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A DANGEROUS METHOD

Un carteggio scoperto nel 1977, un grande regista, Freud e Jung, la nascita della psicanalisi. Da vedere. Di Maria Rita Monaco

di Maria Rita Monaco | 6 Ottobre 2011

Due talenti si ritrovano. Cronenberg affida a Viggo Mortensen ( da lui già diretto in “La promessa dell’assassino”, “History of Violence”) il ruolo di Freud e, per non lasciare niente al caso, si avvale della collaborazione di Christopher Hampton che si è occupato di sceneggiare la sua opera teatrale “The Talking Cure”.
Il risultato è un film denso di scoperte affascinanti dove i dialoghi assumono la forza dirompente del cambiamento, dove gli attori indossano la maschera dei personaggi storici che rappresentano e si muovono quasi come in una pièce teatrale. La Sabine che emerge dal carteggio scoperto in una cantina di Ginevra nel 1977 è una figura trascurata fino a poco tempo dalla storia della psicoanalisi, anche se nel film è troppo repentino il suo passaggio da paziente a terapeuta.
Alla vigilia della I guerra mondiale Vienna e Zurigo vedono nascere la psicoanalisi. A Freud, nel film, come nella realtà, si affiancano Jung, Otto Gross e Sabine Spielrein. Dal loro incontro / scontro nasce e si sviluppa il pensiero moderno.
Jung prende in cura Sabine, giovane ebrea traumatizzata da esperienze infantili, seguendo gli insegnamenti di Freud e “la teoria delle parole”.
Dal carteggio intercorso negli anni tra il maestro e l’allievo prediletto, carteggio esteso poi anche a Sabine che, una volta guarita, diventerà a sua volta psicoterapeuta dell’età infantile, emerge che questa è riuscita ad influenzare le teorie dello stesso Freud.
Il film sottolinea la differenza fra i due studiosi; le loro teorie si allontanano con il passare del tempo fino alla rottura definitiva ed è di grande spessore l’interpretazione di Viggo Mortensen, un Freud cinquantenne quanto mai verosimile, contrapposto a Michael Fassbender (Coppa Volpi a Venezia per l’interpretazione del film “Shame”), uno Jung trentenne in piena ascesa che, dimenticando ogni deontologia professionale, cede alla libido instaurando un lungo rapporto sessuale con la sua paziente. E poco importa che arrivi a tanto spinto dalle teorie di Otto Gross, psichiatra maledetto, drogato e antiborghese, diventato suo paziente. Davanti alla realtà della sua “colpa”, Jung (figlio di un pastore luterano), interrogato da Freud (ateo ma con una solida educazione ebrea) nega e addirittura accusa Sabine di voler minare la loro amicizia.
Nel rapporto a tre (tra Freud e Sabine il rapporto è unicamente intellettivo) sarà proprio Jung l’anello più debole della catena; si opporrà alle teorie di Freud ma non ha lo spessore di colui che ha a lungo definito “maestro e padre”.
Kiera Knightley è una Sabine isterica e disturbata all’inizio del film e la sua interpretazione della ragazza che non riesce neanche a parlare per le “umiliazioni” cui è stata sottoposta e per il conseguente “piacere” che ne provava, è tale da meritarle segnalazioni e premi.
Dal primo quarto d’ora del film si sviluppa il rapporto di lavoro/amore fra Sabine e Jung che, in un certo senso crescono insieme. Jung esplora e sperimentala nuova tecnica d Freud su sabine e questa cerca di risolvere i suoi problemi mentali rafforzandosi nella decisione di diventare, a sua volta, psicanalista.
La frattura tra Freud e Jung è inevitabile: per Freud tutte le nevrosi hanno un’origine sessuale, il suo metodo di cura si basa sull’esigenza di “ascoltare e capire per far sì che il paziente sia in grado di capire a sua volta perché fa certe cose, perché ha certi atteggiamenti. Jung ha invece un approccio diverso, è convinto che sia necessario ma non sufficiente spiegare al paziente il processo attraverso il quale sono diventati quello che sono; una volta messi a parte della conoscenza delle cause, i pazienti devono essere aiutati sulla via del cambiamento. Il giovane allievo è più aperto ai cambiamenti, alle nuove esperienze (apre all’astrologia e al misticismo mettendo a repentaglio la serietà della psicanalisi), ma proprio per questo veniva rimproverato dal maestro.
Un film in cui tutto è curato nei minimi particolari, l’ultimo lavoro di Cronenberg, dal colore alle musiche, alla scenografia.
Dal fumo dei sigari fumati da Freud si forma una patina che sbiadisce ogni colore degli interni e a questo effetto contribuiscono anche i costumi con un netto predominio del nero degli abiti maschili, il bianco delle loro camicie e delle uniformi delle infermiere, i colori tenui degli abiti femminili.
Wagner e il suo “Sigrido “ amato sia da Sabine che da Jung diventano quasi la colonna sonora almeno degli incontri tra i due.
Ci sono pochi movimenti di macchina nel film ma non sono necessari poiché il predominio è dei dialoghi e degli ambienti. Nello studio di Freud, saturo di fumo e quasi claustrofobico per la presenza di libri e oggetti si svolge il primo colloquio “di conoscenza” tra maestro e discepolo che, per circa 13 ore confrontano le loro idee.
E’ in quelle ore, all’ombra di un’imminente guerra destinata ad essere mondiale, che si stabiliscono le fondamenta del pensiero destinato a portare una rivoluzione scientifica e culturale.
Un grande regista, un grande cast, 99 minuti di storia. Da vedere.

Maria Rita Monaco

Pubblicato in : Cultura ed eventi

Info Maria Rita Monaco

Insegnante di lettere nelle scuole medie, alla fine degli anni settanta è tra i fondatori del Laboratorio Immagine Donna con il quale, sino al 2008, promuove festival cinematografici. Dal 1981 al 1987 è assistente in “Teoria e tecnica delle comunicazioni di Massa” del professor Baldelli presso l’Università di Firenze. Ha partecipato a progetti di educazione e comunicazione cinematografica e curato vari cineforum. Collaborato attivamente con la Biblioteca delle Donne di Soverato e con la Commissione Pari Opportunità di Catanzaro. Dal 2008 scrive recensioni di film e libri su Pensalibero.it

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