
di Elena Marisol Brandolini*
Oggi il Perù eleggerà le principali cariche dello Stato, presidente e due vicepresidenti, e i rappresentanti al congresso. Gli elettori si vedranno consegnare una scheda elettorale a cinque colonne, ampia e lunga circa 40 centimetri, perché sono in 35 i candidati alla presidenza della Repubblica, con un piccolo drappello in testa di rappresentanti delle diverse destre capitanato da Keiko Fujimori, presidente di Fuerza Popular e figlia di Alberto Fujimori, l’ex dittatore scomparso nel 2024. L’ultimo sondaggio del principio di aprile assegna il secondo posto all’attore comico Carlos Álvarez, rappresentante di País para Todos e attivo sostenitore di Fujimori al tempo della sua presidenza, relegando l’ultraconservatore Rafael López Aliaga di Renovación Popular alla terza posizione. Ma si tratta di un terzetto in cui ciascuno gode di un livello di gradimento comunque inferiore al 20%, non distante quindi dal successivo gruppo di candidati che mostrano percentuali inferiori al 10%. E tutti si domandano chi sarà questa volta l’eventuale “outsider”, come accadde con Fujimori, l’ingegnere agronomo dal cognome giapponese che nelle presidenziali del 1990 ebbe la meglio sul superfavorito scrittore Mario Vargas Llosa; e come avvenne di nuovo con l’ex insegnante e leader sindacale di un povero paesino delle Ande Pedro Castillo, eletto nel 2021, attualmente in carcere con l’accusa di ribellione e cospirazione per avere tentato di sciogliere il parlamento. In ogni caso, la coppia che da questa domenica andrà al ballottaggio del 7 di giugno porterà all’elezione del nono presidente della Repubblica peruviana negli ultimi dieci anni: sono stati infatti otto i presidenti del Perù dal 2016, tra elezioni, destituzioni e designazioni di vicepresidenti e presidenti del congresso alla più alta carica dello Stato.
L’irruzione di un nuovo possibile outsider sarebbe determinata dal malcontento generalizzato verso la classe politica e dall’instabilità che attanaglia il paese da anni e che rappresenta una crisi del sistema democratico peruviano. “Poiché si sa che Keiko Fujimori è sufficientemente forte per passare al secondo turno, ma anche ampiamente detestata per perderlo, tutti i candidati pregano di arrivare a quel livello contro di lei, il che alimenta la frammentazione”, sostiene il politologo peruviano Alberto Vergara, in un’intervista rilasciata a El País (a cura di Renzo Gómez Vega). Secondo Fernando Tuesta, professore di Scienze Politiche alla Pontificia Universidad Católica del Perù, consultato dalla CNN nei giorni scorsi (da Jimena de la Quintana), c’è disaffezione alla politica, precarietà nella rappresentanza, polarizzazione e concentrazione di potere nel parlamento a scapito di quello del governo e perciò del potere dei presidenti. Lo scontro tra congresso e governo è stato costante negli ultimi anni, con maggioranze parlamentari che si sono opposte ai presidenti, a volte utilizzando il potere di nomina dei magistrati, a volte perseguendo i giudici che avevano emesso sentenze contro i deputati del congresso. Molti attribuiscono all’indebolimento dello Stato di diritto parte dell’espansione del crimine organizzato nel paese. La crisi del sistema istituzionale è tale che queste elezioni saranno infatti sotto osservazione della OEA, l’Organizzazione degli Stati americani, dell’Unione europea e del Centro Carter.
Soprattutto la giovane democrazia peruviana non è riuscita a ridurre il divario di classe che esiste tra la capitale Lima e le aree rurali del paese. Perciò nel 2023, a richiedere le dimissioni della presidente Dina Boluarte, succeduta a Castillo di cui era stata vicepresidente e la convocazione di nuove elezioni, erano state le popolazioni indigene e dei contadini abitanti nel Sud del paese, da sempre contrapposte all’alta società metropolitana. Tanto più che avevano visto in Castillo, che non aveva legami con l’establishment politico, la speranza di un riscatto e quindi, nello scontro aperto col parlamento, una vittima delle élite della capitale.
Nel 2025, invece, è stata la cosiddetta Gen Z, ossia i giovani nati tra la seconda metà degli anni novanta del secolo scorso e il primo decennio di quello attuale, a ribellarsi. In una sorta di continuità con le mobilitazioni di due anni prima, quei giovani chiedevano che anche José Jeri, che aveva sostituito Boluarte nella carica di presidente, desse le dimissioni e fossero convocate nuove elezioni. E questi giovani, tra i 15 e i 29 anni di età, rappresentano un quarto dell’elettorato.
Elena Marisol Brandolini
*Istituto Ispi

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