
di Ennio Ricanelo, politologo e giornalista, corrispondente speciale per l’America Latina di Pensalibero.it.
San Paolo – Le elezioni generali di luglio in Perù hanno decretato la fine di una grave instabilità politica e istituzionale. Dopo il risultato delle elezioni del 2021, con la vittoria dell’estrema sinistra e l’elezione del presidente Castillo, leader della sinistra nazionale e ultraconservatore, il Paese ha attraversato un periodo di debolezza economica e frammentazione politica mai visto prima. Quest’anno i candidati alla presidenza della Repubblica erano 35, tra questi, per la quarta volta consecutiva, figurava la figlia del dittatore Alberto Fujimori, che ha governato il Paese per dieci anni: Keiko Fujimori.
Al ballottaggio, Keiko aveva perso le ultime tre elezioni. Nel 2026 le cose sono cambiate: con uno scarto di 49.641 voti, la figlia è tornata al potere nel nome del padre, morto nel 2024. Fujimori è una delle principali rappresentanti del possibile “muro di destra” che si sta formando in America del Sud. Come l’ex presidente Castillo, anche lei è ultraconservatrice e non se ne vergogna.
Keiko è la prima presidente donna eletta dal voto popolare in Perù e dovrà affrontare la grave crisi della violenza contro le donne nel Paese. Stando ai dati della Procura della Repubblica, nel 2025 sono state uccise 134 donne in casi di femminicidio, oltre ai 270 tentativi di femminicidio registrati.
Nello stesso anno, il sistema pubblico di assistenza alle donne, attraverso il programma Warmi Ñan, ha registrato 169.500 casi di abuso: di questi, il 46,4% riguardava vittime di violenza psicologica, il 24% di violenza fisica e il 6,1% casi di violenza sessuale.
Sempre secondo lo stesso sistema, il 49% delle donne peruviane tra i 15 e i 49 anni ha dichiarato di aver subito almeno una forma di violenza nel corso della propria vita. La situazione si è aggravata dopo un’accusa di stupro collettivo ai danni di una ragazza di 16 anni, avvenuto all’interno del pullman del Liceo Naval Almirante Guise.
Numeri e casi che delineano la crudeltà del contesto reale del Paese. Alla luce di queste informazioni, è lecito immaginare che lo Stato e la sua presidente possano adottare politiche volte a frenare l’aumento dei casi e a ripristinare la sicurezza delle donne. Tuttavia, guardare al nuovo mondo attraverso il prisma di questa gente rende un simile pensiero ingenuo e lontano dalla realtà.
La risposta del governo della prima donna eletta dal voto popolare in Perù alla grave situazione della sicurezza femminile è una risposta conosciuta da secoli: responsabilizzare la vittima. Da ora, in Perù, alle ragazze è vietato andare a scuola con le unghie dipinte, i capelli tinti, il trucco e una gonna corta. Per i ragazzi, invece, è proibito avere i capelli lunghi.
Secondo la presidente, queste regole dovrebbero tradursi in una maggiore sicurezza per le ragazze. Può sembrare un gioco, una barzelletta, ma non lo è. È una risposta funzionale a mantenere il vero dibattito lontano dal fulcro del problema: gli uomini. Non esiste un crimine di femminicidio senza un uomo che lo commetta. Soltanto una riflessione della società, accompagnata da leggi più severe e rigorose contro il crimine, può portare a un cambiamento di mentalità e di comportamento.
L’educazione può essere un’alleata per cambiare le convinzioni così profondamente radicate nel dibattito pubblico; tuttavia, sembra giusto affermare che la nuova presidente peruviana non sia così interessata a farlo. Silenziare può essere più attraente.
Il risultato delle urne ha dichiarato una cosa: il Perù si è spaccato in due. E la presidente ne è consapevole. Tuttavia, pochi mesi dopo lo scrutinio, sembra incline ad adottare la legge del silenzio, delle bocche chiuse e del pensiero minimo.
La protesta contro il governo è iniziata sin dal primo momento ed è cresciuta negli ultimi giorni, poiché la presidente ha reso pubblica l’intenzione di governare per 160 giorni attraverso decreti su 60 temi. In altre parole, non vuole che si discuta in Parlamento di questioni che vanno dalle leggi sul lavoro alla flessibilizzazione delle tasse bancarie, fino alle risorse per affrontare El Niño.
La risposta del popolo è stata immediata, soprattutto da parte dei sindacati, scesi in piazza per protestare contro il governo. La controffensiva governativa è dura: usare la polizia per affrontare i manifestanti non è una novità nella vita politica della famiglia Fujimori. Durante la dittatura, suo padre aveva un gruppo paramilitare tutto suo per perseguitare gli oppositori, minacciando e uccidendo diversi leader politici tra gli anni Novanta e Duemila.
