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A partire da Lyotard, la condizione dell’intellettuale postmoderno

di Angelo Giubileo | 22 Giugno 2014

Sfuggendo alle pruderie di intellettuali di altri tempi, d’antan, potremmo dire in senso lato che con la crescita e la diffusione della cultura cresce e si sviluppa anche il ruolo, oggi, dell’intellettuale postmoderno.

19860415_Lyotard_8263_35In un magniloquente brano dell’Introduzione, alla prima edizione del 1979 in madrelingua di La condition postmoderne, estratto della traduzione italiana dell’opera, pubblicata per la prima volta in Italia nel 1981 con il sottotitolo Rapporto sul sapere, Jean Francois Lyotard scrive: “Semplificando al massimo, possiamo considerare ‘postmoderna’ l’incredulità nei confronti delle metanarrazioni”.

Un corrispondente, allo stesso modo significativo, del termine ‘metamatematica’ usato a proposito della dimostrazione della coerenza dell’aritmetica ad opera del matematico austriaco Kurt Godel. Il suo famoso articolo descrive, secondo la logica della scienza ‘esatta’ della matematica, due teoremi concernenti l’incompletezza di certi sistemi formali dati. In estrema sintesi, i due teoremi dimostrano “l’impossibilità di stabilire, con strumenti formalizzabili all’interno del sistema, la sua coerenza (cioè non contraddittorietà)… D’altra parte, è molto facile inventarsi sistemi di assiomi incoerenti (cioè autocontraddittori); e, quando un sistema lo è, è sempre possibile dimostrare questa incoerenza con strumenti che siano formalizzabili all’interno del sistema” (A. Sokal e J. Bricmont, Imposture intellettuali, 1999). All’interno del sistema, non è quindi possibile né dimostrare né rifiutare una proposizione: non è cioè possibile stabilire,  mediante un ragionamento ‘metamatematico’ in qualsivoglia modo rappresentato (o tradotto) nell’ambito del formalismo della matematica, se la proposizione sia vera. A queste conclusioni, era dunque già pervenuto nel lontano 1931 uno dei maggiori esponenti del Circolo intellettuale di Vienna; le cui riunioni pare si tenessero regolarmente ogni settimana a partire dal 1922 e fino all’avvento di Hitler, e alle quali sembra non abbiano mai partecipato né Wittgenstein né Popper, pur intrattenendo nel corso della loro vita rapporti più o meno frequenti con i membri dello stesso Circolo.

Proseguendo nel brano dell’Introduzione, Lyotard immediatamente scrive: “Si tratta indubbiamente di un effetto del progresso scientifico; il quale tuttavia presuppone a sua volta l’incredulità. Al disuso del dispositivo metanarrativo di legittimazione corrisponde in particolare la crisi della filosofia metafisica, e quella dell’istituzione universitaria che da essa dipende”.

Nella trascrizione, ad opera dello stesso autore, delle lezioni universitarie tenute a Friburgo nel semestre invernale 1942/43 sul pensiero iniziale di Parmenide, Martin Heidegger parla “dell’esordio della metafisica occidentale (…) a partire da Platone, e soprattutto con il pensiero di Aristotele”. L’introduzione del pensiero metafisico avviene per il tramite del parricidio (o parmenicidio) e si concretizza nel travisamento o mutamento di senso e di significato del termine greco aletheia, tradotto con il termine “verità”, ma non intesa più come “dis-velamento”, bensì “a partire dall’Alto Medioevo rappresentata come  omoiosis, mediata dalla lingua latina, (è) diventa(ta) adaequatio. Veritas est adaequatio intellectus ad rem”. Fino al definitivo crollo della metafisica e dell’impalcatura teo-logica eretta a sostegno nel corso di circa duemilacinquecento anni di storia, durante i quali l’intelletto e quindi il ruolo dell’intellettuale serve da funtore, è cioè funzionale alla narrazione e diffusione della cosiddetta verità.

A tale proposito, confacente è l’immagine dell’intellettuale moderno così come ad esempio descritta da Edward W. Said: “Caratteristica prima dell’intellettuale, ai miei occhi, è il fatto di essere una persona capace di rappresentare, incarnare, articolare un messaggio, un punto di vista, un atteggiamento, una filosofia o una convinzione di fronte a un pubblico e per un pubblico … ma ciò che importa non è soltanto il modo in cui formulo il mio discorso, bensì anche ciò che io stesso rappresento nel momento in cui cerco di promuovere la causa della libertà e della giustizia. Se dico o scrivo queste cose è perché, dopo aver a lungo riflettuto, esse sono ciò in cui credo; inoltre, voglio conquistare ai miei convincimenti anche altre persone”. Ma, ritornando al discorso in apertura di Lyotard, è ancora possibile che viceversa nel postmoderno l’intellettuale sia in grado di esercitare un ruolo e continuare a svolgere una funzione?

