
AAleksandr Lukashenko viene comunemente definito «l’ultimo dittatore d’Europa». È un appellativo improprio, a meno che non ci si perda in una sottile distinzione di lana caprina fra dittatura e autocrazia. Vladimir Putin, infatti, passa frequentemente come autocrate sui media, ma non credo faccia alcuna differenza, nella sostanza, per i cittadini di Bielorussia e Russia in termini di diritti umani e libertà di espressione.
Lukashenko è salito al potere nel 1994 e da allora ha occupato ininterrottamente l’incarico di presidente della repubblica con il pugno di ferro. Nel gennaio del 2025 è stato rieletto per la settima volta con l’88% dei voti, in elezioni farlocche come le precedenti. I suoi concorrenti di opposizione o sono riparati all’estero o sono finiti in carcere. Sono un migliaio i prigionieri politici del regime.
La Bielorussia non fa parte del Consiglio d’Europa perché applica ancora la pena di morte. Fino al 2022, anno in cui fu espulsa la Federazione Russa per l’invasione dell’Ucraina, era l’unico paese del vecchio continente a non farne parte. Sono 310 le persone dell’ex repubblica sovietica poste sotto sanzioni dall’Unione europea e, fra queste, lo stesso Lukashenko. Fino al 2025 analoghe sanzioni nei confronti della Bielorussia erano applicate anche dagli Stati Uniti.
Il potassio di Minsk
Con l’insediamento di Donald Trump, tuttavia, le cose sono mutate. Il nuovo presidente, senza previa consultazione con gli alleati europei, ha ribaltato la posizione americana, rompendo l’isolamento occidentale del regime di Minsk. Trump ha nominato un inviato speciale, John Coale, che ha ristabilito le relazioni con le autorità bielorusse approfondendole gradualmente. Nel giro di pochi mesi gli Usa hanno tolto alcune sanzioni in cambio della liberazione di qualche decina di prigionieri politici.
Il vero obiettivo, però, era un altro. La Bielorussia è uno dei principali produttori mondiali di potassio, impiegato come fertilizzante in agricoltura. Il principale esportatore di questo minerale è il Canada, ma le relazioni fra Washington e Ottawa si sono fatte ultimamente molto tese dopo l’imposizione di dazi alle merci canadesi da parte di Trump, cui hanno fatto seguito i controdazi adottati dal primo ministro canadese Mark Carney. Agli agricoltori americani non importa un fico secco da dove provenga il concime che usano, tanto meno a Donald Trump.
Le terre rare del Myanmar
Cambia l’emisfero, cambia il continente, ma restano i regimi dittatoriali. Quello del Myanmar, l’ex Birmania, è formato da una giunta militare salita al potere con un colpo di Stato nel 2021, deponendo e imprigionando l’ex primo ministro e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Le carceri birmane traboccano oggi di detenuti politici. In tutto il paese le violazioni dei diritti umani, la soppressione delle voci critiche e gli abusi sulla popolazione sono ormai una consuetudine.
La narrazione mainstream che racconta palestinesi e israeliani sempre gli uni contro gli altri, è davvero l’unica storia possibile? No, è la più comoda. Così in questo book, “L’antidoto”, raccontiamo chi sono e cosa fanno gli attivisti che ogni giorno si riconoscono come persone, e non si guardano come nemici.
L’indignazione internazionale, anche in questo caso, ha indotto l’Ue e molti altri paesi ad adottare sanzioni. Fra questi anche gli Usa che, però, nelle ultime settimane, ancora una volta unilateralmente, hanno rotto il fronte dell’isolamento, aprendo un canale diretto di comunicazione e trattativa con il regime militare. Fra le questioni al centro dei negoziati, quasi certamente la principale, figura l’accesso ai giacimenti di terre rare e minerali critici, indispensabili per l’industria americana anche se grondano di sangue e puzzano di marcio.
Il diesel di Putin
Non sorprende affatto, così, che la settimana passata Donald Trump abbia raggiunto un accordo con Vladimir Putin per l’acquisto di centinaia di migliaia di tonnellate di diesel, scaricando l’Ucraina. Nei mesi scorsi, peraltro, Trump era già stato irretito dai negoziatori russi, che avevano messo sul piatto della bilancia la possibile cessione dei beni all’estero della Lukoil, la seconda azienda petrolifera della Federazione, in un affare da venti miliardi di dollari.
Sorprende, piuttosto, che ci sia ancora qualcuno che si sorprende delle decisioni del presidente americano. Chiamatela “politica del business” o “business della politica”, ma la sostanza non cambia. È un dato di fatto che l’attuale inquilino della Casa Bianca si trovi più a suo agio a trattare con dittatori e autocrati che con i capi di governo delle democrazie liberali. Nei confronti dei primi c’è un’attrazione fatale, verso i secondi critiche feroci, parole di biasimo e insulti se non si sottomettono ai suoi diktat.
Che piaccia o meno, prima o poi gli europei, ed è comunque già troppo tardi, se ne faranno una ragione e ne tireranno le conseguenze. In attesa di una buona novella dalle urne delle elezioni di medio termine, che metta un freno all’aspirante autocrate.
Paolo Bergamaschi
(da Vita.it)

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