
Condannare le violenze fisiche, gli abusi e gli atti vandalici è un dovere. Ma non può essere questa l’unica risposta della politica alle proteste e alle tensioni sociali che attraversano l’Europa.
Di fronte a questi fenomeni, la politica sembra spesso rifugiarsi nelle risposte più immediate: più controlli, più sanzioni, più repressione. Misure che possono essere necessarie per garantire la sicurezza e la legalità, ma che non risolvono le cause profonde del malessere.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel suo intervento del 19 ottobre a Imperia, ha richiamato la necessità di un’analisi intelligente e approfondita di fenomeni che si manifestano in forme nuove e inattese. Un richiamo che merita attenzione e che non dovrebbe essere ridotto alla sola condanna delle violenze.
Comprendere le ragioni di una protesta non significa giustificare chi commette reati. Significa riconoscere che la politica ha il dovere di interrogarsi anche sulle condizioni sociali in cui questi fenomeni maturano.
Precarietà del lavoro, salari insufficienti, difficoltà ad accedere a una casa, disuguaglianze crescenti e mancanza di prospettive per tanti giovani alimentano la percezione di vivere in una società nella quale è sempre più difficile costruire il proprio futuro. A tutto questo si aggiunge una crescente sfiducia nelle istituzioni, considerate da molti distanti dai problemi reali delle persone.
Non tutte le proteste hanno le stesse motivazioni, né ogni forma di disagio sfocia nella violenza. Ma quando la rabbia e la disillusione si diffondono, liquidare tutto come un problema di ordine pubblico significa rinunciare a comprendere una parte importante della realtà.
C’è poi una trasformazione che rischiamo di sottovalutare: l’avvento dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie, destinate a modificare profondamente il lavoro, le professioni e gli equilibri economici. Il progresso può offrire opportunità straordinarie, ma chi garantirà che i suoi benefici siano condivisi? Chi proteggerà chi rischia di essere escluso? E perché decisioni capaci di cambiare la vita di milioni di persone dovrebbero essere lasciate esclusivamente alle logiche del mercato?
Sono questioni che richiedono visione politica, capacità di programmazione e confronto democratico, non interventi improvvisati quando le conseguenze diventano emergenze.
Anche la crescente distanza tra cittadini e Istituzioni dovrebbe preoccupare. L’astensionismo e la sfiducia nella rappresentanza, pur avendo cause diverse, ci ricordano che la democrazia non può vivere soltanto del momento elettorale. Ha bisogno di partecipazione, ascolto e risposte concrete.
Qual è il compito della politica, se non quello di interpretare i cambiamenti della società, mediare tra interessi diversi e trasformare i bisogni dei cittadini in decisioni efficaci?
La sicurezza è indispensabile, ma non basta garantire l’ordine nelle strade se, contemporaneamente, si lasciano irrisolti i problemi che alimentano esclusione e sfiducia. La repressione può contenere una crisi, ma non può sostituire le politiche sociali, economiche e culturali necessarie a prevenirla.
Questo è il punto: la politica deve assumersi le proprie responsabilità, senza cercare alibi e senza aspettare che il disagio esploda per accorgersi che qualcosa non funziona.
L’invito di Mattarella a comprendere più a fondo questi fenomeni dovrebbe diventare l’occasione per aprire una riflessione seria sul futuro delle nostre società.
Perché il rischio non è soltanto quello di nuove proteste. È che si allarghi ulteriormente la frattura tra Istituzioni e cittadini, indebolendo la fiducia nella democrazia stessa.La politica non deve scegliere tra garantire la legalità e affrontare le cause del disagio: deve fare entrambe le cose.
Condannare la violenza è necessario. Ascoltare, capire e intervenire sulle ragioni profonde della crisi sociale è altrettanto necessario.
Questa volta la politica non può scappare. Deve rispondere, con idee, scelte concrete e una visione credibile del futuro. Perché non basta fermare la protesta: bisogna capire perché nasce e che cosa occorre cambiare affinché la società ritrovi fiducia e prospettive.
Angioletta Massimino

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