
Dopo i cinquant’anni il compleanno cambia significato. Non è più semplicemente il giorno in cui festeggi la tua nascita: diventa una specie di bollettino meteorologico della vita. Ti informa che è passato un altro anno e che, lentamente ma inesorabilmente, ti stai avviando verso quella discesa che, negli anni successivi, diventerà sempre più ripida. Hai voglia a raccontartela: “Ho vissuto anni stupendi”, “La vecchiaia è saggezza”, “I nipoti sono una gioia”, “Finalmente possiamo goderci gli anni della serenità”. Un cazzo. La mattina, appena alzato, ti accorgi che il tempo passa perché il getto della pipì arriva a malapena ai piedi. Passi davanti allo specchio e per un attimo pensi che qualche brutto ceffo sia entrato in casa. Poi realizzi che sei tu. Quando ti metti le scarpe, invece, capisci che è arrivato il momento di prendere in seria considerazione i mocassini. Non perché ti piacciano, ma perché allacciarsi le scarpe è diventato un esercizio di ginnastica acrobatica. E se ti cade qualcosa per terra, prima di raccoglierla valuti attentamente se ti serve davvero. Poi ci sono gli occhiali. A una certa età ne possiedi almeno tre paia: uno per leggere, uno per guidare e uno che non sai più a cosa serva. Il problema è che quando cerchi gli occhiali per leggere, non li trovi perché li hai lasciati da qualche parte proprio perché non li vedevi. E non parliamo della polizia. Ti fermano per un normale controllo dei documenti e il poliziotto ti guarda con quell’espressione che sembra dire: “Questo qui o è un pericoloso criminale o non ricorda più dove ha messo la patente”. Poi alza un sopracciglio e pronuncia la frase che nessuno vorrebbe mai sentirsi dire: “Vada piano”. Certo che vado piano! Ho una macchina sulla quale i figli hanno praticamente installato un limitatore di velocità e, se provo a superare i settanta, mi sembra già di partecipare al Gran Premio di Monza. Il problema, semmai, sono i cartelli stradali. Ne hanno inventati talmente tanti che ormai li guardo con la stessa attenzione con cui osservo le istruzioni di montaggio di un mobile IKEA: faccio finta di capire e vado avanti. Poi ci sono le rotonde. Una volta entravi, guardavi e uscivi. Adesso entri, guardi, pensi, dubiti, fai un giro, ne fai un altro e alla fine esci da dove sei entrato, salutando gli automobilisti come vecchi amici. Anche il telefono sembra avercela con te. Ogni settimana cambia qualcosa. Le icone si spostano, compare una nuova applicazione, qualcuno ti manda un messaggio vocale di quattro minuti e tu passi i primi due a cercare come si ascolta. Poi arriva tuo figlio, tocca lo schermo due volte e dice: “Ma è facilissimo!”. Certo. Anche scalare l’Everest, visto dalla poltrona, sembra facilissimo. E poi ci sono i compleanni degli altri. Quando sei giovane, compiere gli anni è una gara a chi arriva prima. A cinquanta cominci a non dire più l’età. A sessanta fai finta di non ricordarla. Dopo i settanta, quando qualcuno te la chiede, rispondi con una domanda: “Perché?”. Ecco perché il compleanno, dopo una certa età, non è proprio un evento da festeggiare. È un promemoria. Ti ricorda il tempo che passa, le forze che diminuiscono, le scarpe che diventano complicate, la memoria che fa sciopero e perfino quelle cose che, per decenza, non si possono nominare. Tipo le mutande imbottite. Dio, che tristezza. E tutto questo dovrei festeggiarlo con una torta e le candeline? Ma figuriamoci. Anzi, a pensarci bene, forse il compleanno è davvero un evento. Non perché compiamo un anno in più, ma perché, nonostante tutto, siamo ancora qui. Con gli occhiali sbagliati, il navigatore che non capiamo, le ginocchia che scricchiolano e la pipì che non arriva più dove dovrebbe. Vi pare che a un certo punto della vita il compleanno sia un evento da ricordare?
Angelo Santoro

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