• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

Israele alle urne: i temi caldi della campagna elettorale

Tra una settimana, il 27 ottobre, gli israeliani si recheranno alle urne dopo quattro anni tra i più difficili nella storia del paese. Questa legislatura ha visto non soltanto il governo più a destra della storia di Israele, ma anche l’attacco più letale mai avvenuto sul suo territorio, quello del 7 ottobre 2023, che ha dato inizio a una guerra che progressivamente si è estesa a livello regionale fino allo scontro diretto con l’Iran.

di Istituto Ispi | 22 Ottobre 2026

di Sara Isabella Leykin*

Tra una settimana, il 27 ottobre, gli israeliani si recheranno alle urne dopo quattro anni tra i più difficili nella storia del paese. Questa legislatura ha visto non soltanto il governo più a destra della storia di Israele, ma anche l’attacco più letale mai avvenuto sul suo territorio, quello del 7 ottobre 2023, che ha dato inizio a una guerra che progressivamente si è estesa a livello regionale fino allo scontro diretto con l’Iran. A contendersi il governo del paese saranno principalmente due blocchi: da una parte quello guidato da Benjamin Netanyahu, insieme ai partiti sionisti religiosi e ultraortodossi; dall’altra, il fronte sionista anti-Netanyahu, composto da Yashar! di Gadi Eisenkot, Be’Yachad di Naftali Bennett e Yair Lapid, Yisrael Beitenu di Avigdor Lieberman e i Democratici di Yair Golan. Al di fuori di questi due schieramenti rimangono i partiti arabi, divisi tra la Lista Unita di Hadash, Ta’al e Balad e Ra’am, oltre ad alcune formazioni minori, ovvero i Riservisti e Kahol Lavan di Benny Gantz, che, secondo gli ultimi sondaggi, rischiano di non superare la soglia di sbarramento del 3,25%. Ma al di là della competizione tra i due blocchi, quali sono i principali temi su cui si giocheranno queste elezioni? 

 Le responsabilità del 7 ottobre 

Il 7 ottobre è inevitabilmente uno dei temi centrali della campagna elettorale. Se le politiche di difesa e sicurezza hanno sempre occupato un posto prioritario nel dibattito politico israeliano, gli attacchi di Hamas e la guerra che ne è seguita ne hanno profondamente ridefinito i termini. Gli eventi di quel giorno hanno infatti messo in discussione non soltanto i presupposti della tradizionale dottrina di sicurezza israeliana – fondata su deterrenza, allerta precoce e capacità di ottenere una vittoria militare decisiva – ma anche la capacità stessa dello Stato e della sua leadership politica e militare di garantire la sicurezza della popolazione civile. La centralità di ciò per gli israeliani è evidente: secondo un sondaggio dell’Israel Democracy Institute (IDI), il 62% degli intervistati considera gli eventi del 7 ottobre un fattore molto o abbastanza rilevante nella scelta del partito da votare. Ed è soprattutto sull’attribuzione delle responsabilità e sull’interpretazione delle conseguenze del 7 ottobre che si scontrano le principali forze politiche. Per l’opposizione anti-Netanyahu, il governo uscente porta una responsabilità politica fondamentale per il fallimento della sicurezza israeliana. Da qui il forte sostegno per l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale indipendente per accertare le responsabilità politiche e militari relative agli eventi del 7 ottobre, richiesta che si è rafforzata dopo che Haaretz e The Atlantic hanno rivelato che Netanyahu sarebbe stato avvisato del rischio di un attacco da Gaza da parte degli Emirati e dell’Egitto, cosa che il Premier ha categoricamente negato sia successo. Netanyahu e i suoi alleati, che invece sono contrari ad una commissione d’inchiesta indipendente e hanno cercato di istituirne una politica, rivendicano i risultati delle operazioni militari successive agli attacchi. Presentando la guerra come un passaggio necessario per ristabilire la sicurezza del paese e trasformare gli equilibri regionali, il governo, e il suo Primo Ministro, non si reputano responsabili del fallimento del 7 ottobre, ma protagonisti della risposta che avrebbe consentito a Israele di recuperare la propria capacità di deterrenza. Le rivelazioni hanno riacceso il dibattito pubblico sulle responsabilità del governo, senza tuttavia produrre, almeno finora, cambiamenti significativi nei sondaggi elettorali.  

In questo dibattito, tuttavia, rimane sostanzialmente assente una discussione sul futuro dei territori palestinesi. Nonostante Gaza e la Cisgiordania continuino a occupare un ruolo centrale nella politica israeliana, le condizioni della popolazione palestinese nei territori, così come le prospettive di una soluzione politica, rimangono ai margini del confronto elettorale. Ciò non significa, però, che la questione palestinese sia del tutto assente dalla campagna elettorale. Negli ultimi mesi, infatti, Netanyahu e i suoi alleati l’hanno utilizzata soprattutto come strumento di scontro politico con le opposizioni, tanto che Gadi Eisenkot ha dichiarato di non sostenere la creazione di uno Stato palestinese dopo gli avvenimenti del 7 di ottobre. Queste dinamiche mostrano come, anche quando la questione palestinese non occupa un posto centrale nel dibattito pubblico, continui a influenzare profondamente gli equilibri politici israeliani, a conferma di quanto la politica e la storia del paese rimangano strettamente intrecciate alla relazione con i palestinesi. 

