
di Alessandra Colarizi*
Barbara Demick racconta in “Niente da invidiare: Vite ordinarie in Corea del Nord” le persone comuni, la quotidianità, i sentimenti, le tragedie personali
C’è la Corea del Nord delle provocazioni nucleari, dello strano ma vero, dei dittatori dai tratti caricaturali e grotteschi. E poi c’è la Corea del Nord delle persone comuni, della quotidianità, dei sentimenti, delle tragedie personali. Quella che la giornalista americana Barbara Demick racconta in “Nulla da invidiare: Vite ordinarie in Corea del Nord” (Iperborea, 27 maggio 2026). Un impeccabile esempio di giornalismo narrativo che va oltre i temi ricorrenti sui media internazionali: il culto della personalità, la sorveglianza e l’autoritarismo diventano la cornice, lo sfondo, su cui si dipanano storie intime, vero nucleo centrale del racconto.
Squarciando il velo della propaganda ufficiale, lo sguardo di Demick si concentra sulla dimensione privata di uno dei paesi più impenetrabili al mondo. Non potrebbe essere altrimenti. Vincitore nel 2010 del premio BBC Samuel Johnson per la saggistica, il libro si basa infatti sulla testimonianza di un centinaio di disertori nordcoreani, che l’ex reporter del Los Angeles Times ha intervistato mentre si trovava a Seul nei primi anni Duemila. Ne consegue uno spaccato della storia nordcoreana che abbraccia la seconda metà del secolo scorso fino alla riforma monetaria del 2009.
Il racconto si svolge a Chongjin, la terza città più grande del paese per popolazione e un importante porto sulla costa nord-orientale. Lontano dall’artificiosa e apparentemente impeccabile efficienza della capitale Pyongyang, è qui – vicino al confine con la Cina – che è possibile ricostruire un ritratto genuino della Corea del Nord. Ed è qui che i sei personaggi principali conducono le loro squallide vite, rinchiusi in una bolla dalle pareti invisibili: Mi-ran, la figlia di un prigioniero di guerra sudcoreano, ottenuto il riscatto sociale come insegnante d’asilo vede sfumare ogni ambizione a causa del collasso economico del paese; il fidanzato Jun-sang, un brillante studente universitario, scopre la verità sul regime ma fino alla fine non riesce a reagire; la signora Song, una casalinga patriottica, spia con orgoglio vicini e amici per poi cedere alla tentazione della fuga; la figlia ribelle Oak-hee, dopo aver covato profondo odio per il governo, non trova pace nemmeno una volta arrivata al Sud; Kim Hyuck, un ragazzo di strada, lotta per sopravvivere con piccoli furti; e la dottoressa Kim, passata da una vita di privilegi alla fame, vede morire di inedia i propri concittadini senza poter fare nulla per salvarli.
Come molti concittadini, Mi-ran, Jun-sang, la signora Song, Oak-hee, Kim Hyuck e la dottoressa Kim, vivono in un paese immaginario. Quello del “miracolo comunista” e dell’eccezionalismo nordcoreano che la macchina statale costruisce con l’inganno. Le contingenze internazionali conferiscono alla “dinastia Kim” una forma di legittimità altrimenti ingiustificabile: sono gli anni in cui la Cina maoista paga il prezzo economico (e umano) del grande balzo in avanti e la temuta minaccia di un’invasione da parte dei guerrafondai imperialisti bussa alle porte. Ma è proprio quando cominciano a trapelare informazioni dall’esterno che la finzione si sgretola e la realtà emerge in tutta la sua brutalità. “Sulle strade principali si vedono penzolare le tracce di un progresso che prima esisteva e ora è perduto, i cavi scheletrici della rete elettrica arrugginita che un tempo ricopriva l’intero paese – scrive Demick – i nordcoreani più anziani ricordano bene i tempi in cui avevano più elettricità (e più cibo) dei cugini filoamericani della Corea del Sud, e quel ricordo non fa che acuire l’umiliazione di dover passare le notti al buio”.
