
Per la prima volta dall’inizio della guerra in Ucraina i russi sono invitati a rinnovare i rappresentanti della Duma, il parlamento di Mosca. E anche se il risultato delle elezioni – che si svolgono per tre giorni a cominciare da oggi – è di fatto già deciso, e in pochi dubitano della vittoria del partito Russia unita del presidente Vladimir Putin, il voto presenta comunque delle incognite. La principale è l’affluenza, da cui si potrà dedurre il livello del sostegno al Cremlino e al conflitto in corso, i cui effetti sono sempre più sentiti anche dalla popolazione. Durante l’estate, infatti, sciami di droni ucraini hanno colpito raffinerie, fabbriche e centri logistici in tutto il Paese, portando letteralmente la guerra nella vita quotidiana delle persone. Il tutto mentre i sondaggi registrano un’ansia crescente per l’andamento dei combattimenti e per ciò che potrebbe ancora accadere. In questo contesto, spiega l’analista russo Andrei Kolesnikov, l’obiettivo del Cremlino è “produrre l’effetto ottico di una maggioranza in cui tutti sostengono Putin e la sua operazione militare”. Sebbene queste elezioni non siano né libere né eque, rappresentano comunque l’unica fonte di legittimità per il presidente russo che si è già assicurato un nuovo mandato di sei anni alle presidenziali del 2024, escludendo dalla scheda ogni vera opposizione, estendendo così il proprio governo almeno fino al 2030.

Una campagna senza contendenti
Alle urne, che rinnovano i 450 seggi della Duma, sono chiamati circa 110 milioni di elettori. La scelta, però, è pressoché illusoria: sulle schede compaiono solo candidati approvati dal regime e nessun partito realmente contrario alla guerra. Yabloko, l’unica formazione registrata su posizioni apertamente pacifiste – il suo slogan chiedeva un accordo di cessate il fuoco e la via diplomatica – è stata esclusa dalla Corte Suprema il 10 agosto in seguito a un ricorso presentato dal partito nazionalista Rodina. Da allora il partito ha visto cadere una dopo l’altra anche le candidature nei collegi uninominali, mentre il vicepresidente Maxim Kruglov è stato condannato a sette anni di carcere per le sue critiche alla guerra. Anche gli altri oppositori di Putin sono per lo più incarcerati, in esilio, o comunque esclusi dalle liste. Restano in corsa dieci partiti, tutti favorevoli al proseguimento del conflitto: accanto a Russia unita, le formazioni che da anni siedono in Duma – comunisti, liberaldemocratici, Russia giusta – costituiscono quella che gli analisti definiscono “opposizione sistemica”, che critica il governo su temi marginali ma vota compatta con il Cremlino su ogni questione rilevante. Anche per gli standard russi, però, questa tornata appare sorprendentemente priva di vitalità: la maggior parte dei candidati non ha praticamente fatto campagna, e le immagini dei dibattiti televisivi in studi semivuoti perché i politici non si sono presentati, con grande imbarazzo dei conduttori, hanno fatto rapidamente il giro del web.
La guerra arriva nelle case
Se la campagna elettorale non scalda gli animi, a farlo è la crisi del carburante che da quest’estate attanaglia il paese. Gli attacchi dei droni ucraini contro le raffinerie russe, intensificatisi da giugno, hanno prodotto la carenza di benzina e diesel più grave dai tempi dell’Unione sovietica: secondo un’analisi del Financial Times, la crisi colpisce direttamente circa 50 milioni di russi, il 35% della popolazione. Molti distributori sono senza carburante, mentre in alcune regioni i tempi di attesa hanno raggiunto diversi giorni, e i social media sono pieni di video di risse scoppiate nelle lunghe code alla pompa. È una crisi che, a differenza dei precedenti quattro anni e mezzo di guerra, entra nella quotidianità di moltissimi abitanti. Lo stesso Putin nelle ultime settimane ha collegato esplicitamente la partecipazione elettorale al conflitto, chiedendo ai cittadini di dimostrare compattezza attorno ai soldati al fronte: un mese prima delle elezioni, parlando alla Megasport Arena di Mosca, ha affermato che “molto dipende dalla nostra unità, dal coraggio dei soldati russi e da chi lavora con coscienza al proprio posto per contribuire alla vittoria”.
L’incognita della mobilitazione
Per molta della popolazione, tuttavia, il significato più profondo delle elezioni non risiede nel risultato, bensì in ciò che ne conseguirà. Viste le difficoltà delle truppe di Mosca in Ucraina, lo stallo sulla linea del fronte e le ingenti perdite sul campo, negli ultimi mesi si sono moltiplicate le voci che parlano di una nuova mobilitazione su larga scala: l’intelligence ucraina sostiene che lo Stato maggiore russo avrebbe predisposto un piano per arruolare 600.000 uomini tra il 2026 e il 2027. L’ansia avrebbe già spinto alcuni giovani a lasciare il paese, in scene che ricordano il settembre 2022, quando centinaia di migliaia di russi fuggirono dopo il primo annuncio di leva obbligatoria in tempo di guerra. Putin ha respinto per due volte, a inizio settembre, le voci di una mobilitazione imminente, bollandole come “sciocchezze” e “propaganda” contro Mosca. Ma la sua stessa mobilitazione “parziale” del 2022, tecnicamente, non è mai stata revocata. Il timore diffuso è che, chiusa la tornata elettorale e insediata una Duma compiacente, il Cremlino si senta più libero di adottare misure impopolari che ha finora rinviato.
Il commento
Di Eleonora Tafuro Ambrosetti, ISPI Co-Head, Russia, Caucaso e Asia Centrale
“I risultati delle elezioni parlamentari in Russia non sono difficili da prevedere. Perché, allora, occuparsi di un’elezione il cui vincitore è già noto? Perché il voto è uno dei pochi momenti in cui il Cremlino deve ancora dimostrare pubblicamente che il sistema politico funziona. Putin non deve soltanto conquistare la maggioranza: deve produrre affluenza, consenso e un risultato sufficientemente convincente da dimostrare che quasi cinque anni di guerra non hanno eroso la stabilità del regime. Allo stesso tempo, le conseguenze più dirette per l’Ucraina e l’Europa potrebbero arrivare dopo il voto. Se sono fondate le preoccupazioni espresse da analisti internazionali e da molti russi, secondo cui il Cremlino potrebbe lanciare una nuova mobilitazione a ottobre, Putin potrebbe preservare il vantaggio della Russia in termini di risorse umane e dare nuovo slancio alla sua invasione.”
Alessia De Luca

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