
Il disegno di legge sull’imputabilità dei minori è un altro dei messaggi, forse il più infame, di “legge e ordine” che questa destra autoritaria e nemica dei giovani lancia al Paese.
L’età dell’imputabilità resta fissata a quattordici anni, ma con la legge del governo si presume che ogni ragazzo tra i quattordici e i diciotto anni sia capace di intendere e di volere, salvo prova contraria.
È l’inversione di un principio di civiltà: non più lo Stato che valuta la maturità concreta di un adolescente, ma il minore che deve dimostrare di non averla.
Meloni ripete: «Chi sbaglia paga». È una formula rozza, buona per un comizio, che serve a fare leva sulla paura per raccogliere voti. Ma un ragazzo di quattordici o quindici anni non è un adulto in miniatura. Può aver commesso fatti gravi e deve risponderne però lo Stato ha il dovere di chiedersi non soltanto come punirlo, bensì come impedirgli di diventare definitivamente un criminale.
La strada intrapresa è quella di riempire gli istituti penali minorili. Le presenze, da quando governano i neofascisti, sono già aumentate da 381 alla fine del 2022 a 572 alla fine del 2025: quasi il cinquanta per cento in più.
E, una volta diventati maggiorenni, alcuni giovani possono essere trasferiti nelle carceri degli adulti, dove la pena rischia di trasformarsi in una scuola di violenza e criminalità.
È questa la sicurezza? Prendere un ragazzo fragile, povero, spesso abbandonato dalla scuola, con una famiglia fragile, e rinchiuderlo per anni per restituirlo poi alla società più solo, più arrabbiato e più esperto nel delinquere?
Occorrono educatori, sostegno scolastico, comunità dedicate, formazione professionale, assistenza psicologica e psichiatrica, giustizia riparativa, lavoro sociale e aiuti veri alle famiglie.
In Italia oltre un minore su quattro è a rischio di povertà o esclusione sociale. Ma per questo Governo il disagio non è una ferita da curare: è un bersaglio facile da indicare alla folla.
Il carcere diventa così la discarica sociale nella quale gettare poveri e diseredati, mentre per i potenti vale la clemenza e il garantismo che torna improvvisamente di moda.
Proprio in queste ore la maggioranza, nella Giunta della Camera, ha negato ai magistrati l’accesso alle chat dell’ex sottosegretario Delmastro, che non risulta indagato, rinviando all’Aula la decisione definitiva.
La maggioranza ha protetto politicamente Santanchè, ha impedito il processo a Nordio, Piantedosi e Mantovano per il caso Almasri, ha negato ai magistrati atti d’indagine riguardanti Saverio Romano oltre che Delmastro e sta tentando di estendere lo scudo parlamentare anche a Giusi Bartolozzi.
Invece, con i ragazzi delle periferie Meloni digrigna i denti e attacca furiosa: “chi sbaglia paga”.
Quando sono coinvolti gli uomini del potere si alzano scudi, prerogative e protezioni.
È la doppia morale di una destra feroce con i deboli e indulgente con i forti e con se stessa.
Oggi il ragazzo povero non viene più chiamato soltanto “svogliato” o “incapace”: viene trasformato nel “maranza”, un termine orribile per indicare una figura indistinta sulla quale concentrare la paura sociale.
Non stanno riportando ordine. Stanno solo riportando indietro di un secolo la cultura civile del Paese: meno educazione e recupero, più paura e carcere. È propaganda punitiva costruita sulla pelle dei ragazzi più deboli.
Roba da far rivoltare ogni coscienza democratica o più semplicemente umana.
Ve lo dice chi ha visitato i carceri minorili.
Bisogna tornare alla lezione di don Milani.
La società che perde un ragazzo, lo espelle, lo consegna alla strada significa che lo abbandona proprio quando ha bisogno di educazione, assistenza e cura, nascondendo dietro le sbarre il proprio fallimento.
Don Milani non sosteneva che i ragazzi non dovessero rispondere delle proprie azioni. A Barbiana pretendeva impegno, disciplina, studio e responsabilità. Ma rovesciava la domanda: prima di giudicare il ragazzo che ha fallito, bisogna giudicare le istituzioni che lo hanno abbandonato.
Enrico Rossi

Lascia un commento