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A due anni dalla scomparsa di Francesco Cossiga

di Stefano Bisi | 18 Agosto 2012

Cossiga ci ha insegnato che il cattolicesimo democratico è cosa ben diversa da una semplice attitudine mediatoria tra le varie istanze sociali. Paragonava il Palio di Siena alla politica italiana.

Il 17 agosto di due anni fa moriva Francesco Cossiga, uno dei protagonisti della scena politico-istituzionale italiana ed oltre negli ultimi cinquant’anni. Il presidente emerito della Repubblica fu molto legato a Siena. Nonostante non ne fosse un assiduo frequentatore ne ammirava le istituzioni e, soprattutto, le peculiarità delle sue tradizioni. Tanto da arrivare a paragonare il Palio alla politica nazionale nell’introduzione del libro-intervista con Andrea Cangini, dal titolo emblematico “Fotti il potere”: “L’immagine che meglio riassume l’essenza della politica è quella dei cavalli che corrono furiosi sul tufo di piazza del Campo, dei fantini che in equilibrio precario sulla schiena nuda dell’animale si colpiscono al volto col nerbo, della folla che, divisa in fazioni, esulta o impreca dopo aver volentieri finanziato ogni genere di nefandezza pur di vincere. Metafora della guerra, esaltazione dell’identità, trionfo del complotto e laboratorio del caso, il palio di Siena è, infatti, uno spettacolo ormai per molti incomprensibile… Nella crisi del palio si specchia la crisi della Politica. I partiti perdono iscritti, i giornali lettori, le elezioni elettori e i politici sono ai minimi storici negli indici di gradimento…”. Ma chi fu e cosa rappresentò Cossiga per l’Italia? Lo ricorda per il Corriere di Siena Giancarlo Elia Valori, Honorable de l’Academie des Sciences de l’Institut de France, amico del Presidente scomparso. “Francesco Cossiga fu un grande statista, dotato delle caratteristiche positive proprie di un Principe machiavelliano – dice il professor Valori -. Ma anche di un Cavour che riesce ad elevare l’alta amministrazione a progetto politico unitario. Oppure ancora di un capo militare che applica all’Empire le regole della Grande Guerra Europea della Rivoluzione e del Trinomio, come Napoleone I. O, infine, il detentore dello spirito di servizio, del Beruf, della vocazione-professione teorizzata da Max Weber. Cossiga fuse queste qualità insieme con la sua specifica cultura, visione del mondo, storia personale. E quindi, proprio per questo, fu un vero e grande statista, tra i pochissimi che si possano elencare nella storia dell’Italia Repubblicana. Lo statista è tale per natura e per storia, è cultura finissima che si rende istinto, come spesso accadde, soprattutto nei momenti difficili della sua vita politica, a Francesco Cossiga. Uomo di grandissima e originale formazione culturale e giuridica, che più propriamente dovremmo definire sapienza (anche questo è essenziale per lo statista, altrimenti si può al massimo arrivare al ruolo del demagogo etero diretto), Cossiga ci ha insegnato che il cattolicesimo democratico è cosa ben diversa da una semplice attitudine mediatoria tra le varie istanze sociali, e che la sinistra del cattolicesimo non è affatto populismo, ma addirittura il suo contrario”. Ebbe carriera politica in costante ascesa, non priva di momenti complessi, ma sempre ispirata ad una coerenza propria di chi sceglie la via istituzionale per servire il Paese. “Se osserviamo la sua carriera politica e ideale, possiamo notare alcune costanti che, anche oggi, dovremmo meditare meglio per capire e superare la crisi italiana. Un primo tratto è il nesso tra dimensione regionale e Nazione. Cossiga fu perfettamente italiano perché assolutamente sardo e, talvolta, sardista. “Italiano per volontà e scelta, come tutti i sardi”, ebbe a dire una volta. Ma non si tratta di regionalismo puro e semplice, che pure fu uno degli elementi caratteristici della Democrazia Cristiana del dopoguerra. Per Francesco Cossiga le identità locali, anche fuori d’Italia (si pensi alla sua simpatia per i baschi, o al suo sostegno agli irlandesi, fino al suo studio attento dell’autonomismo catalano, unito per storia e lingua alla Sardegna) sono il punto in cui lo Stato Unitario si salda ai soggetti e alla società civile. Lo Stato è il tutore delle identità locali, non le sostituisce ma neanche quest’ultime possono mimare lo Stato che è, come afferma sempre Max Weber, “il monopolista della violenza legittima”. Lo Stato democratico, a sua volta, è sottoposto allo “spirito della Costituzione”, il modulo concettuale sempre vivo che lo ha regolato fin dal suo sorgere. La sua Presidenza, anche le sue “picconate” sono l’applicazione di questa idea della Carta Fondamentale”. Fu uomo d’autorità, fermo nelle proprie convinzioni di servitore dello Stato. “E’ questa, l’Autorità, un’altra determinante per capire la dottrina politica di Cossiga. Auctoritas facit legem, lo sapeva da storico del diritto, ma