Tra meno di due settimane saremo chiamati ad esprimere il nostro voto su un quesito che non riguarda quali e quante perforazioni saranno permesse nei nostri mari, questo è quello che probabilmente ha capito la maggioranza dei cittadini. Sulle perforazioni c’è una normativa, abbastanza severa, che proibisce qualsiasi nuova trivellazione nella fascia costiera italiana inferiore alle 12 miglia. Saremo più semplicemente chiamati a decidere se le imprese, che già estraggono ad oggi gas e petrolio, potranno proseguire, previo il rinnovo delle concessioni, allo sfruttamento dei giacimenti fino al loro naturale esaurimento oppure no. Le attuali piattaforme esistenti producono soprattutto gas, mentre il petrolio viene estratto in soli quattro giacimenti, che assicurano lo 0,95% del nostro fabbisogno. Se il 17 aprile vincesse il “si” e si raggiungesse anche il quorum del 50% degli elettori +1, le società alla scadenza delle concessioni dovranno mettere fine alla loro attività di estrazione, aldilà delle condizioni dei giacimenti. Ad oggi, nei nostri mari, entro le 12 miglia dalla costa, sono presenti 35 concessioni. In caso di vittoria del “si” il referendum avrebbe effetti a partire dal 2018, perché in quell’anno scadono 27 concessioni su 35. La vittoria del “si” inoltre annullerebbe i 9 permessi concessi per nuove trivellazioni. Le ricadute economiche se vincessero i “si”, secondo Assomineraria, sono di 13 mila posti di lavoro in meno nel settore estrattivo e di 5 mila posti di lavoro nell’indotto. I promotori del “si” propongono di riconvertire questi lavoratori per spostarli nel settore delle energie rinnovabili, che già producono il 40% della nostra energia elettrica e che dà lavoro a 60 mila addetti. Quelli del “no”, oltre a sottolineare la perdita di lavoro e di ricchezza nazionale, lanciano l’allarme sul pericolo che l’abbandono degli impianti provocherebbe per il venir meno degli investimenti sulla sicurezza. A parer mio è necessaria, fermo restando l’impegno del nostro Paese per la fuoriuscita dall’uso delle fonti fossili per la produzione di energia, una fase di transizione con un preciso programma energetico di medio termine che preveda un mix di uso di gas e di fonti rinnovabili. Nel nostro Paese esistono giacimenti di gas naturale pari a 223 miliardi di metri cubi. Questi, da soli, sarebbero in grado di coprire i consumi privati delle famiglie per i prossimi 25 anni. Lo scandalo appena esploso non aiuta e mette in pericolo non solo l’investimento delle Total, ma lo stesso impianto dell’Eni e crea un clima tale da snaturare il significato di questo referendum. Siamo di fronte quindi alle solite furbate all’italiana e rischiamo di farci male da soli ed è questo il motivo per cui personalmente non andrò a votare. È molto strano vedere un PD che si astiene dal referendum promosso da 7 regioni presiedute dal centro-sinistra. Il referendum abrogativo, previsto dall’art.75 della nostra Costituzione, va usato solo per far pronunciare i cittadini su questioni importanti e precise. Non è il caso di questa consultazione che è dannosa e inutile. È molto probabile che anche questa volta non si raggiungerà il quorum, come già accaduto in altri 30 referendum andati a vuoto negli ultimi 20 anni. Per questo dico di concentrarci sul referendum di autunno per la riforma costituzionale, con cui finalmente nascerà la vera Seconda Repubblica. Voi che ne pensate?
A proposito del referendum abrogativo di domenica 17 aprile
Siamo di fronte alle solite furbate all’italiana e rischiamo di farci male da soli ed è questo il motivo per cui personalmente non andrò a votare.

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