
Un po’ di fanta politica mattutina. Ragionando sugli scenari russi e sullo stato di disagio nel quale Putin ha spinto la Russia, paradossalmente un colpo di Stato potrebbe diventare per lui una manna, per due motivi opposti ma entrambi utili a chi oggi non sa più come uscire dal pantano in cui ha infilato il paese.
Il primo scenario è quello più brutale: finire fuori scena. Un golpe riuscito gli permetterebbe, o lo costringerebbe, a uscire dalla guerra senza dover ammettere pubblicamente il fallimento politico e militare dell’operazione. Putin verrebbe rimosso, il nuovo potere potrebbe scaricare su di lui l’intero costo del disastro e la Russia avrebbe una via d’uscita narrativa: non una resa, ma una correzione forzata della rotta.
Il secondo scenario è ancora più cinico: un golpe fallito. In quel caso Putin potrebbe usare il tentativo di colpo di Stato per rafforzare la propria posizione, epurare gli apparati, compattare il paese attorno alla figura del capo assediato e, soprattutto, interrompere o congelare una guerra sanguinosa che ha portato alla morte di un numero enorme di russi, senza presentarla come una sconfitta.
In pratica, il colpo di Stato gli offrirebbe ciò che oggi gli manca: una frattura politica abbastanza forte da cambiare il racconto.
Perché il vero problema è questo. Putin ha trascinato la Russia in una guerra senza senso, lunga, costosa, devastante, che ha isolato Mosca dai grandi circuiti occidentali, indebolito il rublo, consumato risorse enormi e trasformato l’economia russa in una macchina sempre più dipendente dalla spesa militare e dalla Cina.
Continuare significa restare impantanati. Fermarsi significa spiegare perché centinaia di migliaia di soldati sono stati mandati al fronte per un risultato politico sempre più difficile da vendere. Arretrare apertamente significherebbe incrinare il mito della forza costruito in oltre vent’anni di potere.
Un golpe, riuscito o fallito, romperebbe questo schema.
Se riuscisse, Putin uscirebbe dalla scena lasciando ad altri il compito di chiudere la guerra e gestire le macerie. Se fallisse, potrebbe presentarsi come il garante della sopravvivenza nazionale, colpire i nemici interni e usare la crisi come giustificazione per ridisegnare gli obiettivi del conflitto.
È questo il paradosso: una minaccia al suo potere potrebbe diventare anche l’unico strumento politico capace di liberarlo da una guerra che non riesce più a governare.
La Russia non è una democrazia occidentale che cambia leadership e continua ordinatamente la partita. È una struttura imperiale, centralizzata, costruita storicamente attorno alla sopravvivenza dello Stato. Quando quel tipo di Stato entra in crisi, non cerca subito la verità. Cerca una narrazione utile.
E un colpo di Stato, per Putin, potrebbe offrirgliela su un piatto d’argento.
Piero Terracina

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