
Se oggi l’ex segretario del Garofano entrasse nelle stanze della vostra testata, eviterebbe le sterili discussioni sui piccoli giochi di palazzo della politica attuale. Al contrario, con la sua consueta determinazione e la mente rivolta ai grandi mutamenti storici, ci spingerebbe a riflettere con forza su ciò che ci attende. Il suo focus si concentrerebbe su un concetto cardine: un ideale democratico capace di espandersi oltre le coordinate tradizionali, penetrando le nuove frontiere dell’innovazione. Per la sua visione, infatti, il movimento progressista non ha mai rappresentato uno schema rigido da conservare sotto una teca di vetro, né un mero strumento burocratico per la pura gestione del potere. Si è sempre configurato, invece, come un processo continuo di emancipazione delle persone, un’energia vitale in grado di subordinare il progresso scientifico e le dinamiche dei mercati alla tutela imprescindibile dei cittadini. Oggi questo scenario inedito non appartiene più alla pura speculazione astratta, ma si identifica pienamente con l’universo immateriale in cui viviamo quotidianamente: lo spazio della rete, dei sistemi di calcolo avanzati, del controllo informativo e dell’accelerazione dei flussi capitalistici globali. Si tratta di un ambiente virtuale in cui i vecchi equilibri statali cedono il passo a inedite forme di egemonia economica basate sul controllo esclusivo dei bit e dei flussi di dati. In questo contesto, la sua critica sarebbe stata durissima nei confronti dei moderni imperi tecnologici. Già sul finire del secolo scorso, egli comprese in anticipo l’impatto dell’automazione e dei sistemi informatici, promuovendo il rinnovamento industriale dell’Italia senza mai arretrare sulla tutela fondamentale dei lavoratori. Di conseguenza, oggi contesterebbe con veemenza l’assenza di regole in cui operano le multinazionali del web. La sua risposta politica sarebbe stata una mobilitazione per riaffermare il primato delle istituzioni democratiche sui flussi invisibili della finanza e della tecnica. Avrebbe preteso la subordinazione dei codici e delle macchine ai valori etici e collettivi, poiché quando l’innovazione esclude il fattore umano, la civiltà regredisce verso forme di sottomissione. Il bisogno di equità e giustizia sociale, d’altronde, non si cancella con l’avvento dei computer, ma si trasferisce su terreni totalmente differenti. Se l’arena del passato era la fabbrica manifatturiera e la catena di montaggio, il conflitto attuale riguarda la gestione del sapere, la fruizione delle piattaforme telematiche e la salvaguardia dell’esistenza privata dall’oppressione di impieghi precari e perenni. Le nuove tecnologie dovevano servire ad ampliare la sfera dei diritti e del tempo libero, non a istituire una vigilanza di massa. Per questa ragione, l’invito ai riformisti odierni sarebbe quello di rifiutare la passività dinanzi ai dogmi dei mercati globali, intervenendo con riforme radicali capaci di mettere l’apprendimento, i beni immateriali e la protezione sociale digitale al centro dell’azione di governo.Questa dottrina, riletta oggi, si trasforma in un principio universale e multidimensionale. Non si spegne con le svolte geopolitiche né si riduce a un banale realismo amministrativo. Rappresenta, invece, la spinta ideale che sprona i popoli a contrastare le disparità economiche. Questo giornale ha il dovere di raccogliere tale testimone: convertire un patrimonio storico in una strategia per l’avvenire, provando che questo cammino non è un cimelio del passato, ma l’unico orientamento in grado di condurre la società verso una rinnovata stagione di uguaglianza e riscatto.
Raffaele Amendola

Tutto molto condivisibile, ma il problema rimane a monte e infatti lo stesso Craxi lo rilevò.
la lunga mano del mercato, che non è fatto di piccole e medie imprese, ma di oligarchie finanziarie e di realtà transnazionali e Corporation, ampiamente promosse dal regime occidentale a guida statunitense.
In tutto ciò la moderna tecnologia è lasciata allo sbando, senza alcun controllo pubblico. Esattamente come i social e il web che, lungi dall’essere di proprietà di chi lo utilizza e contribuisce a creare contenuti, è di proprietà di tali Corporation.
Quanto alla vigilanza di massa, essa è una realtà da quando esiste il web. Ma in questo emisfero non viene usata per prevenire attentati terroristici o per tenere a bada la criminalità, bensì per sorvegliare e limitare chi la pensa diversamente dal pensiero unico occidentalista, liberale ma non democratico.
Che fare?
Discutere è già molto, ma si tenga conto che lo stesso Bettino Craxi, in particolare nel suo libro “Parigi Hammamet” denunciò tutto questo, compreso l’uso delle guerre ibride (a partire da quella in Jugoslavia). Sappiamo bene che fine fecero fare a Bettino. ma sappiamo anche che fine fecero fare a Andreotti (amico del mondo arabo laico) e a Silvio Berlusconi (promotore dell’amicizia con la Russia).
Il Re è nudo.