Anche chi ripone fiducia nel sistema, finisce per desiderare la fuga: la Corea del Sud, demonizzata dal regime, piano piano si trasforma in una terra di speranza. Al cambio di percezione – suggerisce l’autrice – ha contribuito il passaggio del testimone da padre a figlio: il “grande leader” Kim Il Sung “scelse un ottimo momento per morire ed evitare che la sua memoria venisse macchiata dagli eventi catastrofici degli anni seguenti”: anche se il crollo dell’economia è già cominciato sotto il peso delle sue inefficienze, è con Kim Jong Il che il presunto “sogno nordcoreano” diventa chiaramente un incubo. Quando la carestia degli anni ‘90 risveglia la popolazione dal torpore, il “caro leader” risponde con il pugno di ferro: i confini con la Cina vengono presidiati, le prigioni si riempiono di commercianti e scienziati perseguitati come criminali. E le esecuzioni pubbliche scandiscono la quotidianità.
Se il collasso totale viene sventato è grazie alla tenacia e all’ingegno di molti cittadini. Proprio quando si tocca il fondo e i morti sono ormai centinaia di migliaia nasce un nuovo spirito imprenditoriale, cavalcato soprattutto dalle donne. Sono loro che, relegate dalla tradizione patriarcale confuciana tra le mura di casa, diventano gli ingranaggi di un’economia informale in grado di tenere in piedi il paese.
Tutto questo Demick lo racconta con scrupolosità giornalistica, ma anche con apprezzabile vividezza narrativa che conferisce al testo la godibilità di un romanzo. Una caratteristica a cui contribuisce indubbiamente la voce dei protagonisti. Parlano gli eventi ma ancora di più le emozioni. Il totalitarismo nordcoreano non si misura infatti soltanto attraverso le carceri, la censura o le armi, ma anche attraverso la capacità mostrata dal regime nel manipolare i gesti più intimi: innamorarsi, mangiare, piangere, e ricordare. E mostra anche che la libertà, quando finalmente arriva, non cancella ciò che il regime ha inciso nelle persone.
La nuova vita oltre confine è spesso deludente. Attraversare il fiume Tumen significa entrare in Cina, non essere ancora al sicuro. I profughi rischiano l’arresto e il rimpatrio; molte donne vengono vendute come mogli nelle campagne cinesi, altre finiscono nel lavoro clandestino o nelle reti della prostituzione. Quando finalmente arrivano a Sud, i protagonisti scoprono di essere formalmente cittadini, ma culturalmente stranieri. Devono imparare a leggere parole inglesi, orientarsi nella metropolitana e scegliere cosa fare della propria vita. Anche decidere quale lavoro svolgere diventa un dilemma. Stringere rapporti interpersonali, costruire relazioni, necessita un’apertura emotiva ben lontana dalla riservatezza e dal pudore nordcoreani. “La triste verità – scrive Demick – è che spesso i profughi nordcoreani sono persone difficili. Molti sono stati costretti ad andarsene non solo perché pativano la fame, ma anche perché in patria non riuscivano a integrarsi, e spesso trascinano con sé i loro problemi anche dopo aver varcato il confine”.
A voler trovare un limite al libro è forse il tempismo. L’uscita italiana arriva infatti in un periodo piuttosto positivo per il Regno Eremita. Secondo la banca centrale di Seul, nel 2024 l’economia nordcoreana ha registrato la crescita più rapida dal 2016, confermando un trend in ripresa cominciato nel 2023 dopo tre anni di contrazione. I dispacci dal Nord parlano di progetti immobiliari, turismo in aumento, e strade sempre più animate. Segnali di un miglioramento della vita oltre il 38° parallelo che, per quanto certamente ancora modesto, raccontano una Corea del Nord non completamente riconoscibile in quella di Demick.
Alessandra Colarizi
*China Files

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