
di Caterina Roggero*
La visita del Papa in Algeria del 13-15 aprile 2026 è stata definita da tutti i giornali algerini come “storica”. Una definizione di per sé incontestabile dato che, storicamente, è stata la prima volta di un pontefice nel paese maghrebino, ma è un aggettivo che racchiude in sé anche l’alto valore che Algeri ha voluto assegnare, in una fase di rilancio internazionale, alla due giorni di Leone XIV sulle tracce di Sant’Agostino.
La Storia in Algeria ha un peso enorme. È in un preciso fatto storico, la guerra di liberazione (1954-1962), che il sistema politico algerino affonda la legittimità delle sue istituzioni, e di una in particolare: l’esercito. Il Papa ha attraversato in punta di piedi il paese, evitando di entrare a gamba tesa in questioni che potevano urtare la sensibilità del pouvoir algerino, che in generale con la Chiesa cattolica d’Algeria, legata volens nolens all’esperienza coloniale, non ha sempre avuto un rapporto idilliaco. La motivazione dietro la scelta vaticana di questo paese come prima tappa del viaggio apostolico non è legata, di fatto, all’incontro con la sparuta minoranza cristiana (10 mila anime su quasi 50 milioni di abitanti). La celebrazione solenne nella Cattedrale di Nostra Signora d’Africa – dove peraltro tra i fedeli presenti c’erano molti di quegli “invisibili” migranti subsahariani che hanno fatto di questo paese il luogo di destinazione della loro migrazione verso Nord – e i momenti di raccoglimento con la comunità cristiana sono stati piuttosto il contorno al vero motivo del viaggio: una sorta di pellegrinaggio del pontefice – e da pontefice (visto che già vi era stato due volte) – alle radici spirituali dell’ordine a cui appartiene.
Per il resto del programma, quindi, la Santa Sede si è affidata alle autorità algerine, al loro protocollo di rito e a quelle tappe che potessero certificare l’Algeria come “centro di diffusione universale dei valori della pace e della convivenza”. Tutto è quindi cominciato con l’omaggio al monumento dei martiri della guerra di indipendenza algerina, sulle alture di Algeri. È una tappa d’obbligo per ogni visita ufficiale alla Repubblica democratica e popolare d’Algeria, una ritualità da ripetere ogni volta in cui un rappresentante istituzionale straniero si reca nel paese, un dovere infatti assolto recentemente dalla presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, nel suo secondo viaggio in Algeria, volto anche a rafforzare la cooperazione energetica in tempi di crisi. Nel suo primo saluto “al popolo algerino” – una dicitura ripresa dal pontefice e cara ai presidenti algerini da Ahmed Ben Bella ad Abdelmajdid Tebboune – Prevost ha dosato le sue parole. Senza spingersi fino a rimarcare la necessità del pentimento e delle scuse occidentali per gli orrori della colonizzazione, si è invece limitato a un messaggio più ecumenico, e soprattutto proiettato verso il futuro più che al passato: “La vera lotta di liberazione sarà definitivamente vinta solo quando si sarà finalmente conquistata la pace dei cuori. So quanto sia difficile perdonare, tuttavia, mentre i conflitti continuano a moltiplicarsi in tutto il mondo, non si può aggiungere risentimento a risentimento, di generazione in generazione”. Un messaggio che, sebbene nella contesa post-coloniale con la Francia riporti la palla nel campo algerino, non è stato criticato dalla stampa locale. Al contrario, è stato anzi accolto, insieme al costante rimando all’eredità di Sant’Agostino – peraltro riscoperta solo ultimamente nel paese – come uno sprone ad andare avanti, inglobando questi elementi nello storico orgoglio nazionale algerino: “Facendo propria questa eredità antica, l’Algeria va oltre la sua sola genesi rivoluzionaria, per quanto gloriosa possa essere, per affermarsi come una potenza civile a tutto tondo. Essa abbraccia i suoi strati successivi (amazigh, romani, cristiani e islamici) per farne una leva di influenza moderna. Annaba diventa così il simbolo di un’Algeria sicura di sé, capace di assumersi la complessità del proprio passato per proiettare al meglio la propria visione del futuro”.