anche da conoscitore dell’Italia, da unire sempre, da tutelare, proprio con la Forza, dagli shocks dell’adattamento troppo rapido al mondo moderno che portarono, non a caso, al terrorismo. L’Italia, “sfasciume pendulo sul Mediterraneo”, come diceva Giustino Fortunato, deve essere tenuta con una dose accettabile di forza, per evitare che i particolarismi diventino violenza, e la violenza somma ingiustizia. Cossiga ebbe sempre chiara la percezione della precarietà dell’Italia, unita da classi dirigenti lontane dalle masse, come affermava il sardo Gramsci, e da violente scosse cicliche di antistato, di entità criminali che si rendono territorio”. Ebbe una predilezione per le Forze Armate. “Nel pensiero di Cossiga, non erano certo una semplice struttura dello Stato come le altre ma il modo con il quale uno Stato si legittima e si rende autorevole, erano l’asse intorno al quale organizzare il controllo del sistema politico e sociale italiano. Nulla a che vedere, beninteso, con il militarismo verboso e velleitario del ventennio fascista, che anzi era il rovescio e la continuazione del “tamburo di latta” dei decenni precedenti al costituirsi del regime. Le Forze Armate costituivano e garantivano il funzionamento della nazione. Da questa visione cossighiana, discende la speciale attenzione che Francesco ha sempre dedicato agli apparati di informazione e sicurezza. Per Cossiga erano, per usare una metafora che una volta gli sentii utilizzare, le “coronarie del cuore dello Stato”. Senza intelligence, niente gestione, né giornaliera né di lungo periodo, dello Stato e, oserei dire, della società civile”. Uomo di centro con lo sguardo, e qualche parentela, a sinistra. “Era perfettamente cosciente del ruolo specifico e istituzionale che la sinistra marxista e i suoi partiti italiani avevano nello scacchiere europeo del Patto di Varsavia. Cossiga non si illuse mai che il Partito Comunista guidato da suo cugino Enrico Berlinguer, il “lato nobile e catalano” della sua famiglia, come ironizzava spesso, fosse altra cosa che una intelligente, spesso autonoma nelle sue mosse del cavallo, pedina dell’Est. E qui arriviamo ad un’altra direttrice dell’esperienza e del pensiero (che in uno statista si fondono) di Francesco Cossiga: la sua relazione con la sinistra, e non mi riferisco qui ai partiti, ma alle ideologie e ai bisogni di cui si facevano portavoce. La Democrazia Cristiana di Cossiga era popolare e “verso sinistra dal centro”, secondo una nota formula di De Gasperi, perché Cossiga, in fondo, non si fidava fino in fondo della fedeltà alla Nazione della borghesia italiana. Conosceva, da lettore del giurista sardo Satta e da estimatore del suo “connazionale” Gramsci, che esiste sempre il potenziale, per la borghesia italiana, di un “sovversivismo delle classi dirigenti””. Credeva nel ruolo dell’associazionismo delle élites, sia laiche che cattoliche. “Direi un attento osservatore delle tradizioni delle élites italiane, come la massoneria, che mira all’unità nazionale risorgimentale e, al contempo, conserva ma una spessa tradizione esoterica, e l’Opus Dei di San Josémaria Escrivà de Balaguer, la nuova forma di sintesi tra vocazione lavorativa, il Beruf weberiano, e la tradizione della Chiesa di Roma, l’associazionismo laico dei clubs di servizio. Senza educare la borghesia non si educa il popolo, e senza le tradizioni elitarie del nostro Paese non si ricostruisce la lunga linea grigia dal Risorgimento alla Repubblica, dal Regno senza popolo all’Italia delle masse”. Anni di piombo, il difficile periodo del Ministero dell’Interno e il rapimento Moro. “Per Francesco Cossiga, la lunga fase che attraversa la tragedia di Aldo Moro e tende a scemare con la metà degli anni ’80, ovvero il mischiarsi e separarsi di terrorismo rosso e nero, erano da leggersi con un modello concettuale complesso. Da un lato le tensioni dello shock della modernità in una società spesso ancora arcaica come quella italiana, che fornivano la massa di manovra per la destabilizzazione della Penisola, dall’altra la situazione mediterranea, che Cossiga ben conosceva, dall’altra ancora il coincidere delle diverse forme di “guerra a bassa intensità” in un Paese debole che però poteva essere un temibile concorrente economico, militare, strategico ed anche una ambitissima preda per il “nemico” storico. O anche per altri. Nella meditazione, anche personalmente molto sofferta, della questione terroristica in Italia, si legge in trasparenza tutta la filosofia e l’azione politica di Francesco Cossiga. La “stagione dei fuochi” rappresentò per Cossiga la perdita incancellabile di un amico e maestro politico, Aldo Moro, ma anche un punto di svolta nella meditazione del “caso italiano”. Fu da quel momento che Francesco Cossiga riprese le fila di quelle idee che costituiscono un’altra delle determinanti sempre attuali del suo pensiero. Ovvero, per sintetizzarle