
la sua inquietante vicenda mi riporta indietro negli anni ad un altri direttore che, come lei, ha avuto l’ardire di “stuzzicare” il potente di turno (allora prima un presidente della Repubblica e un Presidente del Consiglio, oggi un membro di quella Magistratura capace di fare il bello e il cattivo tempo nel nostro “democratico paese”) ricavandone oltre 400 giorni di carcere ritenuti più duri e feroci di quelli vissuti nei lager nazisti.
Ricorda, direttore, queste brevi frasi che dal 1954 riecheggiano nel cuore e nelle coscienze di coloro che ancora credono nei valori della giustizia e della uguaglianza dei diritti e dei doveri?
“…no, niente appello. La mia dignità di uomo, di cittadino e di giornalista libero è una faccenda mia personale e, in tal caso, accetto solo il consiglio della mia coscienza. Riprenderò la mia vecchia e sbudellata sacca di prigioniero volontario e mi avvierò tranquillo e sereno in quest’altro lager. Ritroverò il mio vecchio Giovannino fatto d’aria e di sogni e riprenderò con lui il viaggio cominciato nel 1943 e interrotto nel ’45 (…) Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione…”
Quel Giovannino è Giovannino Guareschi; chi lo conosce sa bene che pasta d’uomo fosse e quanto l’onestà fosse per lui religione di vita, impegno sommo nel suo agire di uomo e professionista. Proprio la sua onestà intellettuale lo ha condotto nelle braccia della Legge, vittima di poteri forti, della loro arroganza, della capacità mistificatoria che li pone in grado di decidere le sorti di coloro che si pongono contro di loro.
“…Non mi pesa la condanna in sé, ma il modo. E il modo ancora mi offende. Invece di un anno, due anni poetavano darmi: ma dopo aver dimostrato che si era tenuto conto della possibilità che io fossi un comune onesto uomo sdrucciolato nel baratro della disonestà. Mi hanno invece trattato come un delinquente incallito, incapace di compiere un’azione onesta: non perché avessi ammazzato mia mamma a colpi di scure, ma perché avevo tentato di offendere De Gasperi…”
Tanto simile alla sua sembra, pur in diverso contesto, questa storia di oltre mezzo secolo fa: allora come oggi ci sono modi plateali per “punire” chi usa il proprio cervello, chi sceglie, come diceva Giovannino, di “non mettere il cervello all’ammasso”; li si aspetta al varco e alla prima “scivolata”, anche se in buona fede, si abbatte la scure e si colpisce duro, senza pietà.
In fondo basta applicare la legge, magari inapplicata in molte altre occasioni, e, specie per chi la conosce bene, non è difficile trovare l’articolo giusto, il codicillo risolutore, il comma che da diritto ad una simile azione.
Non so quanto cosciente fosse della “colpa” che le è stata contestata, so per certo che, anche nel XXI secolo, è facile colpire chi è scomodo, chi non si allinea, chi sceglie la via della libertà intellettuale invece di piegarsi alla regola del “leccaculismo”.
Non so se anche per lei si apriranno le porte del carcere: non glielo auguro, perché dentro quelle mura potrebbe continuare la “punizione”, proprio come a Giovannino, e quei giorni potrebbero essere più duri di quelli che dovrebbero.
Il coro di solidarietà verso di lei da parte dei suoi colleghi e dei politici sinceramente non mi esalta: spero sia sincero, disinteressato, pieno di quella “comprensione” che quasi mai si riscontra per certi personaggi che sfuggono al controllo del “sistema”. Mi auguro solo che questa brutta esperienza non la induca a cambiare; in un mondo di “uguali”, di “omologati”, di “rassicuranti portavoce del potere”, una voce controcorrente fa tanto bene. Da’ voglia di mettersi in gioco, di uscire dal silenzio, di restituirsi la libertà di essere diversi senza sensi di colpa.
Se sfuggirà alle tenaglie di questa legge talvolta così parziale da incutere paura, sappia che su di lei continuerà a pesare la spada di damocle: già nuove accuse si profilano all’orizzonte se questa non dovesse essere sufficiente a punirla a dovere e se anche quelle dovessero, malgrado la perizia e la scaltrezza degli accusatori, non bastare, stia certo che il suo nome è segnato sul “libro nero” e vi resterà fin quando la sua dignità, il suo rispetto di sé e dei valori in cui crede, il suo desiderio di restare un “uomo libero” non l’abbandoneranno costringendolo alla resa.
Suo, con simpatia
Stefano Mecenate
Giornalista

rispondo alla tua risposta solo perché non reputo Sallusti “un martire” bensì faccio rilevare come esista una palese “parzialità” su certi argomenti che vengono talvolta utilizzati per scopi ben diversi da quelli che, sulla carta, li legittimerebbero.
Le mie consideraizoni erano legate ad una prassi, come vedi storicamente nota, che non condivido e che non fa onore alla Giustizia.
Concordo con te sul fatto che il problema debba essere affrontato in modo più complessivo e che occorrano regole GIUSTE e IMPARZIALI..
(s.m.)