: grandi opere idriche a metà del ‘900 e la recente espansione del terreno coltivabile in zone precedentemente desertiche tramite pompe azionate ad energia solare – una tecnologia economica ed efficace, anche se dall’impatto pesante sulle falde acquifere sotterranee – hanno significato un’alta disponibilità di terreni e la loro concentrazione nelle mani di grandi proprietari – molti dei quali sono da lungo tempo membri o fiancheggiatori dei Taliban. Questi, in grado di stoccare ogni anno il surplus della produzione di oppio come “valuta di sicurezza”, hanno beneficiato enormemente dell’aumento dei prezzi causato dal bando: nel giro di pochi mesi, un kg di oppio è passato da cento dollari a più di mille. Anche da qui, una maggiore facilità nel trovare consensi al bando tra chi già possedeva ingenti scorte di oppio, soprattutto se viene consentito di continuare a commercializzarlo grazie al tacito consenso, più o meno interessato, di elementi dell’establishment (ad esempio concedendo una proroga informale di 10 mesi a chi dovesse vendere oppio già posseduto).
Altre parti del Paese, come il Badakhshan, sono caratterizzate da una proprietà terriera molto più piccola e frazionata e i contadini raramente riescono a disporre di oppio da immagazzinare. In questa provincia povera e solo recentemente finita sotto il controllo dei Taliban, la scelta delle autorità – fino al 2024 di estrazione strettamente locale e più strettamente connesse alla realtà socio-economica delle comunità a loro sottoposte – è stata inizialmente di non inasprire i rapporti con la popolazione con una applicazione radicale del bando che avrebbe cancellato la sua pressoché unica fonte di introiti certi.
Le conseguenze economiche
L’abbandono dell’oppio in effetti ha rappresentato una catastrofe economica per molti afghani, causa l’impossibilità di sostituirlo con altre coltivazioni redditizie. Nel 2023, Unodc calcolava che un ettaro coltivato a grano avrebbe reso 770 dollari contro i 10,000 di un ettaro di papaveri da oppio (senza contare il ciclo di maturazione più breve di questi ultimi, che in molte province consente un secondo raccolto). Sempre quell’anno – secondo l’esperto di oppio afghano David Mansfield – il bando aveva già colpito il reddito di quasi 7 milioni di persone, che sarebbero saliti a 10 se fosse stato applicato uniformemente a tutto il territorio nazionale. Ad essere colpite soprattutto le fasce più povere, come i fittavoli e braccianti stagionali.
Ma l’applicazione del divieto “a due velocità” non poteva passare inosservata. Nel 2024 la produzione di oppio in Badakhshan è aumentata significativamente, arrivando al 60% del totale nel Paese, e nell’estate dell’anno scorso l’Emirato si è visto costretto a intervenire in maniera più decisa nella provincia, per non rischiare di perdere la faccia. Chi ha finito per perdere, invece, la vita, sono stati numerosi contadini che si opponevano all’eradicazione dei loro campi e alcuni degli agenti Taliban impegnati nelle operazioni. Visto lo scarso zelo delle autorità locali, l’Emirato aveva infatti inviato forze da altre province. Questo ha ridotto la capacità negoziale delle due parti e alzato il livello dello scontro, finché non si è arrivati a un nuovo, temporaneo compromesso, e al ritiro delle truppe non-indigene a opera compiuta solo a metà. Un copione che si è ripetuto, tragicamente, anche quest’anno.
Il Badakhshan fa scuola
Ormai, però, il Badakhshan aveva fatto scuola. Molti contadini di altre province, in particolare quelle meridionali, hanno cominciato ad aggirare il divieto in vari modi. Alcuni hanno “esternalizzato la produzione”, affidandola agli abitanti di aree montuose più remote e povere nelle province di Ghor e Daikundi o addirittura affittando terreni nel Baluchistan pakistano e trasferendovisi stagionalmente. Sebbene nei centri tradizionali come Helmand o Kandahar la produzione si sia mantenuta modesta anche nel 2024, di recente la repressione della coltivazione sembra allentarsi: in alcuni casi le autorità locali si limitano a eradicare i papaveri coltivati più in vista, o una porzione della coltivazione concordata con i proprietari per salvare sia la facciata istituzionale che una parte del raccolto. Il ricorso ad accorgimenti di vario tipo – come il coltivare all’interno di appezzamenti cinti da alte mura – dimostra come anche i coltivatori di queste province non intendano privarsi, in un futuro incerto, della garanzia di sopravvivenza offerta dall’oppio. La produzione di oppio ha così registrato una parziale ripresa nel 2024 (19% in più) e il trend sembra avviato a continuare, seppur in maniera graduale, quest’anno. Lo dimostra l’andamento dei prezzi, in netta discesa dopo il picco del 2023, grazie alle nuove prospettive di disponibilità, ma comunque abbastanza alti da tentare sempre nuovi agricoltori a sfidare il divieto.
Il futuro del bando
Una variabile decisiva è l’atteggiamento che l’Emirato terrà sul lungo periodo. Nella perdurante situazione di crisi economica in cui versano popolazione e governo, mantenere salda la rotta sul fronte narcotici potrebbe rivelarsi un lusso insostenibile. Sul piano interno, potrebbe risultare in tensioni tra il governo centrale e segmenti della popolazione, soprattutto nelle province dove il movimento Taliban ha radici meno profonde e omogenee. Un graduale rilassamento delle misure anti-droga, una disponibilità ai compromessi locali o una rotazione periodica delle zone di pressione, potrebbero essere sufficienti a scongiurare il pericolo che le proteste assumano un significato politico. Ma il bando rappresenta anche un test di coerenza e, soprattutto, di autorità per il governo di fatto: se da un lato difficilmente potrà essere revocato, gli scenari più “rilassati” di cui sopra comportano il rischio di una crescente collusione tra autorità locali e produttori/trafficanti di narcotici e in ultima analisi di corruzione e competizione interna tra i ranghi dei Taliban per la difesa del “proprio” oppio. Ossia, qualcosa di già visto sotto la Repubblica.
Fabrizio Foschini
*Istituto Ispi

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