Il prezzo della guerra e il costo della vita 

Un secondo tema centrale della campagna elettorale è l’economia e, in particolare, il costo della vita. Nonostante tre anni di guerra, l’economia israeliana ha mostrato una notevole capacità di tenuta, sostenuta dalla solidità dei conti pubblici prima del conflitto, dalla stabilità del sistema finanziario e soprattutto dal dinamismo del settore tecnologico. Quest’ultimo, che rappresenta circa un quinto dell’attività economica del paese, ha beneficiato della crescente domanda internazionale di tecnologie legate all’intelligenza artificiale e alla cybersicurezza, oltre che dei suoi stretti legami con il settore della difesa. Nel 2025, gli investimenti diretti esteri complessivi hanno raggiunto il record di 26,2 miliardi di dollari, il 78% in più rispetto all’anno precedente. Anche i principali indicatori macroeconomici confermano la tenuta dell’economia: dopo una crescita del PIL del 2,9% nel 2025, la Banca d’Israele prevede un’espansione del 4% nel 2026, mentre la disoccupazione si attesta al 2,8% e l’inflazione all’1,5%. 

Ma le guerre di Israele nella regione sono diventate un costo enorme per la spesa del paese. Secondo le stime della Banca d’Israele, il costo fiscale del conflitto per il periodo 2023-2026 ammonta a circa 350 miliardi di shekel (circa 100 miliardi di euro) , di cui quasi la metà finanziata attraverso il ricorso al debito. Quest’ultimo è passato dal 60,5% del PIL all’inizio del 2023 al 68,5% alla fine del 2025, mentre il deficit per il 2026 è previsto al 4,9%. A pesare ulteriormente sulle prospettive economiche sono le crescenti esigenze di finanziamento della difesa, il cui bilancio potrebbe arrivare a 183 miliardi di shekel (circa 53 miliardi di euro), con il rischio di portare il deficit al 5,5% e ridurre ulteriormente le risorse disponibili per altri settori della spesa pubblica.  

Ma al di là degli indicatori macroeconomici, il costo della vita continua a rappresentare una delle principali preoccupazioni della popolazione israeliana pur trattandosi di un problema che precede il 7 ottobre. Secondo il sondaggio di IDI, l’economia e il costo della vita sono il secondo tema principale di queste elezioni, con il 38% degli intervistati ebrei e il 46% di quelli palestinesi con cittadinanza israeliana che indicano l’economia e il costo della vita tra le due principali priorità in vista delle elezioni. Infatti, Israele rimane uno dei paesi con il costo della vita più elevato dell’OCSE, nonostante un PIL pro capite inferiore alla media dei paesi membri. A contribuire a questa situazione sono anche problemi strutturali, tra cui la scarsa concorrenza e le barriere alle importazioni. E nonostante un’inflazione complessivamente contenuta, i prezzi degli alimenti sono aumentati di circa il 7,83% tra ottobre 2023 e agosto 2026, con conseguenze particolarmente pesanti per le famiglie a basso reddito. 

Haredim, la leva che divide Israele 

Un’altra questione centrale della campagna elettorale, che intreccia tensioni politiche, sociali e religiose, è quella della coscrizione degli ultraortodossi (haredim). Da decenni al centro del dibattito pubblico israeliano, il tema ha assunto una nuova urgenza dopo il 7 ottobre, con il prolungarsi delle guerre e la crescente necessità delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) di reclutare nuovi soldati per alleggerire il peso sui riservisti. Nel giugno 2024, la Corte Suprema ha stabilito che, in assenza di una base legislativa valida, non è possibile continuare a esentare gli studenti delle yeshivot, le scuole religiose ebraiche, dal servizio militare. Nei mesi passati, la questione ha provocato profonde tensioni all’interno della coalizione di Netanyahu, fino all’uscita dei partiti ultraortodossi Shas e United Torah Judaism nel 2025 e alla rottura di marzo, che ha portato ad elezioni anticipate, poi sventate per questioni tempistiche legate alla fine dell’ultima sessione parlamentare.  

La questione della coscrizione, tuttavia, non è soltanto politica, ma riflette una frattura sempre più profonda all’interno della società israeliana. Da un lato, centinaia di migliaia di riservisti sono stati richiamati a combattere nelle guerre degli ultimi tre anni, in alcuni casi prestando servizio per lunghi periodi, interrotti soltanto da brevi pause. Dall’altro, le comunità ultraortodosse continuano a opporsi all’arruolamento, percepito come una minaccia non soltanto allo studio della Torah, ma anche alla preservazione della propria identità religiosa e del proprio stile di vita. Questa contrapposizione ha alimentato il dibattito sull’equa condivisione degli oneri militari (shivyon ba-netel), diventato uno dei temi più divisivi della politica israeliana e uno dei principali terreni di confronto tra Netanyahu, storico alleato dei partiti ultraortodossi, e le opposizioni, che invece si sono schierate fortemente a favore della coscrizione universale. 

