Confesso di essere rimasto sorpreso dal discorso del Papa durante il suo viaggio nei Paesi baltici, allorché, rivolgendosi a quelle popolazioni , mi pare in Estonia, le ha invitate ad aprire le porte agli immigrati- cosa che del resto il sommo Pontefice fa in continuazione nei suoi messaggi universalistici- con l’accorgimento, però, che l’immigrazione non determini un’alterazione della loro identità nazionale .
Sorprende che il capo della Chiesa cattolica, il quale si rivolge a tutti quanti i fedeli a prescindere dalla loro nazionalità, abbia questa attenzione a che non venga menomata da una immigrazione incontrollata l’identità del Paese che accoglie i rifugiati ormai senza patria. Il limite all’accoglienza quindi esiste ed è dato, per il pensiero del Papa, dalla salvaguardia di quegli elementi che caratterizzano l’identità dello Stato ospitante.
Quanto osservato da Papa Bergoglio mi richiama alla mente un recente scritto apparso sul “Corriere della Sera” dove si riferiva che in Danimarca i bambini degli emigranti vengono sottratti alle famiglie per alcune ore alla settimana ed affidati alle Istituzioni pubbliche perché insegnino loro i valori della nazione danese.
Dunque la propria nazionalità, o identità nazionale, è per ogni Paese un valore da difendere comunque- da non confondere, peraltro, con il nazionalismo o, come si dice oggi sovranismo- e da distinguere dallo Stato che è una realtà giuridica e politica. Essa si identifica, infatti, nell’attaccamento alla propria terra insieme al sentimento di appartenenza alla comunità di persone che lì risiedono, ossia il popolo, avendo un passato comune, spesso attraversato da sacrifici di sangue. Da ciò deriva, per via di una continuità storica fra le generazioni passate e quelle che verranno, la volontà di costruire un futuro comune e la fede in questo futuro. Ma da cui scaturisce anche e, soprattutto, quel sentimento di fedeltà e di lealtà verso lo Stato che è l’organizzazione sociale che si è data una determinata nazione. Può accadere che lo Stato richieda in determinate circostanze una condizione di sacrifici allorché questi siano ritenuti necessari alla collettività. Quei sacrifici di “ lacrime e sangue” che Winston Churchill poté richiedere, ricambiato, al suo popolo durante l’ultimo conflitto mondiale essendo forte il senso della nazione da parte degli inglesi.
Quando, questo tema dell’identità nazionale, che è tema di fondamentale importanza per un Paese individualista come il nostro, viene trattato da noi- del resto molto raramente- non accende alcuno entusiasmo. Eppure , a ben vedere, tutti i nostri mali, ad iniziare dalla quanto mai deprecata evasione fiscale, derivano dall’ avere un senso della nazione, o, se si vuole, perché è lo stesso, senso civico, debole, ma che era presente in quei patrioti che nel Risorgimento furono pronti a sacrificare la vita perché l’Italia diventasse una. Ora che l’Italia è fatta e che anche la Resistenza è solo un ricordo, prevale il nostro vizio antico dell’individualismo, messo in evidenza da tanti autori nel corso dei secoli ad iniziare da Dante. Questa condizione dovrebbe essere fonte di preoccupazione per la politica a motivo della ricaduta di carattere sociale che un tale atteggiamento comporta; almeno prima dell’organizzazione di manifestazioni antirazziste che da noi non hanno senso, se non per qualche sporadico gesto dovuto all’idiozia di una minoranza assolutamente marginale, rispetto ad altri Paesi dove è fortemente accentuato il senso della propria nazionalità. Semmai c’è, nel popolo italiano, una vocazione universalistica dovuta probabilmente alla presenza della Chiesa, che però ha impedito la formazione dello Stato unitario fino alla caduta del potere temporale.
Abbiamo detto del disinteresse della politica per far crescere il nostro depresso orgoglio nazionale che ci aiuterebbe a superare l’ innato spirito settario e litigioso che troppo spesso prevale rispetto all’interesse del bene comune. Bisogna però riconoscere che vi è stato un momento nella recente storia repubblicana nel quale il senso della nazione sembrava in qualche misura ritrovato, quanto meno nei suoi simboli esteriori rappresentati dalla bandiera e dall’inno nazionale- che si volle confermato difronte alle perplessità di alcuni se non ancora legittimato giuridicamente- perché trovava origine nel Risorgimento. Questo momento di entusiasmo per i simboli della nostra identità nazionale o della nostra nazione, ci fu negli anni in cui la presidenza della Repubblica era impersonata da Carlo Azeglio Ciampi. Uomo di sinistra, si badi bene, nonché convinto europeista, che non di rado richiamava il nostro passato di civiltà in cui l’Italia è stata maestra alle genti.
Ma l’uomo aveva una formazione laica ed aveva capito che lo Stato, inteso come complesso delle Istituzioni pubbliche, ha bisogno di un fondamento etico che si manifesta nella convinzione, ma direi anche orgoglio, di servirlo come appartenenti ad una comunità dove tutti ci riconosciamo in quanto italiani, al di là dell’interesse personale. Se il rispetto della legge non si fonda su questo valore morale, l’obbligo giuridico che la stessa legge crea, appena se ne presenterà l’occasione, si cercherà di eluderlo. E le conseguenze di un tale comportamento nella nostra società sono purtroppo sotto gli occhi di tutti.
Alberto Abrami

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