
Dieci anni di Ursula von der Leyen, che termineranno nel 2029, hanno lasciato un’Unione Europea più fragile, più lenta e meno capace di immaginare il proprio futuro. Non che prima brillasse per coraggio politico o visione strategica, ma il doppio mandato di Ursula von der Leyen rischia di essere ricordato come uno dei più deboli e inconcludenti nella storia recente delle istituzioni europee. In anni segnati da crisi epocali – pandemia, guerra, inflazione energetica, perdita di competitività industriale – l’Europa avrebbe avuto bisogno di una guida forte, capace di indicare una direzione comune e di rafforzare il ruolo geopolitico del continente. Invece troppo spesso si è limitata a inseguire gli eventi, reagendo con lentezza e senza una vera strategia di lungo periodo. La sensazione diffusa è quella di un’Europa svuotata dall’interno: incapace di parlare con una sola voce, paralizzata dai veti incrociati degli Stati membri e sempre più distante dai bisogni concreti dei cittadini. La leadership della Commissione non è riuscita a trasmettere fiducia né a costruire un progetto condiviso di crescita economica, sicurezza energetica e rilancio industriale. Molte decisioni sono apparse guidate più da equilibri burocratici e logiche ideologiche che da una reale volontà di rafforzare il sistema produttivo europeo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: industrie in difficoltà, costo dell’energia elevato, perdita di competitività rispetto a Stati Uniti e Cina e una crescente percezione di impotenza politica. Eppure il tempo per cambiare rotta non è ancora scaduto. I prossimi tre anni potrebbero rappresentare l’ultima occasione per dare un senso politico concreto a questo doppio mandato. La prima grande riforma dovrebbe riguardare il funzionamento stesso dell’Unione: superare il principio dell’unanimità nelle decisioni strategiche e adottare il voto a maggioranza qualificata o semplice su temi cruciali come politica estera, energia e difesa comune. Finché ogni singolo Stato potrà bloccare le decisioni collettive, l’Europa continuerà a muoversi con il freno a mano tirato, incapace di agire rapidamente in un mondo che cambia a velocità sempre maggiore. Serve poi una riflessione pragmatica sui rapporti con la Russia. Al di là delle tensioni e degli errori commessi negli ultimi anni, l’Europa non può ignorare la propria geografia, la propria storia e il tema centrale dell’autonomia energetica. Ricostruire nel tempo un dialogo politico ed economico potrebbe rappresentare una scelta strategica per restituire al continente stabilità, sicurezza e indipendenza nelle risorse. Solo un’Europa più autonoma, meno subordinata agli interessi esterni e capace di difendere il proprio sistema industriale potrà tornare a essere autorevole, competitiva e protagonista nello scenario internazionale.
Angelo Santoro

L’UE ha subito negli anni ulteriori involuzioni democratiche.
Con la Von Der Leyen, la Kallas, la Lagarde al FMI e il solito Draghi, sopravvalutatissimo sotto il profilo economico, che pontifica e le sostiene.
Temo andrà sempre peggio, finché non prenderemo coscienza, collettivamente, di tale pericolosa involuzione.