Ma la controversia potrebbe avere conseguenze elettorali anche all’interno della stessa comunità haredi. La mancata approvazione di una legge che tuteli l’esenzione degli studenti delle yeshivot ha infatti alimentato il malcontento verso Shas e United Torah Judaism, mettendo sotto pressione il tradizionale rapporto di fedeltà tra gli elettori ultraortodossi e i loro rappresentanti politici. Un’insoddisfazione che potrebbe tradursi in una minore partecipazione al voto o in uno spostamento di consensi, soprattutto tra gli haredim più aperti alla modernità. 

La criminalità nelle comunità palestinesi-israeliane, un’emergenza ignorata 

Un’ultima questione fondamentale riguarda le comunità palestinesi in Israele, che rappresentano circa il 20% della popolazione del paese. Per questa parte della società israeliana, la criminalità organizzata è diventata negli anni la principale preoccupazione, a fronte di tassi di omicidio particolarmente elevati. Il fenomeno si è aggravato soprattutto negli ultimi quattro anni, da quando Itamar Ben-Gvir ha assunto la guida del Ministero della Sicurezza nazionale, ovvero da quando è diventato responsabile della polizia: il numero di persone uccise in episodi di violenza e criminalità nelle comunità palestinesi-israeliane è infatti passato da 108 nel 2022 a 242 nel 2023, per poi attestarsi a 233 nel 2024 e a 251 nel 2025. Una cifra, quest’ultima, che equivale a circa una vittima ogni 35 ore. A fronte di una sempre maggiore richiesta di protezione da parte della popolazione, che è anche scesa in piazza con grandi proteste, la risposta delle istituzioni appare tuttavia insufficiente, come dimostrano anche i bassi tassi di risoluzione degli omicidi, compresi solo tra il 15% e il 20%. E a sollevare ulteriori interrogativi sulla risposta del governo sono anche le risorse destinate al contrasto del fenomeno: secondo quanto riportato da Haaretz, il ministero guidato da Ben-Gvir ha utilizzato soltanto il 63% dei fondi assegnati nell’ambito di un programma pluriennale per il periodo 2022-2026.  

In questo contesto, i partiti cosiddetti arabi, ovvero quelli che rappresentano la popolazione palestinese israeliana – Hadash, Ta’al e Balad, che si sono uniti in una lista unita, e Ra’am – hanno posto il contrasto alla criminalità tra le proprie priorità politiche. La questione potrebbe assumere un peso anche nella formazione del prossimo governo: Yousef Jabareen, leader della Lista Unita, che riunisce Hadash, Ta’al e Balad, ha recentemente aperto alla possibilità di sostenere dall’esterno un esecutivo alternativo a quello di Netanyahu, ponendo però tra le condizioni un piano concreto contro la criminalità nelle comunità arabe.  

L’ago della bilancia 

Nonostante quest’apertura da parte della Lista Unita, al momento però continua ad esserci riluttanza da parte della fazione guidata da Eisenkot a formare un governo con loro. Tuttavia, a eccezione dei Democratici di Yair Golan, che si sono espressi più volte a favore di questa opzione, Eisenkot, Bennett, Lapid e Lieberman hanno escluso categoricamente la partecipazione delle forze arabe a un governo. Dietro questo rifiuto c’è soprattutto un calcolo elettorale: la competizione tra i due blocchi si gioca oggi in gran parte sugli elettori di destra, difficilmente disposti a sostenere un partito che si apre apertamente a un’alleanza con gli arabi. L’opposizione si trova così davanti a un dilemma. Escludere i partiti arabi può aiutarla a conquistare consensi a destra, ma rischia di precluderle la formazione di un governo dopo il voto. Al contrario, Netanyahu può contare su un blocco più compatto, anche se indebolito. Il 27 ottobre si deciderà chi guiderà Israele nel dopoguerra. Ma è probabile che il futuro del paese si definisca soprattutto nelle settimane successive, quando i leader dovranno scegliere se superare o confermare i veti su cui hanno costruito la campagna elettorale.  

Sara Isabella Leykin

*Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

Interazioni del lettore

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Marinella Fiume su La rabbia dei giovani e le vetrine infrante: cosa c’è davvero dietro?
  • Luca Bagatin su l’Egoismo intelligente
  • Giorgio Pizzol su L’Italia che ripudia la guerra ma finanzia chi la alimenta: la frattura che violenta la Costituzione
  • Luca Bagatin su Il disagio giovanile italiano ed europeo
  • Luca Bagatin su Ucraina: il tradimento di Trump mette a nudo le contraddizioni politiche italiane
  • Luca Bagatin su Cedere al ricatto di Zelensky significa trovarsi in casa 100 milioni di migranti 
  • Luca Bagatin su Cedere al ricatto di Zelensky significa trovarsi in casa 100 milioni di migranti 
  • Fabio Maiorano su Il Miracolo di San Gennaro: quando il giornalismo diventa superstizione
  • Antonio di Meco su Fermare le macchine per salvare la democrazia

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti