
È morto Giorgio Bracardi. Lo ricordiamo vestito di nero nei panni di Ermanno Catenacci, il gerarca fascista nostalgico che raccontava le imprese di Mussolini con una devozione tanto smisurata da renderle irresistibilmente ridicole.
Bastavano quella voce, quell’enfasi e quella faccia per mettere a nudo il culto del capo e la comicità involontaria dei suoi adoratori.
Ce ne vorrebbe uno anche oggi a prendere in giro tanti giornalisti e commentatori politici e camerati di partito che si affannano a convincerci che Giorgia Meloni sia una grande statista.
A sentir loro, se alza la voce è autorevole, se tace è strategica, se cambia idea è pragmatica. Se non risolve un problema, è perché guarda più lontano.
Bracardi che avrebbe saputo raccontare benissimo questa corte di ammiratori. Gli sarebbe bastato aggiornare Catenacci: stesso entusiasmo, stessa devozione, forse qualche aggiustamento al guardaroba.
Il rischio, però, sarebbe che invece di capire la parodia, qualcuno gli avrebbe affibbiato un editoriale in difesa della “vittima” Meloni o ci avrebbe organizzato un dibattito televisivo contro la sinistra radical-chic.
Bracardi ci ha fatto ridere dei fascisti e delle loro pericolose idiozie. Pensavamo che quell’incubo fosse terminato una volta per tutte e invece il materiale non era finito, si è formato di nuovo e in forme nuove si ripresenta.
Purtroppo oggi sembra mancare proprio la satira.
Bisogna comunque riconoscere che Bracardi non ci ha lasciati del tutto soli. Il suo Ermanno Catenacci sembra essersi reincarnato nel generale Vannacci, nella parte di chi si è messo in proprio, liberandosi, almeno per il momento, del culto della personalità altrui.
Nell’epoca in cui il compito principale dei politici sembra essere diventato quello di recitare se stessi, Vannacci interpreta il suo essere un Catenacci con una dedizione impeccabile.
Bracardi doveva lavorare sulla voce, sulla faccia, sui tempi. A Vannacci basta essere intervistato. E dove il primo cercava la risata, il secondo aspetta l’applauso che puntualmente arriva.
È questo il guaio: Catenacci è tornato, ma una parte del pubblico ha smesso di capire le battute e prende sul serio quello che dice.
Bracardi aveva inventato una parodia. Non poteva sapere che qualcuno l’avrebbe presa per un programma politico.
Enrico Rossi

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