Allo stesso modo, non vi sono stati appunti critici circa il passaggio sulle libertà fondamentali del discorso tenuto al Centro Convegni “Djamaa el Djazair” davanti alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico. Peraltro, era presente anche l’ambasciatore della Repubblica araba sahrawi democratica (RASD), Khatri Adduh, cui il Papa ha stretto la mano, sempre per omaggiare l’Algeria e i suoi valori fondanti (la causa sahrawi, in questo caso), anche se il Vaticano non riconosce ufficialmente il governo in esilio del Polisario. L’esortazione del Papa non è stata molto ripresa dalla stampa, ma nemmeno censurata. Prevost ha dichiarato: “Esorto, dunque, voi che avete autorità in questo Paese (…) a promuovere una società civile viva, dinamica, libera in cui specialmente ai giovani sia riconosciuta la capacità di contribuire ad allargare l’orizzonte della speranza per tutti. (…) Le autorità sono chiamate non a dominare, ma a servire il popolo e il suo sviluppo”. La presa di posizione del pontefice è stata invece oggetto di attenzione da parte del leader dell’indipendentismo cabilo, Ferhat Mehenni, che dal suo esilio ha rimarcato come con queste parole sia stata data dal Papa “una lezione ai militari algerini”. Mehenni, alla vigilia del viaggio papale, aveva scritto una lettera aperta a Leone nella quale lo metteva in guardia rispetto al fatto che il governo algerino in realtà “criminalizza l’esercizio della fede cristiana” – un appunto fatto anche da buona parte della stampa cristiana francese e che riguarda soprattutto le chiese evangeliche in Algeria – ma che il leader del piccolo partito berberista riferisce anche ai tanti cristiani (convertiti?) cabili (secondo lui, addirittura 100 mila) che sono dovuti fuggire dalla Cabilia per le persecuzioni nei loro confronti.
Nella due giorni tra Algeri e Annaba, non è stata invece prevista una tappa a Tibhirine, nelle montagne dell’Atlas, a cento chilometri dalla capitale, per ricordare i sette monaci trappisti che qui furono rapiti e trucidati nel 1996, nel cuore del Decennio nero che sconvolse il paese. Proprio nell’anno in cui si celebra il trentennio del “martirio” dei religiosi cristiani – che insieme ad altri 12 sono stati beatificati nel 2018 – il pontefice ha evitato di spingersi troppo in là, scomodando un dossier storico i cui contorni restano avvolti nel mistero. Se è vero che la storia ha una grande rilevanza in Algeria, lo ha solo per determinati avvenimenti, tutti in un modo o nell’altro connessi alla guerra contro la Francia, sui quali le autorità puntano per ancorarsi al “passato glorioso della Rivoluzione”. Su altre fasi, prima fra tutte il decennio della “tragedia nazionale”, ovvero gli anni Novanta secondo la dicitura ufficiale, vige il divieto di inchieste e indagini su quanto successo. L’uccisione dei monaci di Tibhirine fu rivendicata dall’organizzazione jihadista Gruppi islamici armati (GIA), ma non sono state mai chiarite le circostanze della decapitazione, né sono mai stati riconsegnati dalle autorità algerine i corpi dei religiosi, a parte i loro crani. Se quindi resta ancora il dubbio su chi abbia effettivamente ucciso i monaci di Tibhirine, Papa Leone ha preferito non scomodare la Storia laddove non concesso dal pouvoir. Si è così limitato a ricordare i “martiri” d’Algeria durante la breve visita privata alle suore agostiniane di Bab El Oued – quartiere popolare d’Algeri, culla del Fronte islamico di salvezza durante il Decennio nero – di cui due consorelle sono tra quei 19 beatificati, ricordando come essi tutti costituiscano “una presenza preziosa su questa terra” che gli ha permesso “di scoprire una dimensione insita nel cuore di ciò che deve essere la vita agostiniana nel mondo: la testimonianza, il martirio”. Il dolore (e le ombre) di quegli anni sono stati così ricondotti alla funzione di ponte e testimonianza di Sant’Agostino, che è stata sempre sottolineata durante il viaggio.
Il ricordo degli anni bui della lotta tra esercito e gruppi jihadisti, in definitiva, non è stato quasi mai rievocato durante questa due giorni, in cui il paese si è mostrato unito e accogliente di fronte al pellegrinaggio del Santo Padre del mondo cattolico. Tuttavia, c’è stato un episodio, occultato dalle autorità e dai media locali, che avrebbe potuto offuscare l’entusiasmo collettivo – o piuttosto governativo? – per il viaggio papale. Del doppio attentato avvenuto nel pomeriggio del primo giorno della visita del Papa, nella città di Blida, vicino ad Algeri, che ha causato alcuni feriti e la morte dei due attentatori armati di una rudimentale cintura esplosiva, Leone non ha saputo nulla (almeno ufficialmente), come la gran parte degli algerini. Era dal 2017 che l’Algeria non conosceva attentati kamikaze e il fatto che sia avvenuto proprio durante il passaggio del leader della cristianità difficilmente può essere casuale. Ciò non vuol dire che l’Algeria non sia ormai in un’altra fase rispetto a quegli anni, e che il terrorismo sia ormai più che residuale. Tuttavia, se la nazione nordafricana punta veramente a rilanciarsi come paese sicuro, di dialogo e apertura anche la storia deve avere tutta la parte che merita senza occultazioni, dimenticanze o censure.
Caterina Roggero
*Istituto Ispi

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