in una formula: “senza politica estera in Italia non vi è politica interna credibile””. Un’Italia ponte ideale tra le culture ed i paesi mediterranei, tra il nord ed il sud del Mondo. “Francesco Cossiga sapeva, data la sua straordinaria capacità di leggere i dati anche grezzi dell’intelligence, che la lotta per il primariato nel Mediterraneo è senza esclusione di colpi, e gli amici e alleati vanno rassicurati e garantiti, oltre che chiamati in causa quando occorra. La Nato non era un letto sul quale distendersi, e certo non lo è nemmeno oggi, ma una complessa partita, per l’Italia, di dare ed avere, senza complessi ma anche senza ingenuità pacifiste. Dalla crisi terroristica in Italia in poi, Francesco Cossiga diventerà un lettore ancor più vorace del consueto di saggi geopolitici e strategici, e sarà sempre più convinto che il destino del Nostro Paese si gioca all’interno come all’esterno dei confini nazionali. Francesco Cossiga ripeteva che senza una nuova e forte correlazione di forze con gli Stati Uniti, da non esaltare acriticamente ma piuttosto da sostenere con forza secondo i nostri interessi nazionali, senza un asse Nord-Sud con la Gran Bretagna, che integrasse la Francia orfana di De Gaulle, senza infine cedere mai, per ingenui calcoli petroliferi, ad un arabismo di maniera ma rispettando l’evoluzione della questione palestinese, e soprattutto riaffermando che il punto Est della Strategia Globale italiana nel Mediterraneo era Israele, senza tutto questo, diceva Francesco e ripeto io, l’Italia era finita e poco ne restava, per parafrasare un autore anch’esso, paradossalmente, caro a Cossiga, Prezzolini”. Dalla strategia ad un nuovo disegno di relazioni politico-industriali. “Se non si capiva questo, e non se ne traevano le debite conseguenze, l’Italia sarebbe stata marginalizzata sia nell’Alleanza Atlantica che nella nuova distribuzione dei potenziali geoeconomici globali. E qui è doveroso ricordare le osservazioni attente che Francesco Cossiga fece al tempo delle grandi privatizzazioni, di cui colse le potenzialità innovative, soprattutto nella nuova separazione tra classe politica e imprese, ma ricordando sempre che una nazione di “albergatori e artigiani” male avrebbe retto, come poi è stato dimostrato, agli shocks asimmetrici delle nuove economie globalizzate, finanziarizzate, aperte a quelle aree che, durante la guerra fredda, erano di fatto escluse dal grosso del commercio e della produzione mondiali”. Fu anche uomo attento alla cultura ad ogni livello. “Assi portante della sua opera politica furono la sua identità culturale e la molteplicità dei suoi interessi. La sua attenzione per la pop culture, che ad occhi raffinati dice molto di più, sul nostro tempo, di un saggio accademico, i suoi interessi teologici, che non erano solo la passione del credente, ma la conoscenza del motore immobile del pensiero politico, la “Politische Theologie” schmittiana che ben conosceva, la sua profonda cultura storica, che passava da una osservazione sulle forme dell’abigeato nella Sardegna medievale alle note su Theodore Roosevelt, la sua passione per i testi dei viaggiatori, da Marco Polo a Bruce Chatwin, la sua capacità di seguire con la sapienza dei pochi la comunicazione di tutti, il cinema, la musica, i mass-media”. Non a caso il 19 settembre 1985 Cossiga venne a Siena per rendere omaggio ad un’icona della letteratura italiana, Italo Calvino, morto allo Spedale Santa Maria della Scala dopo un malore che lo aveva colto nella sua villa di Roccamare a Castiglion della Pescaia. Il presidente della Repubblica scelse la forma della visita privata perché “chi ricopre cariche pubbliche – disse lo stesso Cossiga alla moglie di Calvino – talvolta usa parole che possono sembrare false”. E Siena, attraverso la Fondazione Liberal di Nando Adornato gli attribuì l’omonimo premio “Liberal Siena 2007”.

Pubblicato in : Editoriale

Info Stefano Bisi

Nato a Siena il 15 ottobre 1957, Giornalista, è laureato in Scienze dell’amministrazione nella facoltà di Scienze politiche dell’Università di Siena. Ha lavorato nei periodici “Siena Nord” e “La Gazzetta di Siena”, e, con qualifica di direttore, nelle emittenti “Antenna Radio Esse” e “Televideosiena”. È stato vicedirettore del Gruppo Corriere, che comprende le edizioni di Perugia, Terni, Siena, Arezzo, Grosseto, Rieti e Viterbo. E’ autore di alcuni libri fra cui “Mitra e Compasso”, dedicato al rapporto tra chiesa cattolica e massoneria, lo “Stradario massonico di Siena” e coautore di “Sindaci in rosso”, una pubblicazione a cura di Vittorio Feltri e Renato Brunetta e di “Massoneria F.A.Q.” Ha ricevuto i premi “Paolo Maccherini”, “Giornalista sportivo dell’anno”, “Porsenna”, “Medioevo presente”. É Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica.
Dal 2014 è Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia

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