
di Emanuele Moretti*
Gli effetti della guerra nel Golfo e della chiusura dello Stretto di Hormuz sono destinati ad avere conseguenze durature sull’economia globale. Questa crisi mette in luce una dipendenza strutturale dei sistemi produttivi da catene di approvvigionamento ad alto consumo energetico, concentrate in regioni geopoliticamente fragili. Molti Paesi stanno già razionando l’energia ed esplorando misure di mitigazione in diversi settori. Tuttavia, questi effetti risultano particolarmente evidenti nei sistemi alimentari globali. Sul fronte alimentare, la questione centrale è l’approvvigionamento di fertilizzanti, aggravato dall’aumento dei costi dell’energia e dei trasporti.
La crisi in atto
La produzione di fertilizzanti è ad alto consumo energetico, con l’energia che può rappresentare fino al 70% dei costi di produzione. Il World Food Programme stima che circa 45 milioni di persone potrebbero cadere in una condizione di insicurezza alimentare grave se il conflitto non si concluderà entro l’estate e se il prezzo del petrolio resterà sopra i 100 dollari al barile. Per i consumatori di tutto il mondo, i costi di queste interruzioni non resteranno contenuti a lungo.
Nel 2024, fino al 30% del commercio globale di fertilizzanti transitava attraverso lo Stretto di Hormuz, dal Golfo Persico verso i mercati di esportazione in tutto il mondo. Lo stretto rappresentava inoltre circa il 20% del commercio globale di gas naturale liquefatto (GNL), una materia prima fondamentale per i fertilizzanti, e il 27% del petrolio scambiato a livello globale. Oggi, con l’Iran che limita il traffico in questo corridoio marittimo strategico in risposta agli attacchi di Stati Uniti e Israele, i prezzi nei mercati dell’energia e dei fertilizzanti sono aumentati bruscamente. Allo stesso tempo, attacchi da entrambe le parti hanno danneggiato siti produttivi e hub di esportazione in Qatar e Iran, restringendo ulteriormente l’offerta.
Negli ultimi tre anni, i Paesi del Golfo sono stati i principali esportatori regionali al mondo di urea e ammoniaca (entrambi fertilizzanti azotati), e i secondi maggiori esportatori di fosfato diammonico (DAP) e fosfato monoammonico (MAP). Urea e ammoniaca forniscono azoto, il nutriente più significativo per la resa di colture come grano, riso e mais: senza un apporto di azoto adeguato, i rendimenti dei raccolti diminuiscono drasticamente, rendendoli indispensabili per la produzione alimentare globale. DAP e MAP forniscono invece fosforo, essenziale per lo sviluppo delle radici e la crescita delle piante. A differenza dell’azoto, il fosforo proviene da risorse minerarie, il che rende la sua offerta più concentrata geograficamente.
L’impatto del blocco su produzione e prezzi
Nel breve termine, i fertilizzanti azotati come ammoniaca e urea sono i più critici. L’urea da sola rappresenta oltre il 50% dell’uso globale di fertilizzanti azotati, sostenendo colture come mais, grano, riso e diverse varietà di frutta e verdura.
L’aumento dei costi del carburante e dei fertilizzanti sta già incidendo sull’agricoltura, in particolare nelle economie fortemente dipendenti dalle importazioni dai produttori del Golfo. Un incremento prolungato dei prezzi dei fertilizzanti, soprattutto quelli azotati, ridurrebbe le rese delle colture più dipendenti dai fertilizzanti, con il rischio di forti aumenti dei prezzi alimentari. I costi energetici più elevati aumentano inoltre le spese per irrigazione, meccanizzazione e trasporto, rendendo i fertilizzanti meno accessibili. Una riduzione del loro utilizzo può abbassare le rese in modo non lineare, amplificando la pressione su sistemi alimentari già fragili.
Per le economie in via di sviluppo, questi effetti si sommano a vincoli strutturali già esistenti. Molte di esse affrontano elevati livelli di debito, spazi fiscali limitati e costi di indebitamento in aumento. In questo contesto, l’aumento dei prezzi di energia, fertilizzanti e trasporti esercita un’ulteriore pressione sui conti pubblici e sui bilanci delle famiglie.
I Paesi africani risultano particolarmente vulnerabili ai picchi dei prezzi dei fertilizzanti. Sebbene negli ultimi anni la capacità produttiva di fertilizzanti nel continente sia aumentata, la maggior parte dei nuovi impianti è destinata ai mercati di esportazione. Di conseguenza, molti Stati africani restano ancora fortemente dipendenti dalle importazioni esponendosi così agli shock dei mercati internazionali e alla volatilità dei prezzi.
Per esempio, l’Etiopia, attualmente nel pieno della stagione di semina, dimostra quanto rapidamente gli shock globali si traducano in effetti locali. Il Paese importa circa il 90% del suo petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, oltre alla maggior parte dei fertilizzanti. I prezzi dei principali fertilizzanti sono aumentati di oltre il 70%, mentre la carenza di carburante sta interrompendo i trasporti, lasciando i prodotti bloccati nei magazzini. Di conseguenza, i tassi di deterioramento sono aumentati del 15–20%.
