
2 giugno festa della Repubblica.
Una repubblica che conta 80 anni di vita ma che non è consapevole del suo valore.
Ha ancora senso festeggiare la nascita della Repubblica o la smania di un futuro nebuloso l’ha resa una ricorrenza vuota, buona solo per qualche ponte vacanziero?
A sud, è cosa nota, la monarchia, nel referendum istituzionale, prevalse con il 63.8% dei voti.
Il Sud, anche questo si sa, era arretrato. Abbarbicato alle sue campagne, al mare anche per quegli angoli di costa che si dedicavano alla pesca, sempre comunque condivisa con la povera agricoltura.
Era timoroso del futuro il Sud e la Repubblica senza un capo e senza un re faceva paura.
Eppure…
Eppure il Sud aveva avuto i suoi morti nella sciagurata guerra fascista, anzi nazifascista.
Certamente molti erano partiti con grande entusiasmo per la guerra.
L’impero, la vittoria, la gloria erano lì che facevano sognare molti ragazzi.
D’altronde piazza Venezia straripava di folla inneggiante, ululante, all’annuncio di Mussolini dell’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania di Hitler.
“Spezzeremo le reni alla Francia” impunemente proclamò il Duce e mandò i figli del popolo italiano, compresi i figli dei contadini e dei pescatori del Sud, a conquistare la Grecia ad occupare l’Albania, a irridere la Francia a dare scacco matto alla Russia.
Non è che il Sud poteva ergersi a contestatore del sogno mussoliniano.
Più di qualcuno aveva addirittura intravisto nella guerra un’occasione di palingenesi, di riscatto.
Magari finiva quella vita di stenti tra remi ed aratro, mare e terra, giorno e notte e finalmente si sarebbe potuto vivere da cristiani.
“Sorella, non so cosa mi succederà, ma se esco vivo da questa guerra, la mia vita cambierà.”
Così diceva un ragazzo di vent’anni a mia madre che era la grande di casa e quel ragazzo il secondogenito di una famiglia numerosa, cinque figli e tre figlie, molta terra da coltivare, benestanti certo, ma con quanta fatica… e senza istruzione.
Le campagne assorbivano ogni energia e tenevano fuori dalla porta di casa ogni altro interesse.
La sorella della nonna, che era dama di compagnia della baronessa, era guardata con sospetto e l’altra sorella che addirittura era diventata l’amante del conte, rimossa.
Mia madre che all’una ed all’altra si accompagnava felicemente da piccina, suggendo bellezza, riservatezza ed anticonformismo, venne ritirata dalla scuola dopo la quarta elementare.
La cultura, il saper leggere e scrivere era considerato l’anticamera della confusione dell’anima… se non della corruzione dell’anima.
D’altronde erano secoli che braccianti, pescatori e contadini faticavano e non pensavano.
Non è che da un momento all’altro fai la rivoluzione e cambi vita.
Ci avevano provato, peraltro, ma era finita con la carneficina dei briganti e con la sconfitta degli anarchici all’indomani dell’unificazione.
Il comunismo era sconosciuto a Sud ed anche a Nord, tra le fabbriche che cominciavano a nascere, faceva fatica.
Poi la rassegnazione.
E quella guerra… che faceva sognare a Sud come racchiudesse nel suo seno la promessa di una rivincita.
Leggi razziali, persecuzioni contro i propri simili, ebrei e non, non avevano senso in campagna ed al mare.
Lì esisteva la fatica ed il sudore, e dove c’è fatica e sudore c’è compassione e fratellanza.
Eppure quella guerra poteva essere un’ occasione di cambiamento.
Non lo pensavano anche artisti ed intellettuali?
Il movimento futurista non credeva nel potere rigenerante della guerra? Nella velocità del
Progresso che quella avrebbe comportato come scelta obbligata?
E prima, allorché era scoppiata la guerra del 15/18 quanti artisti erano andati in guerra?
Certo poi si erano ricreduti.
Avevano visto il sangue e la morte.
I loro sogni erano svaniti come nebbia leggera al sole forte…
Gli espressionisti cambiarono il loro modo di dipingere.
Il tratto divenne profondo, doloroso, drammatico, i colori forti, primari, la forma dissolta come i corpi disfatti nelle trincee.
Perché non dovevano pensarlo i contadini e pescatori del sud arruolati nella maledetta guerra del 40/45.
Mica lo sapevano che sarebbe stata maledetta. Che i ragazzi sarebbero morti infondo al mare o tra i ghiacci della Russia…
Il fratello di mia madre era arruolato in marina. Sommergibilista.