Sembra che a tale proposito, egli subito aggiunga: “La funzione narrativa perde i suoi funtori, i grandi eroi, i grandi pericoli, i grandi peripli ed i grandi fini. Essa si disperde in una nebulosa di elementi linguistici narrativi, ma anche denotativi, prescrittivi, descrittivi, ecc., ognuno dei quali veicola delle valenze pragmatiche sui generis. Noi non formiamo delle combinazioni linguistiche necessariamente stabili, né le loro proprietà sono necessariamente comunicabili”.

Era già allora il tempo in cui la civiltà si apriva agli spazi della globalizzazione e della multimedialità e dei futuri socialnetwork, reti attraverso le quali, soprattutto, oggi si svolge il destino di ciascun uomo, accade cioè la narrazione – così come rappresentata e descritta dall’esperienza essenziale di ogni singolo individuo – della condizione umana postmoderna.

Sfuggendo alle pruderie di intellettuali di altri tempi, d’antan, potremmo dire in senso lato che con la crescita e la diffusione della cultura cresce e si sviluppa anche il ruolo, oggi, dell’intellettuale postmoderno. L’intero mondo ritorna a pullulare di storie in cerca anche del suo nuovo Omeros. Riprende un percorso interrotto dall’Occidente circa duemilacinquecento anni fa. Verso approdi, allora ritenuti solo teoricamente, oggi viceversa realisticamente possibili.

Il discorso potrebbe qui essere ancora lungo e magari avremo modo di affrontarlo altre volte, per il momento mi limito a concluderlo con un brano tratto dal libro di un filosofo, Riccardo Campa, purtroppo ancora troppo poco conosciuto nel nostro paese: “Molti postmoderni continuano a rimanere nella torre d’avorio, continuano ad appellarsi all’interpretazione più rigida della norma del disinteresse (…). Ma essere fedeli alla norma del disinteresse non significa rappresentare la realtà in assenza di emozioni e di motivazioni. Significa semplicemente non anteporre altri interessi alla ricerca della verità, significa essere intellettualmente onesti (…). Ecco allora emergere all’inizio degli anni novanta un Lyotard inedito, un Lyotard che non fa la sponda ai movimenti anti-progressisti, un Lyotard che mostra grande fiducia nelle possibilità del progresso tecnico-scientifico, un Lyotard che non profetizza un arresto o rallentamento del progresso, ma un futuro ipertecnologico che vede protagonista addirittura un essere postumano prodotto dalla scienza” (Etica della scienza pura. Un percorso storico e critico, 2007).

A distanza di vent’anni, si tratta semplicemente di “una presa in carico”, di una presa di coscienza si sarebbe detto in passato, “della nostra condizione di uomini”, secondo la riflessione di Antonio Lucci, “posti tra l’incudine e il martello di due grandi epoche della civiltà, il Neolitico e il Postumiano”.

Pubblicato in : Primo piano

Info Angelo Giubileo

Angelo Giubileo (Torchiara, Salerno, Italy 1 aprile 1965), filosofo, giornalista e scrittore.
Già cultore della materia presso le cattedre di “Filosofia del diritto”, “Teoria dell’interpretazione” e “Logica giuridica” all’Università degli Studi di Salerno (aa.aa. 2000-2003).
Autore di numerosi saggi e articoli, pubblicati in Italia e all’estero.
In qualità di redattore:
– dal 2007 collabora con “Pensalibero” (Vicedirettore dal 2016 al 2023);
– dal 2016 collabora con “Il Quotidiano di Salerno”;
– dal 2018 al 2022 ha collaborato con “Antiche Curiosità” e la rivista “Destrutturalismo”;
– dal 2018 al 2023 ha collaborato con “Asino Rosso”;
– dal 2019 collabora con il “Nuovo Giornale Nazionale”;
– dal 2024 collabora con “PaeseRoma”;
– dal 2025 collabora con il movimento poetico-artistico d’avanguardia “DinAnimismo”.
Tra i saggi, si segnalano: “Scritti politico-liberali” (2016), “Pensioni: modello cileno per l’Italia?” (AA.VV. 2018), “L’essere e il nulla nell’era della tecnica” (2018), “La Macchina del tempo” in “TDay” (AA.VV. 2019), “L’alba del Mondo Nuovo” (2020), “Da Parmenide a Heidegger e ritorno” (2023), “Tutto è eterno” (2024); tutti disponibili in qualsiasi store.
Nel 2022 è stato cofirmatario dell’appello “Per una nuova bandiera euro-nazionale” pubblicato su Le Journal du Dimanche. In quanto autore dell’articolo “L’essere oltre la profezia”, pubblicato in “Dell’anno 2100” (AA.VV. 2023), è stato citato da Günter Berghaus nel suo periodico catalogo “A bibliography of Publications on Futurism” (2023). Nel 2025, è stato autore della prefazione “Il volo” alla versione italiana del saggio “Meccanica irrazionale” del fisico transumanista Giulio Prisco.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. marzio siracusa

    23 Giugno 2014 alle 23:21

    ….e se invece le tecnoscienze cosiddette implodessero per intimo esaurimento?

    Rispondi

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