
Non si può confidare, in ogni caso, nei politici quando oggi affermano che la legge sul finanziamento pubblico dei partiti sia da riformare. Gira e rigira, finiranno per lasciare più o meno le cose come stanno, cambiando solo i titoli. Non fidarsi è ormai un dovere civico: dopo il referendum del 1993, è anche un dovere logico.
E allora, che fare?
Dal momento che i partiti sono soggetti privati, mere associazioni di privati si sensi degli artt. 36 e seguenti del codice civile, dobbiamo domandarci: perché deve sussistere un finanziamento di queste associazioni a carico dei contribuenti? Qualcuno obietterà: i partiti non sono come una qualunque bocciofila, sono organismi dotati di rilevanza costituzionale. E’ vero, l’art. 49 della Costituzione ci dice che “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Non pare tuttavia che vi sia contenuto, neppure in forma implicita, ovvero che sia implicato un qualsivoglia riferimento al sostegno erariale delle loro organizzazioni. E’ una scelta del legislatore – consentita, certamente, e pur non necessitata; essa, insomma, non fa assolutamente parte di un programma di coerente attuazione della Costituzione ma è semplicemente frutto di una opzione discrezionale del Parlamento. Dopo il 1993, tuttavia, si è anche trasformata in qualcosa di diverso: una scelta criminale di rapinare i contribuenti dopo che i cittadini hanno espresso un orientamento netto, inequivoco.
A prescindere da ciò, ovvero, se ciò non bastasse, più sostanzialmente, il finanziamento pubblico dei partiti è un sistema di legge che viola i diritti politici dei contribuenti. Poniamo solo, per esempio, di stabilire in un milione di euro la parte dei ricavi dello Stato destinata per legge ai partiti. Questo milione non è altro che una quota delle somme drenate dall’erario ai contribuenti. Ciascun contribuente, cioè, versando le imposte alimenta questo milione destinato ai partiti: non importa quale sua il suo colore, il suo pensiero, la sua opzione politica e culturale. Può dunque accadere che, poniamo, un anarchico, non trovando in Parlamento partiti affini al proprio credo e rifiutando la politica dei partiti che sono riusciti a portarvi degli eletti, sia comunque costretto a pagare l’obolo. Perché questo signore deve tirare fuori dalla tasca i propri denari per finanziare organizzazioni politiche (e politici) in cui non crede? Può accadere ad un anarchico, ma anche ad un fascista, ad un marxista-leninista, ad un comunista, ad un socialista, ad un liberale e anche solo ad un qualunquista, ad un menefreghista, ad uno che non ne voglia neppure sentire parlare e, in definitiva, ad uno qualunque di noi. Come si permette lo Stato di superare – lasciandole nell’irrilevanza – le scelte e le opzioni dei cittadini-contribuenti? Perché costringerli al sostegno di soggetti la cui esistenza dovrebbe poggiare esclusivamente su una convinzione ed un atteggiamento proattivi, su un desiderio, una scelta di partecipazione nel rispetto degli orientamenti politici, filosofici e culturali prescelti?
I partiti debbono nascere, organizzarsi e sviluppare le proprie strategie con il contributo volontario di chi, per qualunque motivo, intenda sostenerli. Un assetto diverso, che obliteri le preferenze individuali attraverso la costrizione normativa alla contribuzione generale, costituisce una violazione dei diritti di libertà, dei diritti politici dei contribuenti.
Con i recenti e scandalosi episodi di cronaca, l’abrogazione di qualsiasi intervento pubblico a favore dei partiti politici è divenuta un punto ulteriormente necessario dell’agenda politica.
I propositi di riforme finiscono nei dibattiti inconcludenti, nei facili distinguo, nel mare magnum delle innumerevoli possibili architetture. La proposta abrogazione ha il merito di non consentire ambiguità. E’ maturo il tempo per spingere prepotentemente – verrebbe da dire: a furor di popolo dei contribuenti -, idee come questa, nella loro chiarezza e nella loro rigorosa, dirompente carica innovativa.

Il fatto che un progetto di legge proposto da Massimo Teodori (che ben conosce gli squilibri che comunque si generano abbracciando la liberalizzazione integrale del finanaziamento dei partiti), ormai più di dieci anni fa, per cercare un equilibrio fra la capacità di influenza politica che le grandi lobby sono in grado di esercitare in ragione della loro enorme capacità di finanziamento e quella dei piccoli finanziatori, sia rimasto lettera morta, conferma che proposte più equilibrate siano irrealizzabili in Italia. E che l’unica strada sia quella dell’abrogazione tout court. Se non si parte da qui, dal concreto della modalità di finanziamento, difficilmente si potrà sperare di ottenere anche un vero ricambio delle persone nei partiti, nel panorama politico ed una maggiore partecipazione.