
Credo che sia questo che fa incazzare la gente: essere presa in giro da un Governo che, invece di affrontare i problemi, approva decreti-elemosina. A volte sarebbe meglio niente. Sarebbe più dignitoso. Centottanta milioni di euro per il settore della pesca nazionale. Ricordiamo che l’Italia ha circa ottomila chilometri di coste, è membro fondatore della Comunità europea, fa parte del G7 ed è una delle economie più importanti del mondo. Roma è una delle città più conosciute del pianeta. Il Made in Italy è uno dei nostri marchi più apprezzati. E tutto questo dovrebbe significare qualcosa anche quando si tratta di sostenere chi lavora sul mare. E invece no. In un momento di grave crisi internazionale, con il prezzo dei carburanti condizionato da guerre, tensioni geopolitiche e decisioni politiche che ricadono inevitabilmente sull’economia reale, il costo del lavoro e della navigazione mette in ginocchio soprattutto trasportatori, pescatori e operatori del mare. E il Governo cosa fa? Approva l’ennesimo intervento d’urgenza per aiutare, tra gli altri, un settore che già da tempo naviga con le pezze al sedere: 180 milioni di euro. Centottanta milioni. Una cifra che, detta così, sembra enorme. Ma quando viene distribuita su un comparto nazionale, con migliaia di imprese e lavoratori, con costi crescenti, carburante, manutenzione, assicurazioni, attrezzature, vincoli normativi e difficoltà sempre maggiori, assume tutt’altra dimensione. Diventa una cifra che rischia di essere più simbolica che risolutiva. Ed è proprio questo il punto. Quei 180 milioni ricordano, per proporzioni, lo stipendio di alcuni manager di Stato e non che operano nel Paese. Ovviamente, italianissimi. E allora viene spontaneo chiedersi quale sia il valore che attribuiamo al lavoro vero, quello che comincia prima dell’alba, che dipende dal mare, dal vento e dal prezzo del gasolio, e quale invece a quello di chi dirige strutture pubbliche o para-pubbliche comodamente seduto dietro una scrivania. Sarà per queste sciocchezze senza orgoglio che il Centrodestra perderà il potere? Non perché abbia necessariamente governato male, ma perché si è lasciato convincere da qualche collaboratore illuminato che, in un momento così delicato, pensa che offendere la dignità dei lavoratori possa condurre a una vittoria che il Centrodestra aveva già in tasca. Governare con Tajani e Salvini è complicato e non sarà certo Lupi a fare da ago della bilancia. In fondo, mi dispiace, perché la nostra Premier è un’ottima politica e non meritava una classe dirigente di tale fatta. Ma forse non poteva essere altrimenti, così come prima di lei era capitato al Movimento 5 Stelle. È un po’ come vincere al Superenalotto e sentirsi ricchi e, soprattutto, signori perché l’idraulico ci dà del Lei. Il problema, però, è che chi governa non può permettersi di perdere il contatto con la realtà. Perché 180 milioni possono essere tanti in un comunicato stampa e pochissimi nella vita quotidiana di chi deve mandare avanti un’impresa. Possono diventare una grande cifra da esibire davanti alle telecamere e, contemporaneamente, una piccola cifra quando arriva sul conto di chi dovrebbe beneficiarne. E soprattutto, la politica dovrebbe capire che esistono momenti nei quali non basta fare qualcosa: bisogna farla nella misura giusta e comunicarla nel modo giusto. Perché anche un provvedimento tecnicamente corretto può trasformarsi in un boomerang se viene percepito come una mancia. Che 180 milioni di euro potessero essere vissuti come un’offesa dagli operatori della pesca nazionale avrebbe dovuto capirlo anche lei. Certo, abbiamo preso a pretesto questo episodio. Naturalmente non è il primo. Ma ormai pensiamo possa essere l’ultimo. Perché la politica può chiedere sacrifici. Può anche sbagliare. Quello che non dovrebbe mai fare è chiedere a chi lavora di accontentarsi delle briciole mentre, altrove, continua a parlare di milioni, bonus, stipendi e poltrone. Il mare non ha bisogno di elemosina. Ha bisogno di una politica che sappia quanto costa starci sopra.
Angelo Santoro

Lascia un commento