Missioni segrete.
“Non ti posso dire dove andremo. Non lo so nemmeno io. Comunque siamo in missione segreta. Il comandante ci ha detto che a guerra finita saremo degli eroi e che diventeremo ricchi e famosi”.
Così diceva quel ragazzo di cui porto il nome, a mia madre mentre le lasciava un pacco di lettere da consegnare alla loro madre, una al mese, raccontandole che era arrivata per posta.
La storia andò diversamente.
Finì male per tutti. Anche per quel ragazzo rimasto con i suoi compagni in fondo al mare di Haifa sino al 1984, allorché finalmente il governo presieduto dall’on. Spadolini li riportò a casa.
Il 2 giugno del 1946, i sopravvissuti fecero i conti con le loro storie.
Da Bari, Radio Bari aveva diffuso i proclami, gli appelli contro la dittatura e quella maledetta guerra.
Qualcuno li aveva ascoltati.
Zia Placida che frequentava la Baronessa e zia Raffaella che frequentava il conte ascoltavano quella radio e le notizie arrivavano.
Mia madre ogni volta che tornavo, divenuto grande e andato via, mi chiedeva di portarla da zia Rafela. Era sopravvissuta a zia Placida ed anche alla nonna che da quella storia del figlio morto in guerra non si era più ripresa.
Abitava in un paese lontano, in un grande castello e mi luccicavano gli occhi a vedere quelle due donne, zia e nipote, ormai avanti negli anni abbracciarsi strette strette.
Poi arrivò l’armistizio, la fuga del re, la fine della guerra, il referendum e la Repubblica.
Mia madre, mi raccontò che lei, sua madre, suo padre, fratelli e sorelle, votarono tutti per la Repubblica.
Nella storia, quella maiuscola, restano i numeri, impietosi, di un sud arretrato, pauroso, diffidente del nuovo e spesso essa, la grande storia, lascia andare le storie della gente, delle persone fatte di sofferenza, di conquista, di riscatto, di cambiamento.
Il voto di quella minoranza repubblicana a Sud fece la differenza.
La vulgata ricorda però la preponderante massa di voti monarchici dimenticando i voti repubblicani.
La Repubblica non ebbe un plebiscito.
Ebbe solo il 54, 27% dei voti.
I voti dei contadini, pescatori e manovali del Sud furono determinanti.
Altro che.
Voti pieni di speranza.
Una speranza che a Sud come a Nord era nata sulle sanguinose macerie del fascismo, sull’ignominia della monarchia sanauda.
Ora è tempo di ridar forza alle certezze che da quella speranza erano nate, dando vita alla Repubblica ed alla sua nobile Costituzione.
Ottant’anni sono un respiro nella storia di un popolo e di una nazione.
Non possono diventare un alibi per cancellare quella speranza ed abiurare le certezze da essa nate.
Non è tempo di cambiare la costituzione ma di darle attuazione recuperandone i dettami e lo spirito che li ispirò.
A cominciare dalla rappresentanza popolare nelle istituzioni.
Perché è il popolo, per la nostra Costituzione, il depositario di essa e del potere che ne discende , non i partiti che surrettiziamente si sono ad esso sostituiti.
Lo scandalo delle liste bloccate, l’arroganza dei premi di maggioranza, le tentazioni autoritarie che si nascondono dentro a termini, come il premierato, derivato dal nuovo esperanto che ci sta invadendo, rompono il patto costituzionale.
La storia della governabilità resa problematica dalla proporzionalità del voto popolare è una mistificazione.
La proporzionalità quale espressione della rappresentanza della sovranità popolare voluta e praticata dai costituenti è una garanzia contro ogni deriva autoritaria o banalmente contro ogni tentazione di personalizzare il potere.
La proporzionalità costringe alle alleanze, mantenendo integro il potere del popolo e la sua sovranità .
Favorisce visioni non contrapposte e isola ogni tentazione prevaricatrice.
Essa è legata ad una impostazione articolata e complessa, non semplificata, del funzionamento della Repubblica.
In tal senso forse vanno recuperate le caratteristiche e rivalutate le esperienze del sistema proporzionale della rappresentanza popolare a fronte dei guasti prodotti dalla illusione di governi monolitici che diventano espressioni personali e addirittura familistiche del potere.
Danziamo sull’orlo del baratro illudendoci di rabberciare leggi truffa della rappresentanza popolare a getto continuo a seconda degli interessi di chi governa.
È tempo di fermarsi prima di precipitare…
Antonio Corvino

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