La comunità internazionale dovrebbe guardare con preoccupazione al governo di Keiko: il suo biglietto da visita suscita inquietudine. Ci si augura che erediti dal padre soltanto il cognome, non la dittatura.
Al ballottaggio, Keiko aveva perso le ultime tre elezioni. Nel 2026 le cose sono cambiate: con uno scarto di 49.641 voti, la figlia è tornata al potere nel nome del padre, morto nel 2024. Fujimori è una delle principali rappresentanti del possibile “muro di destra” che si sta formando in America del Sud. Come l’ex presidente Castillo, anche lei è ultraconservatrice e non se ne vergogna.
Keiko è la prima presidente donna eletta dal voto popolare in Perù e dovrà affrontare la grave crisi della violenza contro le donne nel Paese. Stando ai dati della Procura della Repubblica, nel 2025 sono state uccise 134 donne in casi di femminicidio, oltre ai 270 tentativi di femminicidio registrati.
Nello stesso anno, il sistema pubblico di assistenza alle donne, attraverso il programma Warmi Ñan, ha registrato 169.500 casi di abuso: di questi, il 46,4% riguardava vittime di violenza psicologica, il 24% di violenza fisica e il 6,1% casi di violenza sessuale.
Sempre secondo lo stesso sistema, il 49% delle donne peruviane tra i 15 e i 49 anni ha dichiarato di aver subito almeno una forma di violenza nel corso della propria vita. La situazione si è aggravata dopo un’accusa di stupro collettivo ai danni di una ragazza di 16 anni, avvenuto all’interno del pullman del Liceo Naval Almirante Guise.
Numeri e casi che delineano la crudeltà del contesto reale del Paese. Alla luce di queste informazioni, è lecito immaginare che lo Stato e la sua presidente possano adottare politiche volte a frenare l’aumento dei casi e a ripristinare la sicurezza delle donne. Tuttavia, guardare al nuovo mondo attraverso il prisma di questa gente rende un simile pensiero ingenuo e lontano dalla realtà.
La risposta del governo della prima donna eletta dal voto popolare in Perù alla grave situazione della sicurezza femminile è una risposta conosciuta da secoli: responsabilizzare la vittima. Da ora, in Perù, alle ragazze è vietato andare a scuola con le unghie dipinte, i capelli tinti, il trucco e una gonna corta. Per i ragazzi, invece, è proibito avere i capelli lunghi.
Secondo la presidente, queste regole dovrebbero tradursi in una maggiore sicurezza per le ragazze. Può sembrare un gioco, una barzelletta, ma non lo è. È una risposta funzionale a mantenere il vero dibattito lontano dal fulcro del problema: gli uomini. Non esiste un crimine di femminicidio senza un uomo che lo commetta. Soltanto una riflessione della società, accompagnata da leggi più severe e rigorose contro il crimine, può portare a un cambiamento di mentalità e di comportamento.
L’educazione può essere un’alleata per cambiare le convinzioni così profondamente radicate nel dibattito pubblico; tuttavia, sembra giusto affermare che la nuova presidente peruviana non sia così interessata a farlo. Silenziare può essere più attraente.
Il risultato delle urne ha dichiarato una cosa: il Perù si è spaccato in due. E la presidente ne è consapevole. Tuttavia, pochi mesi dopo lo scrutinio, sembra incline ad adottare la legge del silenzio, delle bocche chiuse e del pensiero minimo.
La protesta contro il governo è iniziata sin dal primo momento ed è cresciuta negli ultimi giorni, poiché la presidente ha reso pubblica l’intenzione di governare per 160 giorni attraverso decreti su 60 temi. In altre parole, non vuole che si discuta in Parlamento di questioni che vanno dalle leggi sul lavoro alla flessibilizzazione delle tasse bancarie, fino alle risorse per affrontare El Niño.
La risposta del popolo è stata immediata, soprattutto da parte dei sindacati, scesi in piazza per protestare contro il governo. La controffensiva governativa è dura: usare la polizia per affrontare i manifestanti non è una novità nella vita politica della famiglia Fujimori. Durante la dittatura, suo padre aveva un gruppo paramilitare tutto suo per perseguitare gli oppositori, minacciando e uccidendo diversi leader politici tra gli anni Novanta e Duemila.
La comunità internazionale dovrebbe guardare con preoccupazione al governo di Keiko: il suo biglietto da visita suscita inquietudine. Ci si augura che erediti dal padre soltanto il cognome, non la dittatura.
Ennio Ricanelo

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