
C’è un’ironia sottile e quasi beffarda nel destino dei referendum popolari, capaci di trasformarsi in specchi deformanti per chi li ha indetti. Quello del 22 e 23 marzo, sulla carta, doveva rappresentare il trionfo della riforma della giustizia e sancire la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Eppure, a urne chiuse e con la vittoria netta del “No”, il governo sembra aver frettolosamente archiviato il dossier giudiziario per tentare una manovra di ripiego molto più spericolata. L’unica “separazione delle carriere” su cui Palazzo Chigi pare ora voler investire non è quella prevista dai codici, ma quella — politica e d’immagine — della Presidente del Consiglio dai suoi ingombranti e ormai impopolari referenti internazionali: Donald Trump e Benjamin Netanyahu.
Questo viraggio improvviso non appare come una scelta meditata, ma come una risposta nervosa a un verdetto popolare che, interpretato attraverso i flussi elettorali, ha parlato con una chiarezza disarmante. L’elettorato, in particolare quello sotto i 35 anni che ha guidato la partecipazione, non si è limitato a respingere il tecnicismo giuridico; ha usato la scheda referendaria anche per punire la postura internazionale del governo, percepita come troppo subalterna a Washington e Gerusalemme. Il voto è stato, di fatto, un rigetto implicito dei dazi trumpiani che minacciano il Made in Italy e della gestione della crisi a Gaza. Di fronte a questo “schiaffo”, la risposta di Giorgia Meloni è stata un ripiegamento tattico immediato: in appena una settimana, abbiamo assistito a una metamorfosi diplomatica che ha il sapore della necessità elettorale più che della convinzione ideale.
Per tentare di risalire la china dei sondaggi e smarcarsi dall’accusa di “vassallaggio”, il governo ha così cercato il suo personale “momento Sigonella”. Il rifiuto dell’uso della base siciliana ai bombardieri americani diretti verso il Medio Oriente è stato servito mediaticamente come un atto di sovranità nazionale, un tentativo di evocare lo spettro di Bettino Craxi per riconquistare quel centro moderato e quel mondo giovanile in fuga. Tuttavia, la costruzione di questa epica mostra crepe evidenti: se fino a ieri Palazzo Chigi sembrava propenso a chiudere un occhio sulle attività americane nei nostri scali, il fatto che oggi decida di esercitare il massimo rigore nel far rispettare i trattati e le autorizzazioni di volo appare come una manovra puramente reattiva alla sconfitta referendaria. È il tentativo di trasformare un cavillo tecnico in una bandiera politica, sperando che la fermezza verso Washington distragga l’opinione pubblica dal fallimento domestico.
Lo stesso sapore di riposizionamento forzato si avverte sul fronte mediorientale. Le dichiarazioni di inusuale durezza contro il governo Netanyahu — scatenate dall’incidente diplomatico riguardante il Cardinale Pizzaballa al Santo Sepolcro e dalle frizioni sulla pena di morte — segnano una ritorsione psicologica profonda. Un tempo alleato inscindibile, oggi il premier israeliano è diventato una zavorra elettorale da cui distanziarsi con velocità chirurgica per intercettare l’indignazione dell’opinione pubblica cattolica e progressista. Non si tratta di una reale evoluzione del pensiero geopolitico, ma di una correzione di rotta dettata dal panico da sondaggio: un tentativo di “smarcarsi” dalle alleanze più radicali per evitare che l’onda lunga del “No” travolga definitivamente la stabilità dell’esecutivo.
Eppure, anziché inscenare tutto questo bailame propagandistico fatto di dinieghi tecnici e puntigliose smentite al Pentagono, il governo avrebbe potuto compiere una scelta politica davvero autentica. Avrebbe potuto invocare la pace con la forza di una visione autonoma, seguendo l’esempio concreto di un leader come Pedro Sánchez. Il premier spagnolo ha rotto realmente con la linea statunitense e israeliana, ponendosi come un interlocutore credibile capace di anteporre la diplomazia e i diritti umani agli equilibrismi elettorali. Tuttavia, laddove Madrid sceglie la coerenza della dottrina politica, Roma preferisce l’opportunismo di sola facciata: il governo italiano sembra infatti piegare le drammatiche tensioni mediorientali a un mero uso interno, trasformandole nell’ennesimo strumento di propaganda per tentare di recuperare i punti persi nelle ultime rivelazioni demoscopiche.
La geopolitica non dovrebbe essere ridotta a un semplice interruttore domestico da accendere o spegnere a seconda della batosta elettorale appena ricevuta. Vederla piegata alle necessità di una “operazione simpatia” post-referendaria svilisce la credibilità internazionale della nazione, soprattutto agli occhi dei partner europei che potranno senz’altro leggere in questa schizofrenia diplomatica il segno di un’affidabilità precaria. Il rischio vero è che questo ripiegamento venga percepito non come un atto di autonomia, ma come la mossa disperata di chi, avendo perso la bussola in casa propria, prova a cercarla simulando colpi di testa sullo scacchiere mondiale. Mentre gli aerei americani si limitano a comunicare le proprie rotte quando sono già in volo, ignorando di fatto le smentite di Palazzo Chigi, resta l’immagine di un governo che cerca freneticamente di cambiare pelle prima che la polvere della sconfitta si posi sulle loro teste. La speranza della Presidente è che il marketing geopolitico basti a coprire le rughe di un consenso che scricchiola, ma la storia insegna che quando la politica estera diventa pura propaganda per coprire un fallimento interno, a rimetterci è sempre la faccia del Paese.
Antonio Laraia

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