
Caro Direttore,
ti scrivo con l’animo colmo di quella “passione civile” che ha sempre contraddistinto le colonne dell’Avanti!, perché l’esito di questa recente tornata referendaria non può essere archiviato con la solita contabilità dei seggi o dei decimali. Non è la vittoria di un fronte sull’altro, ma il de profundis della Politica con la “P” maiuscola. Siamo di fronte all’ennesima dimostrazione che la capacità di mediazione e la visione di lungo periodo sono state sacrificate sull’altare di un pragmatismo sterile. Le intenzioni di voto, oggi, contano meno del dato strutturale: la politica ha abdicato al suo ruolo naturale di proposta e sintesi, accettando che questioni di una complessità estrema venissero ridotte a opzioni binarie, brutali, polarizzanti. È la negazione della dialettica socialista, che per decenni ha cercato di elevare le masse attraverso la comprensione dei problemi, non attraverso la loro semplificazione caricaturale.
Il vero vincitore, purtroppo, è il silenzio assordante dell’astensionismo o, peggio, il fragore del voto d’impulso. Sono i sintomi di una disaffezione radicale che dovrebbe far tremare i palazzi del potere. I partiti, smarriti e incapaci di interpretare il “paese reale”, hanno subito il quesito invece di guidarlo, arroccandosi su trincee difensive o sparando salve propagandistiche. Mi torna in mente l’ammonimento di Pietro Nenni: «La politica non si fa con i sentimentalismi, e nemmeno con i risentimenti». Oggi, invece, sembra che proprio il risentimento sia l’unico carburante rimasto. Quando la politica delega le scelte fondamentali alle urne referendarie perché non sa trovare un accordo in Parlamento, ammette implicitamente la propria incapacità di governare. È la resa della democrazia rappresentativa a favore di un populismo decisionista che lascia il Paese più diviso e meno governabile di prima.
Stiamo assistendo al trionfo della tecnocrazia sulla dialettica politica. Se il Parlamento non è più il luogo della sintesi alta, diventa un ufficio di registrazione di umori passeggeri. Come diceva Sandro Pertini: «Coerenza significa essere tutti i giorni quello che si predica». Ma dove è finita la coerenza dei partiti che ieri parlavano di riforme strutturali e oggi si nascondono dietro un “Sì” o un “No” per evitare di assumersi la responsabilità di una legge organica?
La politica non può essere una delega in bianco al caso o all’emotività del momento. Essa deve tornare a essere, come volevano i nostri padri, lo strumento per guidare il cambiamento, non per subirlo. Se non recuperiamo la capacità di parlare al Paese senza infingimenti, il rischio è che il “vuoto” venga riempito da forze che della democrazia hanno una visione puramente procedurale e fredda. Direttore, è tempo che il socialismo torni a gridare la necessità di una politica che non ha paura del confronto e che non scappa dalle proprie responsabilità. Altrimenti, l’unico risultato sarà un’Italia sempre più frammentata, dove l’urlo sostituisce il ragionamento e il calcolo elettorale al bene comune.
Raffaele Amendola
(da “Avanti Online”)

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