
C’è un dato che dovrebbe chiudere una volta per tutte uno dei più grandi miti della politica italiana. Spendere di più non significa automaticamente offrire servizi migliori. Gli ultimi vent’anni dimostrano esattamente il contrario.
Lo Stato italiano non ha mai smesso di aumentare la propria spesa. La macchina pubblica è diventata ogni anno più costosa, più pesante e più invasiva. Eppure, nella vita quotidiana dei cittadini, la percezione è opposta. Ottenere una visita specialistica è sempre più difficile, la giustizia continua ad avere tempi incompatibili con un Paese moderno, la scuola fatica a stare al passo con il mondo che cambia, la burocrazia rimane uno dei principali ostacoli alla crescita economica e le infrastrutture mostrano ritardi cronici.
I numeri parlano con estrema chiarezza. Nel corso degli ultimi vent’anni la spesa pubblica italiana è aumentata di oltre il 60%, arrivando oggi a superare i 1.150 miliardi di euro l’anno. Oggi assorbe oltre la metà della ricchezza prodotta dal Paese. Una crescita enorme che avrebbe dovuto tradursi in uno Stato più efficiente e servizi migliori. È accaduto l’esatto contrario.
La sanità rappresenta forse l’esempio più evidente di questo paradosso. La spesa pubblica è passata da circa 143 miliardi a oltre 185 miliardi di euro nell’ultimo decennio, con un incremento vicino al 30%. Nonostante ciò, milioni di italiani sono costretti a rinunciare alle cure o a rivolgersi alla sanità privata per evitare mesi di attesa. Il cittadino paga quindi due volte: prima attraverso le tasse e poi mettendo mano al proprio portafoglio.
Anche l’istruzione segue la stessa dinamica. La spesa continua a crescere, quella per studente è aumentata di quasi il 40% rispetto a dieci anni fa, ma le criticità del sistema rimangono pressoché immutate. Strutture obsolete, carenza di personale, programmi spesso lontani dalle esigenze del mercato del lavoro e risultati che non migliorano con la stessa velocità della spesa.
Nel frattempo il debito pubblico italiano ha ormai superato i 3.150 miliardi di euro, il valore più alto mai raggiunto nella storia della Repubblica. Ogni anno una quota crescente delle entrate dello Stato viene assorbita dal pagamento degli interessi sul debito, sottraendo risorse che potrebbero essere destinate a investimenti, infrastrutture, ricerca, innovazione e servizi essenziali. È denaro che non crea sviluppo e non migliora la qualità della vita dei cittadini, ma rappresenta il costo di decenni di spesa finanziata a debito e di riforme continuamente rinviate.
Il vero problema non è mai stato quanto spendere. Il problema è sempre stato come vengono spesi quei soldi.
L’Italia ha progressivamente costruito un sistema nel quale ogni nuova emergenza produce nuova spesa, ogni categoria reclama nuovi contributi, ogni governo introduce nuovi bonus, nuovi incentivi, nuove agevolazioni e nuovi enti. Quasi nessuno, però, elimina ciò che è diventato inutile, inefficiente o semplicemente superato.
È il meccanismo tipico della politica del consenso. Promettere nuova spesa è infinitamente più semplice che spiegare agli elettori la necessità di riformare profondamente lo Stato.
Ed è proprio qui che emerge una delle maggiori contraddizioni della sinistra italiana. Da anni, davanti a qualsiasi problema economico o sociale, la risposta proposta è quasi sempre la stessa: aumentare la spesa pubblica, ampliare l’intervento dello Stato, creare nuovi sussidi, nuove agevolazioni, nuovi trasferimenti e nuove assunzioni nel settore pubblico.
È una ricetta che continua a essere riproposta nonostante i risultati siano sotto gli occhi di tutti.
Se l’aumento della spesa fosse davvero la soluzione, oggi l’Italia dovrebbe possedere una delle migliori sanità del mondo, una scuola ai vertici europei, una giustizia rapida, una pubblica amministrazione efficiente e infrastrutture moderne.
Accade invece l’opposto. Lo Stato costa sempre di più, mentre i cittadini ricevono servizi che, nella percezione comune e in molti indicatori di efficienza, mostrano criticità sempre più evidenti.
Continuare a promettere altra spesa senza affrontare il nodo dell’efficienza equivale a riempire d’acqua un secchio bucato. Ogni nuovo miliardo rischia semplicemente di disperdersi in una macchina pubblica che da troppo tempo dimostra di non riuscire a trasformare le risorse in risultati.
La vera domanda che la politica dovrebbe porsi non è quanto altro denaro pubblico spendere. La domanda è perché, dopo vent’anni di crescita continua della spesa, lo Stato italiano continui a offrire servizi che i cittadini percepiscono sempre meno efficienti.
Finché questo interrogativo verrà sostituito dalla solita promessa di spendere ancora di più, il Paese continuerà ad accumulare debito senza risolvere i propri problemi strutturali. Perché il problema dell’Italia non è la mancanza di denaro pubblico. È l’incapacità cronica di una parte della politica di trasformare quella enorme massa di risorse in servizi efficienti, sviluppo economico e crescita. Continuare a promettere altra spesa senza prima riformare il sistema significa riproporre la stessa ricetta che, negli ultimi vent’anni, ha prodotto uno Stato sempre più costoso e cittadini sempre meno soddisfatti.
Il problema non è QUANTO si spende, ma COME si spendono i soldi dei contribuenti. Sic et simpliciter.
Piero Terracina

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