
Quando alcuni amici appartenenti alle Forze dell’Ordine mi confessano che andare in giro con una pistola nella fondina, pur regolarmente autorizzata può esporre a rischi giudiziari quasi paradossali e se si potesse sarebbe meglio “dimenticarla a casa”… Il problema non può essere liquidato con una scrollata di spalle.
Chi detiene legalmente un’arma è identificato, controllato, schedato, sottoposto a verifiche mediche e amministrative. Sa perfettamente che ogni gesto può essere analizzato, contestato e trascinato per anni dentro un’aula di tribunale. Persino in una situazione di pericolo reale, deve riuscire a valutare in pochi secondi non soltanto la minaccia, ma anche ciò che accadrà dopo: sequestri, interrogatori, perizie, denunce, spese legali e il rischio concreto di vedere la propria vita distrutta anche quando si è agito per difendersi.
Chi porta un’arma illegalmente, invece, ha già scelto di ignorare la legge. Non teme di perdere una licenza che non possiede, non teme controlli amministrativi e spesso non si pone alcun problema sulle conseguenze. È proprio qui che nasce il paradosso: il cittadino onesto finisce per essere frenato dal peso delle regole, mentre il criminale agisce senza alcun freno.
Naturalmente detenere legalmente un’arma non significa avere libertà assoluta di usarla. Un’arma comporta una responsabilità enorme e deve restare l’ultima possibilità. Ma una legge equilibrata dovrebbe distinguere con chiarezza chi aggredisce da chi si difende, chi viola deliberatamente le regole da chi le ha rispettate fino all’ultimo istante.
Quando persino chi lavora ogni giorno dentro le istituzioni ammette che il confine tra tutela e rovina giudiziaria è diventato così sottile, significa che qualcosa non funziona. La legge dovrebbe proteggere i cittadini onesti, non trasformarli automaticamente in imputati ogni volta che tentano di salvare la propria vita o quella di qualcun altro.
Forse alcune riflessioni sarebbero d’ uopo.
Piero Terracina

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