In Asia la produzione di riso offre un altro esempio significativo. Il settore sta entrando in una fase cruciale di semina proprio mentre i prezzi dei fertilizzanti aumentano e la disponibilità si riduce. Una carenza nei prossimi mesi potrebbe diminuire la produzione e la disponibilità globale di riso. Secondo l’International Rice Research Institute, il protrarsi delle interruzioni nello Stretto di Hormuz potrebbe spostare i principali rischi dalle difficoltà logistiche alla disponibilità di energia e fertilizzanti, soprattutto nel breve e medio termine.
Tentativi di risposta
Gli agricoltori di tutto il mondo stanno già adattandosi. Molti stanno passando a colture meno intensive in termini di fertilizzanti. Negli Stati Uniti, gli agricoltori prevedono di ridurre la semina di mais a favore della soia, mentre in Australia si prevede una preferenza per l’orzo rispetto a colture più esigenti in azoto come grano e colza.
Alcuni Paesi hanno adottato misure strategiche. Negli Stati Uniti, dove la produzione interna copre circa il 65% della domanda domestica di fertilizzanti, l’amministrazione Trump ha introdotto una sospensione di 60 giorni del Jones Act per il trasporto di fertilizzanti, ha fornito supporto per le assicurazioni marittime e ha revocato le sanzioni su tre produttori bielorussi di potassa, un derivato del potassio usato come fertilizzante. In Europa, l’aumento dei prezzi del gas naturale ha spinto i produttori di fertilizzanti a richiedere sostegno pubblico per mantenere la produzione interna.
La Cina, invece, si trova in una posizione relativamente favorevole grazie alla sua dipendenza dal carbone per la produzione di urea, che rappresenta circa il 70–80% della produzione totale. Tuttavia, potrebbe limitare le esportazioni dopo la stagione di semina primaverile per evitare aumenti dei prezzi interni. Pechino valuta normalmente la possibilità di esportare solo dopo aver verificato l’esistenza di un surplus, generalmente a maggio.
Questa situazione riflette una più ampia “piramide della vulnerabilità” nei sistemi alimentari globali. Le catene del valore ottimizzate per l’efficienza funzionano bene in condizioni stabili, ma shock a monte possono propagarsi lungo tutta la catena, mettendo in luce fragilità strutturali.
Come uscire dalla crisi?
L’esperienza successiva all’invasione dell’Ucraina dimostra che i flussi commerciali possono adattarsi rapidamente durante le crisi. Le esportazioni agricole ucraine e i fertilizzanti russi e bielorussi hanno trovato rotte alternative dopo forti interruzioni, così come il gas naturale e il petrolio russi. Analogamente, il reindirizzamento delle forniture dal Golfo, attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez o tramite i porti del Golfo di Oman, potrebbe diventare praticabile nel tempo, anche se con costi più elevati e notevoli difficoltà logistiche nel breve periodo.
Se anche le esportazioni di GNL dal Golfo dovessero restare limitate, attori come gli Stati Uniti e l’Australia potrebbero aumentare l’offerta grazie alla loro capacità di esportazione. Tuttavia, per Paesi come India e Pakistan, che dipendono dal GNL per produrre fertilizzanti azotati, una riduzione delle importazioni rischierebbe di aggravare ulteriormente la carenza di fertilizzanti.
I produttori di fertilizzanti potrebbero aumentare la produzione nel breve periodo, contribuendo ad alleviare la pressione sui prezzi, ma ciò non sarà sufficiente a compensare le attuali interruzioni. Nuovi impianti richiedono investimenti elevati e tempi lunghi, e resteranno probabilmente concentrati in aree con accesso a gas naturale a basso costo o grandi riserve minerarie. Di conseguenza, la produzione globale di fertilizzanti continuerà a essere dominata da pochi Paesi, mantenendo il sistema strutturalmente vulnerabile.
L’espansione dell’ammoniaca “verde”, prodotta tramite elettrolisi alimentata da energie rinnovabili, potrebbe rappresentare una svolta, riducendo le emissioni e permettendo una maggiore diversificazione geografica della produzione. Tuttavia, oggi rappresenta ancora una quota marginale.
Sul lato della domanda, migliorare l’efficienza nell’uso dei fertilizzanti potrebbe ridurre gli sprechi e le perdite di nutrienti, oltre a colmare il divario tra Stati che ne fanno un uso eccessivo e quelli che ne fanno un uso insufficiente. Alternative come fertilizzanti organici, prodotti a rilascio controllato e soluzioni microbiche hanno potenziale, ma restano limitate da costi e vincoli logistici.
Per concludere, questa crisi dimostra che la resilienza non consiste solo nell’assorbire gli shock, ma nel riprogettare i sistemi per resistere a pressioni derivanti da tensioni geopolitiche, volatilità climatica e vincoli ambientali. La stabilizzazione dei mercati dei fertilizzanti dipenderà anche dalla riduzione delle ostilità nel Golfo. Nel frattempo, la leadership politica dovrebbe dare priorità alla tutela dei flussi commerciali di fertilizzanti come necessità strategica e umanitaria.
Emanuele Moretti
*Istituto Ispi
(Le opinioni espresse dall’autore sono strettamente personali e non riflettono quelle dell’istituzione di appartenenza).

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