
Ma guarda un po’. Cosa c’è di meglio dell’argine del Po per fare il pellegrino in campagna? Vedi di là e di qua, vai sopra e sotto, a piedi e in auto, in bicicletta e una volta pure a cavallo e carrozza, non ti stanchi mai di scoprire pezzi di campagna, casolari diroccati, corti restaurate, stalle di una volta e maneggi apparentemente abbandonati. Un po’ pellegrino dei fiumi. Argini maestri tra l’Arno e il Po, dove sono più argini che maestri, ma anche talora maestri di argine, di arginamento. Mi piace immaginare gli argini del Mugnone.
Su e giù per gli argini, maestri e meno maestri, ecco le montagne del Po. Cosa può fare la fantasia! Noi che siamo nati sotto l’argine del Po sappiamo che l’argine è maestro anche quando è secondario, che gli argini sono un sistema di difesa ma anche di comunicazione, di disegno della terra, della campagna, del paesaggio, della vita. Ne ho fatti di argini nella mia vita.
Quelli del Brenta e quelli dell’Oglio, quelli dell’Arno e quelli del Sile, quelli dell’Adige e quelli del Ticino, ma quando penso alla parola argine mi viene in mente solo l’argine del Po, anzi un pezzo di qualche chilometro dell’argine del Po che va da Villa Saviola a San Benedetto passando per Portiolo. Da percorrersi con assoluta tranquillità. Meglio in primavera o in autunno quando i colori e le luci sono proprio quelle giuste per fare la piccola grande vedetta dall’argine. Ricordi di Cuore.
Vedi tutto quello che puoi e devi vedere con una prospettiva adeguata. Sfilano i pioppi, ti saltano sopra la testa i fili della rete elettrica e qualche viadotto se capita. Io ho il mio argine preferito. E fa la curva. Da quella curva il Po sembra un mare. Sullo sfondo nelle giornate chiare vedi i ponti di Borgoforte, quello delle macchine e quello dei treni. Quello dei treni con la sua sagoma di ferro sembra proprio un ponte da film. Ed è stato in qualche film. È fantastico quel pezzo di argine che ti sembra di stare in un film.
Sei tra cielo e terra, ti sembra di volare ai confini di un mondo fuori dal mondo ma ti senti pure sicuro per quelle ombre di piante e case, di tetti e capanni che sono le radici di una vita. Lì sotto, lì attorno. Lì da basso. Salite e discese si srotolano verso le strade che portano alle corti, alle latterie, alle case che sono lì da quando il Po faceva paura tanta paura con le sue piene, quelle fatte all’inizio del Novecento, quelle rifatte tra le due guerre, case di tutti i tipi e di tutte le varietà ma stravincono i casolari di campagna. E quelle meno paurose dei giorni scorsi.
Di qui verso la campagna aperta anche un piccolo paese abbarbicato come si direbbe all’argine maestro, che è una montagna del Po, e di là, verso gli arginelli secondari quindi tecnicamente in golena, ecco casali e casolari, corti più o meno grandi e anche un vecchio camino di una fornace dove facevano le pietre. Il Po ovviamente scorre, ma talora sembra fermo. Il Po ti aiuta a scoprire un orizzonte di rami e cespugli, di barche appoggiate a un rivone e di sabbioni che sono sempre più invadenti. Da lontano vedi le macchine uguali alla tua che sono sullo stesso argine e ti sembrano su una pista fantastica, di una fantasia che diventa realtà alla prima curva.
Lascio Portiolo e passo sotto il ponte dell’autostrada, d’un colpo si riemerge sul belvedere, un contadino ricama col suo trattore ed aratro un campo lì sotto,e una famiglia si inoltra nella discesa che porta al ristorante, pesce di fiume e le rane, una volta anche noi. Giramondi, pellegrini di Tevere, Arno, Po e pure Mugnone.
Fabrizio Binacchi

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