
Superato lo shock politico del referendum sulla separazione delle carriere e incassato un primo risultato incoraggiante alle amministrative, Giorgia Meloni prova ora a rilanciare la propria azione di governo aprendo quello che a Palazzo Chigi viene già definito il nuovo “cantiere Italia” con il mondo produttivo e industriale. L’intervento della premier all’assemblea annuale di Confindustria a Roma non è stato soltanto un discorso economico. È stato soprattutto un segnale politico molto preciso: Meloni vuole ricostruire un asse stabile con imprese, produzione e ceti economici, trasformando la stabilità del governo in argomento elettorale permanente. La presidente del Consiglio ha insistito sulla necessità di liberare le imprese dai “lacci burocratici” europei, criticando apertamente una Unione Europea definita troppo ideologica e troppo distante dalla competitività reale dei sistemi produttivi. Un linguaggio che guarda chiaramente al consenso del mondo industriale ma anche a quello di un elettorato moderato e produttivo che oggi continua a percepire il centrodestra come più affidabile del campo largo sul terreno economico.
In realtà Meloni sa perfettamente che la vera finestra politica utile potrebbe essere proprio quella dei prossimi dodici mesi. Il referendum perso ha certamente incrinato l’immagine di invincibilità costruita dalla premier negli ultimi anni, ma le opposizioni non sono riuscite a trasformare quella vittoria referendaria in una reale alternativa di governo. Ed è questo il punto che oggi rafforza strategicamente Palazzo Chigi. Il campo largo continua a non avere un leader condiviso, non ha una proposta economica realmente organica e soprattutto appare ancora incapace di costruire una sintesi politica tra il Pd di Schlein, il Movimento Cinque Stelle di Conte, Avs e le componenti centriste. Le amministrative hanno confermato proprio questo dato: il centrosinistra vince dove esistono amministrazioni locali forti e sindaci uscenti consolidati, ma fatica enormemente a trasformarsi in proposta nazionale alternativa. Meloni osserva questa debolezza e accelera. La nuova legge elettorale diventa allora un passaggio decisivo non soltanto tecnico ma strategico. Portarla rapidamente a compimento significherebbe arrivare eventualmente alle urne con un sistema costruito attorno alla governabilità e a coalizioni più stabili, approfittando dell’attuale disorientamento delle opposizioni.
Le voci sulle elezioni anticipate, ufficialmente smentite, continuano infatti a circolare con insistenza nei palazzi romani. Salvini stesso nei giorni scorsi ha lasciato aperto il tema della durata della legislatura legandolo alla situazione economica e internazionale. Tajani frena, ma il solo fatto che il tema venga continuamente evocato dimostra che dentro la maggioranza il ragionamento esiste eccome. Meloni probabilmente non ha ancora deciso nulla, ma ragiona da leader che vuole mantenere il controllo dell’agenda politica prima che le difficoltà economiche internazionali possano peggiorare ulteriormente. La guerra commerciale globale, la crisi energetica, il rallentamento europeo e l’incertezza americana legata alla presidenza Trump rappresentano variabili enormi anche per il governo italiano. Per questo la premier punta ora su due pilastri: consolidare il rapporto con il sistema produttivo e chiudere rapidamente il dossier legge elettorale. Se riuscirà a ottenere risultati concreti sul fronte economico e occupazionale nei prossimi mesi, la tentazione di anticipare il voto potrebbe diventare molto più forte di quanto oggi ufficialmente si ammetta.
Il “cantiere” aperto con gli industriali ha dunque un significato che va oltre il semplice rapporto tra governo e imprese. È il tentativo di costruire un nuovo blocco politico-sociale capace di accompagnare Meloni verso una seconda fase della sua esperienza di governo o addirittura verso una nuova investitura elettorale anticipata. La premier cerca di presentarsi contemporaneamente come leader internazionale affidabile, garante della stabilità economica interna e interprete di un’Italia produttiva insofferente verso burocrazia, lentezze europee e incertezze politiche. È una strategia rischiosa ma coerente. Perché Meloni sa bene che il tempo politico raramente premia chi resta fermo ad aspettare. E oggi, osservando la debolezza del campo largo e l’assenza di una figura realmente competitiva contro di lei, la presidente del Consiglio sembra convinta che il momento per accelerare possa essere arrivato davvero.
Cesare Mannucci

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