
C’è una domanda che dovremmo porci ogni volta che una manifestazione di protesta degenera in violenza: siamo davvero sicuri che tutto si riduca a una rivendicazione politica, a una rabbia ideologica o alla volontà di qualcuno di strumentalizzare il malcontento?
Naturalmente, la politica può alimentare, orientare o persino cercare di sfruttare il disagio sociale. E non si può escludere, in linea di principio, che determinate tensioni vengano strumentalizzate da forze politiche diverse da quelle che hanno promosso una manifestazione. Ma fermarsi a questa spiegazione rischia di farci perdere di vista una questione più profonda, forse persino più scomoda: che cosa si nasconde dietro la rabbia di una parte dei giovani che scendono in piazza?
Quando si rompono le vetrine dei negozi di lusso e si entra per portare via borse, abiti, scarpe e altri oggetti costosi, è legittimo domandarsi se siamo soltanto di fronte alla volontà di distruggere o se, almeno in alcuni casi, emerga anche il desiderio di appropriarsi di ciò che, nella vita quotidiana, appare irraggiungibile.
Per un giovane cresciuto in periferia e in una famiglia economicamente fragile, il lusso non è semplicemente una scelta che si decide di rimandare. Può rappresentare un mondo distante, al quale sembra impossibile accedere. Le vetrine illuminate mostrano continuamente ciò che la società considera desiderabile: oggetti esclusivi, abiti firmati, tecnologia, esperienze e comodità che per alcuni sono normali abitudini, mentre per altri restano sogni fuori portata.
Questa distanza non riguarda soltanto i beni materiali, ma anche le opportunità di studiare, di costruirsi un futuro e di scegliere liberamente la propria strada. Non basta garantire la scuola se poi l’università diventa un ostacolo economico insormontabile per chi proviene da una famiglia con poche risorse. Le tasse universitarie, i libri, i trasporti e gli affitti possono costringere molti giovani a rinunciare agli studi o a sostenere sacrifici enormi. Anche le università telematiche, spesso considerate un’alternativa più flessibile, possono avere costi difficili da affrontare. L’università deve essere gratuita per tutti, perché il diritto allo studio non può dipendere dal reddito familiare. Un Paese che vuole garantire pari opportunità deve permettere a ogni giovane di formarsi, senza che la condizione economica di partenza determini il suo futuro.
È proprio nella distanza tra ciò che la società propone come desiderabile e ciò che una persona può realmente permettersi che può maturare un sentimento di esclusione. Una frustrazione che, accumulandosi, rischia di trasformarsi in risentimento verso una società percepita come ingiusta, nella quale alcuni sembrano avere tutto e altri devono lottare persino per garantirsi l’essenziale. In questo contesto, la vetrina infranta può diventare, per qualcuno, l’occasione di impossessarsi di ciò che normalmente non potrebbe acquistare. Il furto non è soltanto un danno materiale, ma può anche esprimere il tentativo illegittimo di colmare una distanza sociale che appare incolmabile. Comprendere questa possibile motivazione non significa giustificare chi ruba o devasta: significa cercare di capire perché la rabbia assuma, in alcuni casi, anche questa forma.
C’è poi un’altra questione che richiede risposte: il comportamento delle Forze dell’Ordine. Se, come sembrerebbe emergere da alcune immagini, Polizia e Carabinieri erano presenti mentre venivano infrante vetrine e saccheggiati negozi senza intervenire, è legittimo chiedersi perché. Quali disposizioni avevano ricevuto? Perché non sono riusciti a impedire quei fatti? L’apparente immobilità alimenta interrogativi e sospetti, compreso quello che una manifestazione possa essere lasciata degenerare fino a perdere ogni credibilità agli occhi dell’opinione pubblica. Si potrebbe persino ipotizzare che qualcuno abbia interesse a trasformare una protesta sociale in un episodio esclusivamente criminale, oscurandone in tal modo le ragioni originarie. Ma affermare che tutto fosse programmato per consentire i saccheggi e screditare i manifestanti richiede prove concrete. Proprio per questo occorre fare chiarezza sugli ordini impartiti, sulle modalità di gestione dell’ordine pubblico e su eventuali omissioni o responsabilità.
Condannare la violenza è doveroso, così come è doveroso tutelare i commercianti, anch’essi lavoratori, e perseguire chi commette furti. Ma non possiamo fermarci alla condanna senza interrogarci sulle disuguaglianze che alimentano il disagio, né possiamo ignorare le domande legittime sul comportamento delle Istituzioni.
Nessuna ingiustizia sociale giustifica il saccheggio, ma nessuna società può dirsi davvero giusta se si limita a condannare la rabbia senza cercare di comprenderne le cause.
Garantire un’istruzione accessibile, rendere gratuita l’università e offrire ai giovani reali possibilità di costruirsi un futuro sono passi indispensabili per ridurre quella distanza sociale che rischia di trasformarsi in frustrazione e conflitto. Perché dietro una vetrina infranta resta un reato, ma dietro la rabbia di chi si sente escluso può esserci una frattura sociale che non possiamo continuare a ignorare.
Angioletta Massimino

Lascia un commento